Caucaso – Soslan nel Paese dei Morti

Una sera, mentre Soslan sedeva nella Grande Piazza, Uryzmæg tornò dalla caccia, con la testa bassa tra le spalle alte.
«Perché sei triste, Uryzmæg?», chiese Soslan.
«Ho viaggiato molto – rispose Uryzmæg – ma mai ho avuto una simile avventura. Ero a caccia, oggi, tra i canneti. D’un tratto, i raggi del sole cadono su un cervo con le corna a cerva-fuocodiciotto rami. Mi avvicino a portata di freccia e preparo l’arco: al momento di tirare, ecco le mie frecce volare via da tutte le parti, non ce n’è più una nella mia faretra! Prendo la spada, mi slancio: al momento di colpire, ecco la spada che mi salta via dalle mani, e dio sa che ne è di lei. Intanto, il cervo si rialza e si mette a correre. A lungo l’inseguo, ma prova a trovarlo! Bruscamente, scompare sotto terra, e che cervo! Tutto il suo pelo era d’oro».

Quella notte, Soslan non poté dormire. Si girava senza posa su un fianco e sull’altro. Nell’ora in cui il giorno si separa dalla notte, si buttò il mantello sulle spalle, prese l’arco e la faretra, cinse la spada e scese correndo al canneto dove Uryzmæg aveva incontrato il cervo.
Quando il sole si levò, i suoi raggi caddero sul cervo. Il cervo era coricato e ruminava tranquillamente. Il suo pelo rifletteva la luce in sottili fili d’oro che pungevano gli occhi di Soslan.

«Se riesco a prendere questo animale – si disse Soslan – quale non sarà la mia gloria nel paese dei Narti!».
E di erba in erba strisciò silenziosamente fino a portata di freccia. Armò l’arco. «Dio – egli disse – fa’ che non mi sfugga questa selvaggina!». Ma proprio quando stava per tirare, cosa vede? Tutte le sue frecce disperse, non ce n’è più una nella faretra! Il cervo però non si era mosso.
«Non sopporterò questa vergogna!», disse Soslan, e prendendo la spada corse verso l’animale. Immediatamente questo balzò verso la Montagna Nera.
«Non lo lascerò andare!», disse Soslan, e si lanciò all’inseguimento.

Il cervo salì sulla Montagna Nera e scomparve nell’apertura di una caverna. Non era altri che la figlia del Sole, Acyrûxs, la cui educazione era stata affidata dal padre a sette giganti.
Soslan entrò dietro di lei nella caverna e vide un gran castello di sette piani e, vicino, un padiglione per gli ospiti. Era il castello dei sette giganti.
donna-cervaSoslan penetrò nel padiglione e si sedette. Staccò dal muro una fændyr a due corde e si mise a suonare delle arie meravigliose. Suonò così bene che le bestie selvatiche e gli uccelli del cielo si radunavano per ascoltarlo, i muri del castello danzavano e le montagne, di lontano, accompagnavano la musica.

Vennero due ragazzi.
Senza smettere di suonare, Soslan disse loro: «Io sono il narte Soslan, e non so vivere senza mangiare o senza battermi!».
I ragazzi corsero al settimo piano e dissero ai giganti: «Nel nostro padiglione c’è un ospite che suona la fændyr e dice: Io sono il narte Soslan, e non so vivere senza mangiare o senza battermi!»
«Correte a dirgli: Se ti occorrono cibo e bevanda, ti manderemo la Madre. Se invece è il combattimento che ti occorre, ti manderemo il Padre!».

I ragazzi trasmisero il messaggio e Soslan rispose: «Del cibo, per ora, che farmene? Ma, se è possibile, è il combattimento che mi occorre».
I ragazzi risalirono di corsa a riferire ai giganti la risposta di Soslan.
Allora i giganti uscirono dal castello, e per sgozzare Soslan affilarono le spade con le quali erano usciti dal seno della loro madre.
C’era, nel cortile, una grande tavola sulla quale uccidevano gli animali. Vi portarono Soslan, «questo cane, figlio d’un cane – dicevano – che non lascia pascolare in pace il nostro cervo», e lo stesero sulla tavola. Ma per quanto facessero forza con le loro spade, queste si intaccarono soltanto, senza scalfire la vittima.

