Nerval – Verso Oriente

Una sera, verso mezzanotte, risalivo il quartiere dove abitavo, quando alzando per caso gli occhi notai il numero d’una casa illuminato da un lampione.
lampioneEra il numero dei miei anni!
E subito, riabbassando lo sguardo, mi vidi dinanzi una donna, livida in volto, con gli occhi infossati, che mi pareva avesse i lineamenti di Aurelia.
«È la sua morte – mi dissi – o la mia, che mi viene annunciata!».
Ma, chissà perché, mi fermai alla seconda supposizione, sicuro che sarebbe stato l’indomani a quella stessa ora.

Durante la notte feci un sogno che avvalorò quest’idea.
Vagavo per un vasto edificio composto di parecchie sale, consacrate alcune allo studio, altre alla conversazione o alle discussioni filosofiche.
Sostai con interesse in una delle prime, dove mi parve di riconoscere i miei antichi maestri e i miei antichi condiscepoli. Continuavano le lezioni sugli autori greci e latini, con quel monotono brusio che sembra una preghiera alla dea Mnemosine.

Passai in un’altra sala, dove si tenevano delle conferenze filosofiche. Vi partecipai per un poco, e quindi uscii per cercare la mia camera in una specie di locanda dalle scale immense, piena di viaggiatori indaffarati.
Più di una volta mi spersi per i lunghi corridoi, finché, attraversando una delle gallerie centrali, fui colpito da uno strano spettacolo.
Un essere di smisurata grandezza – uomo o donna, non so – volteggiava faticosamente nello spazio e sembrava dibattersi fra nuvole spesse. A corto di fiato e di forze precipitò alla fine in mezzo all’oscuro cortile, impigliandosi e gualcendosi le ali lungo i tetti e le ringhiere.

Potei contemplarlo un istante. Era colorato di sfumature vermiglie, e le ali gli brillavano di mille riflessi cangianti. Avvolto in una lunga veste panneggiata all’antica, somigliava Dürer-melancholiaall’angelo della Malinconia di Albrecht Dürer.
Le grida di spavento che non potei trattenere mi svegliarono di soprassalto.

Il giorno successivo mi affrettai ad andare a trovare tutti gli amici. A ognuno di loro in cuor mio facevo i miei addii, e senza dir nulla del pensiero che mi assillava, dissertavo con calore di argomenti mistici.
Li stupiva la mia singolare eloquenza: mi sembrava infatti di saper tutto, e che in quelle ore estreme mi si svelassero i misteri del mondo.
La sera, quando l’ora fatale sembrava approssimarsi, con due amici alla tavola d’un circolo discutevo di pittura e di musica, definendo dal mio punto di vista la composizione dei colori e il senso dei ritmi.

Uno di loro, Paul, volle riaccompagnarmi a casa, ma io gli dissi che non rincasavo.
«Dove vai?», mi chiese.
«Verso Oriente».
E mentre mi accompagnava, mi misi a cercare in cielo una stella, che mi sembrava di conoscere, come se avesse qualche influsso sulla mia sorte. Trovatala, continuai a camminare seguendo le strade nella cui direzione essa era visibile: andavo per così dire incontro al destino, e volevo scorgere la stella fino all’istante in cui la morte mi avrebbe colpito.

Nondimeno, giunto che fui all’incrocio di tre strade, non volli andar oltre.
Mi pareva che il mio amico adoprasse una forza sovrumana per spostarmi di lì; s’ingigantiva ai miei occhi ed assumeva le fattezze d’un apostolo.
Mi sembrava di vedere che il luogo dove eravamo s’innalzasse e perdesse l’aspetto conferitogli dalla sua configurazione urbana; sopra una collina circondata da vaste solitudini la scena diventava la lotta di due Spiriti e quasi una tentazione biblica.
«No! – dicevo – io non appartengo al tuo cielo. Coloro che mi aspettano sono in quella stella. Essi preesistevano alla rivelazione che tu hai annunciato. Lascia che io li raggiunga: colei che amo è una di loro, lassù lei e io dobbiamo ritrovarci!».

(Nerval, Le figlie del fuoco)