Nasi Forati – Quando Coyote sfamò il mondo

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Un giorno Coyote se ne andava a spasso, come al solito, senza una meta – quando incontrò una Vecchia.
«Buongiorno, vecchio Coyote! Dov’è che te ne vai?».
«Un po’ in giro», rispose Coyote.
«Faresti bene – disse la Vecchia – a cambiare direzione, se non vuoi fare un brutto incontro. Di là c’è un enorme gigante che ha già ingoiato tanta gente. Rischi di fare la stessa fine. Va’ da un’altra parte, questo è il mio consiglio».

«Oh – rispose spavaldo Coyote – non mi fanno paura i giganti. Di solito sono io a ucciderli. Perciò, se dovessi incontrare questo gigante di cui tu parli, sarebbe lui a fare una brutta fine».
«Guarda che è molto più grande di quello che immagini, ed è molto più vicino a te di quanto tu possa pensare», gli disse la Vecchia mettendolo in guardia.
«Non c’è di che preoccuparsi, ti dico», ribatté Coyote che, in verità, non aveva mai visto in vita sua un gigante, e quindi se lo poteva al massimo immaginare di poco più alto di un maschio d’alce.

Sicché, raccolto da terra un vecchio ramo, pensò: «Casomai l’incontro, questo gigante vorace, gliela spezzo in testa questa mazza, e voglio vedere chi è dei due ad aver avuto la coyote-ramosfortuna d’incontrare l’altro».
Sicuro di sé, riprese dunque il cammino fischiettando – quand’ecco, dopo un po’, giunse nei pressi di una enorme caverna che si spalancava proprio sulla sua strada.
Continuando a fischiettare, forse per farsi più coraggio, entrò nella grotta buia e profonda.

Negli oscuri meandri di quella cupa caverna Coyote incontrò all’improvviso una donna smunta e dimagrita che, non avendo la forza di reggersi in piedi, strisciava carponi a terra.
«Cosa ti è successo?», domandò incuriosito Coyote.
«Sto morendo di fame – rispose la donna con un filo di voce. – Non vedi che non ho neanche la forza di camminare? Sono troppo debole. Ma tu cosa ci fai qui, con questo ramo?».
«Mi hanno detto che da queste parti vive un gigante – spiegò Coyote. – E questa è l’arma con cui l’affronterò. Piuttosto, sai dirmi dove questo mostro si nasconde?».

Anche se era allo stremo delle forze, a sentire quelle parole la donna non poté trattenersi dal ridere: «Sciocco che sei! Non vedi che ci sei già finito nella pancia del Mostro?».
«Nella sua pancia? Ma se neanche l’ho visto!», esclamò incredulo Coyote.
«Forse hai scambiato la sua gola per una caverna. Questo enorme gigante giace sulla terra con la bocca aperta in direzione del sentiero, e in questo modo ha già ingoiato moltissimi viandanti come te».

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Edgar Ende – La bocca

Così parlò la donna a Coyote. Ma poiché Coyote ancora non si rendeva conto della gravità della situazione in cui s’era cacciato, ci tenne a dirgli anche questo: «Come hai potuto vedere, è facile finire in bocca al gigante. Uscirne è invece impossibile. Nessuno ci è mai riuscito finora. Il gigante è così grande che non riusciresti ad abbracciarlo con lo sguardo. La sua pancia, da sola, copre l’intera vallata».
A sentire questo, Coyote gettò via il bastone e, disarmato, si avventurò più giù, tra gli intestini del Mostro.

Ovunque, intorno a lui, erano disseminati brandelli di corpi, masticati e digeriti, ma anche – di tanto in tanto – gli capitava d’incontrare moribondi che ancora agonizzavano, e di sentirne i rantoli sempre più deboli, prossimi a estinguersi.
Gli parve d’udire allora una vocina che, balbettando, stentava a dire qualcosa come: «Siamo in trappola. Il gigante ci ha divorati. Tra poco moriremo di fame».
«Se siamo in trappola, perché non proviamo a liberarcene?», rispose, fiero come al solito, Coyote.
coyote-tapis«Con quali forze – risposero i moribondi – potremmo combattere, se non abbiamo neanche la forza di alzarci in piedi?».

Coyote li rimproverò allora per la loro inettitudine.
«Come? – disse. – Siamo nelle viscere del gigante, e voi praticate il digiuno e l’astinenza? Questi che sembrano muri di una caverna, sono fatti della carne del Mostro che ci ha ingoiati. Basta dunque che ne tagliamo dei pezzi, per avere cibo a sufficienza».
«Non ci avevamo mai pensato!», dissero quelli entusiasti.
«Perché non siete intelligenti come me», replicò spavaldamente Coyote.

E, mentre che così diceva, afferrò il suo affilatissimo coltello da caccia e cominciò a tagliuzzare dei pezzi di carne e di grasso dalle pareti della caverna.
Con quel cibo tutti si poterono rifocillare, riacquistando così le proprie forze. Coyote distribuì a tutti carne a sufficienza, anche alla donna smilza che aveva incontrato per prima.
E quando ciascuno si fu ben ripreso, tutta quella gente nella pancia del gigante ringraziò Coyote: «Ci hai nutrito e te ne siamo grati. Ma ti supplichiamo, aiutaci ad uscire di qui!».
«Non temete! – disse Coyote. – Non c’è da aver paura. Ucciderò il gigante, affondandogli il mio coltello nel cuore. Ditemi piuttosto quale strada devo prendere per andare da qui al suo cuore. Dovrebbe essere da qualche parte, qui nei paraggi».