Liberarono Soslan e se ne andarono a chiedere consiglio alla loro pupilla Acyrûxs, figlia del Sole.
«Abbiamo un ospite – le dissero – che pretende di chiamarsi Soslan; volevamo sgozzarlo, ma le nostre spade non hanno presa su di lui».
Udendo quel nome, la figlia del Sole disse: «Se è Soslan, allora è l’uomo che mi è destinato!».
I giganti chiesero: «Ma come sapremo che è veramente Soslan?».
«Soslan ha una macchia nera tra le spalle. Spogliatelo. Se vedete la macchia, allora quell’uomo è davvero Soslan».

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I giganti tornarono da Soslan, lo spogliarono: sulla sua schiena, tra le spalle, apparve la macchia nera. Essi avvertirono Acyrûxs.
«Dunque è proprio l’uomo che mi è destinato, il narte Soslan – disse lei. – Andate e siate cortesi con lui. Poi, accordatevi sul prezzo che vi pagherà. È un Narte, e perciò generoso, non abbiate paura di chiedergli molto».
I sette giganti tornarono da Soslan, gli batterono sulle spalle amichevolmente, lo chiamarono «nostro genero», gli dissero cose gentili e gli mostrarono la sua fidanzata, Acyrûxs, figlia del Sole. Poi sedettero e cominciarono a parlare del prezzo della fanciulla.

«Questo è il nostro prezzo – dissero: – un castello di ferro nero sulla riva del mare, con una foglia dell’albero Aza piantata ai quattro angoli; poi, tre centinaia di animali selvatici: un centinaio di cervi, uno di capre di montagna, uno di selvaggina di ogni specie».
Sentendo tali richieste, Soslan come avrebbe potuto non scoraggiarsi?
«Mai riuscirò a trovare tutto ciò», si disse.

Si alzò, tutto triste, la testa bassa tra le spalle alzate, tornò a casa e raccontò la sua avventura a Satana: «Acyrûxs, la figlia del Sole, la pupilla dei sette giganti, sarà mia moglie, ma questo è il prezzo che essi mi richiedono: un castello di ferro nero sulla riva del mare, con una foglia dell’albero Aza piantata ai quattro angoli; poi, tre centinaia di strega-Satanaanimali selvatici: un centinaio di cervi, uno di capre di montagna, uno di selvaggina di ogni specie. Non troverò mai tutto ciò, e tuttavia come rinunciare a sposare una fanciulla così bella?».

«Siediti accanto a me – disse Satana – e ascoltami. Se faremo come ti dirò, potremo trovare ciò che ti è richiesto. Costruire il castello di ferro nero è facile: basterà che tu porti con te il mio anello magico e tracci un grande cerchio in riva al mare, e, di per sé, un gran castello di ferro nero s’innalzerà nel cerchio. Poi chiederò per te un flauto a Æfsati: basterà che tu lo suoni dall’alto del castello e gli animali accorreranno spontaneamente da ogni parte. Ma le foglie dell’albero Aza non si trovano in nessun luogo di questo mondo, bisogna chiederle a Barastyr, il signore del Paese dei morti, e se non sarà la tua defunta moglie Beduha a chiedergliele, non le avrai».
«Allora addio – disse Soslan – vado nel Paese dei morti!».
Montò sul suo cavallo dagli zoccoli elastici e partì al galoppo.

«Vediamo – si disse Satana – se quel pazzo arriverà o no fino al Paese dei Morti!».
Preparò ogni sorta di bei cibi per l’offerta ai suoi morti, poi andò al margine del villaggio, a raccogliere un cadavere di gatto e un cadavere di cane, e fece offerta di tutto, del cattivo e del buono.
«Così – si disse – saprò se è veramente entrato nel Paese dei Morti!».

