Lévi-Strauss – La perversità dell’arcobaleno

I miti che concernono l’arcobaleno, associano questo fenomeno meteorologico ora all’origine del veleno da pesca e delle malattie, ora a quella del colore degli uccelli. Ma, a seconda del tipo di correlazione adottato, l’arcobaleno non interviene nello stesso modo: è agente, o viceversa oggetto passivo di un’azione che si esercita su di esso.

È in ragione, diretta o indiretta, della propria perversità che l’arcobaleno vivente provoca la comparsa del veleno e delle malattie: serve loro da causa morale. Del colore degli arcobaleno-uccellouccelli, invece, esso è semplicemente causa fisica, giacché gli uccelli otterranno il loro piumaggio distintivo solo dopo averlo ucciso ed essersi spartiti le sue spoglie.
Adottando un altro linguaggio, si potrebbe dire che l’arcobaleno significa il veleno e le malattie, ma che, da significante, la sua funzione logica passa a quella di significato allorché essa viene applicata al colore degli uccelli.

Quando abbiamo incontrato per la prima volta questo problema, l’abbiamo risolto facendo appello a una dialettica dei piccoli e dei grandi intervalli. Ci era sembrato che la malattia e il veleno presentassero un doppio carattere. Entrambi implicano una transitività sia dalla vita alla morte, sia dalla natura alla cultura; nel loro seno il passaggio da un ordine all’altro si compie in modo impercettibile e senza che si possano discernere le fasi intermedie.
Inoltre, la malattia e il veleno, che per essenza sono esseri «cromatici», producono effetti che possiamo chiamare «diatonici», giacché sia il veleno da pesca che le epidemie creano enormi vuoti fra le popolazioni che ne sono vittime. I Guarayu della Bolivia traggono da questo accostamento una conclusione ragionevole: essi credono infatti che ogni malattia risulti da un avvelenamento e che, se non fossero avvelenati, gli uomini non morirebbero.

In quanto vengono considerati come esseri «cromatici», il veleno e la malattia hanno, con l’arcobaleno, una proprietà comune che rende quest’ultimo adatto a significarli. D’altra parte, l’osservazione empirica delle loro devastazioni determina l’inferenza (o verifica l’ipotesi) che il continuo porta in sé il discontinuo, e anche che lo genera.
Ma non appena si cessa di vedere nell’arcobaleno un agente e si fa di esso un oggetto d’azione, la relazione precedente s’inverte. Un cromatismo significante, forma negativa dell’ordine diatonico (poiché quest’ordine non è se non il residuo di un continuo arcobaleno-teschiodevastato), cede il posto a un cromatismo significato: materia positiva a partire dalla quale si edifica un ordine anch’esso diatonico e che, come l’altro, sarà ascritto alla natura.

Infatti, la decimazione di una particolare popolazione (sia che si tratti degli uomini sterminati dalle epidemie o dei pesci sterminati dalla pesca) è simmetrica alla discontinuità generale delle specie: le è isomorfa in seno a un genere. […]

Nell’America tropicale esiste un ambito nel quale la policromia sembra accettata universalmente e senza riserve.
Pensiamo agli ornamenti di piume, di cui i Bororo offrono esempi sontuosi. Ma non per nulla i miti di questa parte del mondo pongono il problema della diversità delle specie riferendosi anzitutto o esclusivamente agli uccelli. L’uso pratico delle piume sollevava una difficoltà teorica che i miti aiutano a superare. […]

La scelta delle piume utilizzate per la confezione degli ornamenti sembra ispirata da un vero e proprio delirio cromatico. Dal verde si passa al giallo, poi all’arancione e al rosso, che mette capo al blu attraverso un brusco ritorno al verde o per mezzo del vermiglio; o ancora, il blu svanisce in un giallo che, altrove, va dissolvendosi dietro il cenerino. Si assiste alle transizioni meno plausibili: dal blu all’arancione, dal rosso al verde, dal giallo al viola …
Quando il colore delle piume è uniforme, un’arte raffinata vi pone rimedio per mezzo di abili collages, o giustapponendo piume tinte diversamente.

Tuttavia, i miti stanno proprio ad affermare la preminenza della discontinuità universale delle specie sulla continuità interna del cromatismo peculiare a ognuna.
A differenza dell’amatore d’arte, l’indio non guarda una piuma come un oggetto estetico di cui gli interessa descrivere e analizzare le sfumature. Viceversa, ogni tipo di piuma è colto nella sua totalità, dove si enuncia in termini sensibili la formula distintiva di una specie, che perciò stesso è impossibile confondere con un’altra, giacché, dopo lo smembramento del corpo dell’arcobaleno, ogni specie sa di essere irrevocabilmente definita in funzione della suddivisione alla quale ha partecipato.

(Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto)

***

drago-arcobaleno

L’arcobaleno è un Mostro cannibale, un Drago o un Serpente insaziabile che tutto divora – se è il caso, anche i «figli» suoi. È un perverso, dunque, perché indifferente a ogni codice «morale». È da questo punto di vista, una Bestia – né più né meno di quanto è «bestiale» il Tempo che ci genera per consumarci una continuazione.
Perverso è il Continuo «senza morale», al di là del bene e del male. Perverso è il «linguaggio naturale», i cui movimenti interni non prendono mai la forma di una proposizione. Il «linguaggio» di cui ogni individuo vivente è dotato naturalmente è perciò, oltre che immorale, anche «illogico», al di là di ogni logica, sintassi e grammatica, «cose» di cui abbisogna invece ogni «lingua».

Preso nella sua totalità, il linguaggio è multiforme ed eteroclito; a cavallo di parecchi campi, e ad un tempo fisico, fisiologico e psichico, esso appartiene al dominio sia individuale sia sociale; non si lascia classificare in nessuna categoria di fatti umani,  perché non si sa come enuclearne l’unità.
La lingua, al contrario, è in sé una totalità e un principio di classificazione. Dal momento in cui le assegniamo il primo posto tra i fatti di linguaggio, introduciamo un ordine naturale in un insieme che non si presta ad altre classificazioni
(Saussure).

La lingua ha una sua «logica», ogni lingua è una piuma delle infinite piume che fanno tutte le sfumature «linguistiche» possibili.
La lingua introduce la morale nella perversione naturale del linguaggio. Impone una totalità «uniforme» laddove vigeva il «multiforme». Detta un «colore» laddove la policromia sguazzava nella sua propria lussuria.
La Lingua, quale essa sia, ha solo da suturare la ferita – o solo da annodare il cordone surreal-arcobaleno-rotolaombelicale – nel «luogo» del suo distacco, nella Grande Separazione dal Linguaggio Naturale allorché ogni specie vivente acquisì una propria «dote» linguistica.

L’arcobaleno [di tutte le lingue del mondo, di tutte le specie viventi] è il Continuo Perverso, è l’Eteroclito, il Reale al di là di tutte le parole di tutte le lingue, al di là di tutti i segni di tutte le significazioni possibili.
È lo Sfuggente, l’Indicibile, l’Apofatico, il Misterioso, lo Sconosciuto: ci fa nascere e morire, ci genera e ci uccide. È il Mostro Cannibale per eccellenza: è il Tempo, direbbe per esempio sant’Agostino. È Kronos che divora i figli suoi, avrebbero detto i Greci antichi. E avrebbero aggiunto subito dopo che i figli si vendicarono castrandolo.

Si può dunque «castrare» il Tempo? e come, se non «castrando» la sua naturale perversione, la sua naturale vocazione ad avvelenarci e a infettarci, ad ammaliarci e ad ammalarci?
Dici Tempo, dici Arcobaleno, dici Continuo indiscernibile – dici la Questione di Vita e di Morte. Chi mi dà vita, mi vuole morto. Sappiamo solo questo: quale che sia il nome con cui lo chiami, è il Crudele, il Mostro, il Minotauro, non conosce limite alla sua Fame. Tutto il mondo è pieno della sua «divina» voracità.

È così che il Continuo, da sé, si spezza: mangiando Se Stesso. Così, pur conservando tutte le sfumature della sua naturale perversione, crea dei grandi vuoti, dei vasti spazi, distanze e differenze, all’interno della sua stessa continuità.
Le Specie viventi si differenziano: ciascuna è un «discreto» vivente, al cui interno però il «cromatismo» continua a imperversare. Tra un individuo e l’altro tornano a comparire le piccole sfumature, le somiglianze, i sosia. E tuttavia ogni individuo è, a sua volta, un «discreto», un «differente» da tutti gli altri, una «piuma», una «totalità», un «mondo», all’interno del quale la perversione non cessa mai d’imperversare. Rimossa, è ancora là.

