A monte dei Segni e delle Parole

È un corteggiatore accanito, il nostro caro Soslan. Perfino nell’aldilà non si toglie il vizio di allungare le mani.
Vede gli impiccati, e che fa? guarda e passa.
Vede gli impantanati nella merda, e senza chiedere troppe scuse guarda e passa. Dice che altro-mondonon è in suo potere, che non è gli possibile laggiù dare una mano: né agli impiccati per tirarli giù dalla forca, né agli smerdati per tirarli su dal fango.
Lascia intendere: che né su né giù – ma altrove – lui è diretto.
Dove, è presto detto. Dove gli appaiano le ballerine, le Seducenti a cui non potrà fare a meno di tendere le mani.

Presso le ninfe che danzano in riva al lago, ecco la Prima Stazione sulla via crucis di Soslan. Presso le Attraenti. Nella sebacea fragranza della loro adolescenza.
Dev’essere la prima volta che le vede. Infatti, sa di volere qualcosa da loro, ma si confonde e dice: Datemi da mangiare! Oppure, sa benissimo quello che vuole, ma pensa di poterlo chiedere nella stessa lingua in codice con cui è abituato a chiedere un piatto di maccheroni.
Le Ninfe danzano. Soslan, non lo sa dire, ma lo sa: vuole solo danzare con loro! Datemi un boccone della vostra gaiezza – vorrebbe forse dire. Ma non ci riesce. Perciò la cosa migliore è quella che fa. Senza perdersi in ulteriori chiacchiere, si lascia trascinare nel loro girotondo, a vedere casomai gli riesca (ma non gli riuscirà) di «saziarsi» di soli sguardi.

Si lascia sedurre, prendere e portare via, senza opporre resistenza. Perché Soslan ha incontrato ciò che lo apre. Ha incontrato la seduzione. C’è poco da stare a discutere: ha incontrato l’inganno nella forma fatta apposta per ingannare lui in persona. O perlomeno, così gli è sembrato.
La seduzione è già nelle sue corde, anche se ancora non sanno parlare una lingua. È nel suo possibile esistenziale. Nel possibile del linguaggio che gli è congenito, c’è già un ordito, a cui non manca che una trama ben fatta, per fare l’inganno in piena Regola. Per farlo senza dolo, senza fraudolenza. Per fare seduzione e reciproco adescamento.

Matisse-danza
Matisse – La danza

La mano metaforica che ha rifiutato agli appesi e ai putridi, Soslan la dà alla lettera, in carne e ossa, alle «due più belle» del coro di ninfe. E la stringe, addirittura.
Stringere la mano a una fanciulla è linguaggio.
La mano si dà e si nega. Perciò la mano è già un segno, prima che abbia un nome in una lingua. Dare o negare la propria mano, prendere con la forza la mano altrui, o sfuggire alle altrui grinfie – è linguaggio.
È linguaggio sorridere, piangere, fare le smorfie, gemere e sospirare. Non è ancora lingua. È linguaggio che si parla laggiù, prima di venire a vivere nella Parola dell’Uomo.

Il Racconto dice che, quando da laggiù avrà prelevato quella certa «cosa» (le foglie da mettere ai quattro angoli del castello), quando si sarà procurato i Quattro Segni, e grazie a essi avrà dove custodire le Tre (centinaia di) Lettere che è capace di «catturare», da quel linguaggio che si parla laggiù nel Paese dei Morti, Soslan uscirà a cavallo di un «veicolo» che sul terreno lascerà impronte «alla rovescia». E solo a questa condizione «magica».
Soslan uscirà cavalcando l’onda di una Lingua (ermetica) e del suo Alfabeto (semidesto).

Ma andiamo per ordine.
Soslan sa dare e negare la mano. Sa dare e negare ascolto ai richiami.
De-chirico-manoDei tre richiami, solo il terzo lo «trattiene» fino a fargli scordare, sia pure momentaneamente, le Quattro Foglie di cui è in cerca.
Non ha dato ascolto al richiamo «putrido»: sarebbe finito per impantanarsi in una storia «breve». E non ha dato ascolto nemmeno al richiamo «della quercia»: in un modo o nell’altro sarebbe finito appeso a uno dei suoi rami.
Soslan ha dato ascolto al Richiamo più potente, al Richiamo dominante – a quello dell’«alma Venere» di Lucrezio. Ha dato ascolto al Richiamo della riproduzione della Specie. Al Richiamo della Roccia.

L’ha udito e però l’ha, subito, malinteso.
Ha detto: «Ho fame! Voglio saziarmi!».
L’ha malinteso perché, con buona pace dei nostri linguisti, l’ha preso per un linguaggio, quando invece la danza, il girotondo, le ninfe in riva al lago, sono anzitutto una pazziella.
Ha equivocato e ha detto: «Ho fame!». Ma non c’era bisogno di parole.
«Guarda quanto ben di dio – gli rispondono le fanciulle. – Vedi: a noi basta guardarlo per saziarci. Fa’ come noi! Mangia con gli occhi! Sta’ zitto, e vieni a pazziare!».

È così che si fa nel Paese dei Morti, o perlomeno così dice il Narratore del Caucaso. Dice che laggiù si gioca, e che tutto quello che quassù da noi si prende sul serio, là invece è tutta una pazziella. Ma dice anche, nella lingua del suo Caucaso s’intende, che questa pazziella è, essa, la Regola anteriore ai Segni e ai Simboli che genera.
La Regola è: ciascuno a «mitizzare» il proprio «portamento», ciascuno a trasportarsi per gioco in un «mito», ciascuno a percorrerne le vie traverse, ciascuno a sperdersi nei luoghi della sua propria perversione, ciascuno a inseguire i fantasmi della sua propria immaginazione, ciascuno a giocarsi la vita, ciascuno a scommettere su se stesso, ciascuno a sfidare la sua propria paura (immaginaria) della Morte.

La Regola è unica, ma non univoca. La Regola è a entrare e uscire dal Paese dei Morti. La Regola è a dare e negare. Perciò genera segni «ambigui». Perciò si presta al malinteso e girotondoall’equivoco. Perché affonda nella pazzia di un crudele autoinganno, necessario per riparare le ferite, i rifiuti e i dinieghi, che il Mitizzato si deve leccare.
La Regola è a fare, ma anche a disfare, la tela del Mito. La Regola è anche a piegarla e ripiegarla su se stessa, la Storia che di noi ci raccontiamo. È a dirla, e a poterla in ogni momento disdire.

C’è dunque una Regola a monte dei segni, c’è una Pazziella a dare o a negare la mano prima ancora di un linguaggio. Una Regola scritta, ma sempre ex novo riscrivibile – su uno stesso Ordito. Una nuova piega della stessa Stoffa.
Può essere bianca, ma anche nera – ma è sempre la stessa Notte, sempre la Tela di un Destino, a cui è «destinato», fin da quando non sapevamo parlare una sola parola, il nostro Sognato, il Mitizzato, il Deificato.
In India lo chiamano il Purusa, e dicono che si lascia sognare a nome e per conto dell’Âtman. Dicono che basta vederlo in sogno, per saziarsi della letizia con cui ricambia lo sguardo del Sognatore.
Allora tutto funziona perfettamente alla rovescia. Allora è possibile altrui mirare per vedere, finalmente, se stessi.