Chi potrebbe dire per quanto tempo Soslan camminò? Ma un giorno arrivò davanti alla porta del Paese dei Morti.
«Apri la porta, Amimon!», gridò al guardiano.
«Impossibile. Quando sarai morto, la porta si aprirà da sola, ma qui i vivi non entrano».
E non aprì la porta.
«Non è questo che ti chiedo – ribatté Soslan. – Presto, apri!».
«Tu sei forte, caro mio, e credi che tutto ti debba riuscire», disse semplicemente il guardiano.

Anonimo-giudizio-universale

Vedendo che Amimon non gli obbediva, Soslan sfondò la porta, e penetrò nel Paese dei Morti. Appena passata la porta, cosa vede?
Una moltitudine di uomini, con le armi protese, si lancia contro di lui, proferendo minacce: «Guai a te, Soslan, cerchiamo proprio te, e non ci sfuggirai!».
Ma invano si gettano su di lui: non possono colpirlo, le loro mani non possono raggiungerlo. Senza mostrare di badare a loro, egli continua il cammino.

Ma grande è il suo stupore. Il cammino è lungo, deve attraversare varie pianure, montagne, laghi, fiumi. Passando per una pianura, egli guarda: in gran numero, uomini sono appesi a degli alberi, chi per un piede, chi per una mano, chi per la lingua, chi per la gola, e sotto ciascuno dei ciottoli bruciano con alte fiamme.
«Soslan, liberaci! – gridano. – Salvaci da questo tormento!».
«A Soslan non è stato dato tale potere», egli risponde.

Ma quale non è il suo stupore! Arriva a un lago e guarda: mescolata a rane, serpenti e altre bestie ripugnanti, una moltitudine di uomini si tuffa e riemerge senza posa.
demoni-vizi«Soslan, siamo tuoi ospiti – gridano. – Salvaci!».
«Soslan è senza forza in questi luoghi», egli risponde, e prosegue il cammino.

Arriva a una pianura. Tutti i cereali del mondo, tutte le bestie domestiche e selvatiche vi si trovano riunite, e le bestie selvatiche pascolano tranquillamente accanto alle bestie domestiche, e le bestie domestiche non hanno paura.
Nella pianura passa un gran fiume, sulle cui rive cento fanciulle, tenendosi per mano, danzano la grande danza dei Narti, il simd. Davanti a loro sono disposti cibi inesauribili di ogni specie.

Quando le fanciulle vedono Soslan, mostrano la loro gioia: «Soslan, quale Genio, quale Spirito ti conduce? Senza dubbio è per il tuo valore che ci è stato di vederti; non è possibile, altrimenti, venire qui vestiti di una pelliccia».
«Datemi qualcosa da mangiare, ho fame!».
E lo trascinano nella loro danza. Soslan si mette tra le due più belle e, focoso com’è, stringe forte la mano a una di loro. Lei non dice niente. Ricomincia e, questa volta, lei non lo sopporta. Liberandosi bruscamente, afferra il danzatore per la spalla e lo getta nel mezzo del gran fiume.

Trascinato dal peso delle armi, Soslan va a fondo, riemerge e le chiama: «Ho agito male, perdonatemi!».
Decidono di perdonarlo. La fanciulla che aveva offeso lo tira fuori dall’acqua e gli dice: «Non ci si può comportare qui, come nel mondo di sopra».
«Ho fame, fatemi mangiare qualcosa», ripete lui.
«Resta con noi – dice la fanciulla – non pensare al mondo di sopra, e tutti i cibi che stanno davanti a noi e la cui sola vista ci sazia, sazieranno anche te, come noi, senza doverli mangiare».

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Soslan va avanti, e prosegue il cammino attraverso un labirinto di enigmi […] finché non giunge là dove si trova sua moglie Beduha, ma – orribile prodigio – di Beduha non c’è che il tronco, senza la testa.
Soslan scoppia in lacrime: «Perché la testa di mia moglie non è sul suo corpo? – chiede ai morti. – È per vedere lei che sono venuto …».
«La sua testa non tarderà a tornare», gli rispondono quelli.
Improvvisamente la testa compare e si riattacca al corpo.