piumaggio-pappagallo

Lévi-Strauss la chiama la «dialettica dei piccoli e dei grandi intervalli», de Saussure l’aveva tempo prima provata a farla ruotare intorno al Segno – ossia intorno a quell’«unità semiotica» che egli ipotizzava essere già all’opera nel Linguaggio naturale, e da qui «ereditata» dal Segno linguistico. Una sorta di Ombelico, appunto.
Se però dall’etnologo e dal linguista passi al filosofo o all’analista, la puoi vedere all’opera anche lì – questa dannata dialettica. Da loro sentirai dire che l’Oblio divora i figli suoi, che non c’è memoria fino all’alba di coscienza, e che quest’alba ha dovuto fare uno stacco dalla Notte della sua perversa sonnolenza. La Notte stessa si è dovuta disgiungere dal suo notturno sterile trantran per «partorire» un indimenticabile figlio dell’Oblio, come una traccia, la sola, che riconduce al suo Mistero.

In fondo, da un libro all’altro – cambia completamente lo scenario, però … torna quel segno, ricompare quell’attributo: perverso.
Perverso, dice Lacan, è tutto ciò che non giunge alla Parola, tutto ciò che giace nei bassifondi del «non-detto», del «non scandito», del «non misurato». Tutto ciò che ha vergogna a venire allo scoperto in un nome, a impegnarsi in un patto linguistico.
Come si vede, non è di un criterio morale che bisogna armarsi per afferrare a che cosa alludano tutti questi appelli al perverso, al molteplice, al multiforme e all’eteroclito, surreal-Eva-meladisseminati in più ambiti del nostro Sapere.
Se l’arcobaleno ci avvelena e ci uccide, è perché non è «detto». La questione riguarda dunque il logos, e tuttavia non è neanche una questione di logica. È una questione di frontiera tra Silenzio e Rumore.

La policromia, l’infinita gamma di rumori naturali, di voci e suoni, non fa che divorare nel suo sconcertante disordine all’infinito ogni senso, ogni possibilità di una logica, di un ordine, di una classificazione. Solo una strozzatura, solo una riduzione – a sette colori, a sette note, a sette stelle, a sette vocali, ecc. può «generare» una lingua, un discreto linguistico, un minimo di coscienza. Solo uno stacco, sia pure immaginario e illusorio, dal molteplice può metterci sulla via di una Totalità – ponendo fine, illusoria s’intende, agli innumerevoli, a partire da qualcosa che «conta» (in tutti i sensi: che fa di numeri, e che racconta).

L’arcobaleno, Signori, può essere pure lui «ucciso». Esso non solo significa il Tempo, il Veleno, l’Es, l’Ingannatore – ma può, a sua volta, essere significato, essere a sua volta ingannato, da un suo «discreto» vivente. Esso è significante del veleno con cui intossica ogni «logica» possibile, ma può cadere vittima del suo stesso avvelenamento, essere cioè significato dalle piume degli uccelli che lo «fanno a pezzi» (chi è rosso, chi verde, chi giallo, chi blu).
L’arcobaleno, il Tempo, è la materia prima, incosciente e analfabetica, di tutte le lingue di coscienza che lo misurano, lo cronometrano e lo fanno a pezzi, e così il pezzo di cui ciascuna lingua si appropria, quel pezzo di perversione naturale diventa il mezzo per significare anche il linguaggio che l’ha generata.

Le piume di tutti gli uccelli significano l’Arcobaleno.
Ogni piuma gli dà il significato alla portata del suo frammento colorato. Ogni lingua lo chiama con le corde vocali di cui dispone, solo cioè nel limite della banda di frequenze surreal-orologio-moscioalla portata della sua fonazione. Ogni parola non è che un atomo di mondo, eppure in ogni atomo sta tutto il mondo.
Non più i molteplici, gli innumerevoli, ma questo mondo che è il solo che conta. Questo mondo, di cui ciascun rumore arriva a dire però solo quel poco che riesce a strappare alla sua naturale perversione, e solo se non si vergogna a convertirlo alla Legge Sintattica di una lingua umana.

Tutto il nostro Sapere, in fondo, non è che una produzione e riproduzione di significanti, la cui policromia da una lingua all’altra, la cui varietà da un individuo all’altro, il cui variegato piumaggio all’interno della lingua di ciascun individuo, non significa altro che Lui.
Non scandisce che una nota del Tempo.
Non esibisce che un colore dell’Arcobaleno.
In questa nota, a volte, nel suo unico colore è possibile percepire tutto il mondo. Ma questo tutto, non ce lo dovremmo scordare, è solo uno dei molteplici che morde la catena a cui la nostra lingua prova a tenerlo a freno. È solo uno dei perversi, che si è lasciato convertire a significare il Bene e il Male.