Tutti si misero allora alla ricerca del cuore del gigante, vagando qua e là nel suo immenso corpo.
Improvvisamente, qualcuno avvistò un grande vulcano che pulsava soffiando e battendo ritmicamente: «L’ho trovato! – gridò. – Venite qui! Ho trovato il cuore del Mostro».
Coyote accorse e iniziò ad affondare il suo coltello nel vulcano palpitante. In quello stesso istante un terribile terremoto scosse l’intera caverna, e una voce cupa, roboante, risuonò terrifica in quelle oscure cavità.

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Claudia Rogge – Inferno

Era il gigante che parlava: «Ascoltami, Coyote, fermati! Smettila di pugnalare il mio vecchio cuore! Se mi lascerai stare, prometto di liberarvi e di farvi uscire dalla mia bocca».
«Ti lascerò stare, quando avrò finito», rispose Coyote diffidente, mentre continuava a tagliuzzare il cuore del Mostro.
Poi, rivolgendosi agli altri, disse loro di tenersi pronti: quando, durante gli spasimi mortali del Mostro, ci sarebbe stato un gran terremoto, essi sarebbero dovuti scappare via in un baleno, prima che le immense fauci si fossero richiuse.

Vibrando un ultimo fendente, Coyote squarciò profondamente il cuore di quel vulcano, ed ecco: una calda lava di sangue, a fiotti, fluì via per il corpo del gigante. Un enorme boato risuonò tutt’intorno. Erano i gemiti di morte del gigante in agonia. Subito un terribile terremoto fece tremare paurosamente quella strana caverna e, nelle sue mortali convulsioni, il Mostro spalancò la sua enorme bocca.
«Presto, adesso!», gridò Coyote indicando l’uscita.
Il Mostro aveva spalancato le sue fauci per gridare il suo dolore, e uno spiraglio di luce si era insinuato nelle buie cavità del suo corpo, illuminando l’uscita.

Tutti si precipitarono verso la luce, e il colosso agonizzante vomitò dalla sua bocca topo-muschiatodecine e decine, di uomini e di animali, tutte le vittime che aveva divorato. Ora, quell’essere spaventoso stava per esalare l’ultimo respiro: di lì a un istante, terminati gli spasimi, avrebbe richiuso la bocca, per sempre.
Topo Muschiato, in tutto questo, era ancora dentro e rischiava di rimanere intrappolato. Le gigantesche mascelle del gigante si stavano inesorabilmente per abbassare, ma proprio nel momento in cui stavano per richiudersi sopra di lui, Topo Muschiato riuscì con un balzo a saltare fuori dalla bocca.
La coda però gli rimase impigliata fra gli enormi denti del Mostro e, quando il Topo diede uno strattone per liberarsi, era – ahimé – completamente spelacchiata.

Ora che il Mostro era morto, Coyote e gli altri cominciarono a farlo a pezzi. Staccando grossi pezzi di carne e di grasso, ne ricavarono una così grande provvista di cibo da poter sfamare tutte le tribù del vicino territorio.
Coyote, infatti, distribuì la carne del gigante per tutta la terra: verso il sole nascente e verso il tramonto, là dove fa sempre freddo e là dove fa sempre caldo. Così facendo, coyote-paintdispensò quel cibo a tutti i popoli e, allo stesso tempo, conferì il nome proprio a ciascuno di essi: i Flathead, i Piedi Neri, i Crow, i Sioux e via dicendo.
In questa distribuzione tra i vari popoli, Coyote consumò tutta la carne del Mostro, finché non ne rimase più nulla.

In quel momento giunse Volpe, e rivolgendosi a Coyote disse: «Che significa tutto questo, Coyote? Hai distribuito tutto il corpo del gigante ai quattro canti della terra senza lasciarne nemmeno un po’ per quelli di questo territorio».
Coyote infatti, nella foga di dispensare la carne a destra e a manca, non ne aveva conservato nemmeno una piccola parte per le genti che abitavano nel luogo in cui il gigante era stato scuoiato e smembrato.
«Potevi dirmelo prima – sbuffò Coyote. – Ora è troppo tardi, cosa posso farci? Ero troppo preso in quello che stavo facendo, che mi sono distratto. Ora non mi resta che una cosa da fare».

Si rivolse allora a coloro che attendevano, e disse loro di portare dell’acqua.
Gliela portarono. Si sciacquò le mani ancora lorde del sangue del Mostro, e spruzzò l’acqua rossastra su tutta la regione, dicendo: «Voi sarete un piccolo, ma fiero popolo. Sebbene io vi abbia dimenticato nella distribuzione, voi sarete un grande popolo. Sarete un popolo valoroso».
Fu così che dall’acqua mescolata al sangue del Mostro, ebbe origine la nostra gente, la fiera tribù dei Nasi Forati.