«Che cos’hai – chiede Beduha. – Perché quegli occhi rossi? Perché piangi?».
«Come non piangere? quando sono arrivato e non ho trovato la testa sul tuo corpo, non ho avuto la forza di trattenere le lacrime».
Si abbandonano alla gioia di rivedersi, poi Beduha chiede: «Nessuno entra vivo nel Paese dei Morti. Quale Genio, quale Spirito ti ha condotto qui tutto armato?».
Soslan risponde: «Devo sposare Acyrûxs, la figlia del Sole, la pupilla dei sette giganti. Ma questo è il prezzo che mi hanno chiesto: tre centinaia di animali selvatici e, sulla riva del mare, un castello di ferro nero, con una foglia dell’albero Aza piantata ai quattro angoli. La mia forza basterà, nel mondo degli uomini, a erigere il castello di ferro e a riunire le Okusai-fantasmatre centinaia di animali. Quanto alle foglie dell’albero Aza, non se ne trovano nel nostro mondo, ma solo nel Paese dei Morti, e se non sarai tu a chiederle per me a Barastyr, signore di questo paese, io non le avrò».

«Le chiederò per te a Barastyr – disse Beduha – ma dammi qualche notizia di lassù».
«Beduha, tutte le stranezze del mondo è qui che sono riunite, nel Paese dei Morti!».
«Davvero? che cos’hai visto di così strano?».
E Soslan comincia a raccontare tutto quel che ha visto nel Paese dei Morti, enigma per enigma tutte le stranezze che sono cadute sotto i suoi occhi. Ma Beduha pazientemente gliele spiega una per una.
«Bene – dice Soslan. – Ora ho capito tutto, tranne una cosa: quando sono arrivato qui, la tua testa non era sul tuo corpo, perché?».
«È mai possibile che tu non capisca questo? La mia testa è sempre vicino a te. Da qui, io continuo sempre ad aiutarti. Quando hai voluto venire in questi luoghi, hai trovato la strada libera grazie a me, perché nessun vivente può penetrare nel mondo dei morti. Durante le tue spedizioni lontane, quando una nuvola nera passa sopra di te, sono io che vengo a proteggerti dall’ardore sfibrante del sole. Durante le tue battaglie, quando una pioggia torrenziale cade sui tuoi nemici, sono ancora io che vengo a dare la vittoria alla tua armata».

Poi Beduha andò a chiedere a Barastyr, signore dei morti, le foglie dell’albero Aza.
Le consegnò a Soslan e gli disse: «È grazie alla tua forza che sei entrato nel mondo dei morti, perché Dio non permette che un vivente vi penetri. Né permette di uscirne per raggiungere il mondo di sopra: una volta dentro, non puoi tornare sui tuoi passi. Tuttavia, mi basta chiudere gli occhi perché gli zoccoli del tuo cavallo si girino. Allora, vattene. I morti ti inseguiranno, per uscire con te. Ma quando guarderanno le impronte foglie-stilizzatedel tuo cavallo, vedranno che sono girate verso l’interno, e ognuno tornerà al suo posto. Sei un uomo pronto all’avventura, Soslan, un uomo presuntuoso, e non sarai capace di vivere una vita tranquilla. Mai mi hai dato retta, ma questa volta ti do un grave avvertimento: quando partirai di qui, qualunque tesoro tu incontri, prosegui per la tua strada senza neanche guardarlo!».

Beduha fece quello che aveva detto, e gli zoccoli del cavallo si trovarono girati. Soslan le disse addio, montò in sella e si diresse verso la porta del Paese dei Morti.
Capendo che qualcuno stava per andarsene, i morti si precipitarono dietro di lui. Ma, vedendo che le impronte del cavallo erano girate verso l’interno, pensarono che fosse qualcuno che entrava e ognuno tornò al suo posto.

Chi può dire per quanto tempo Soslan camminò? Ma, alla fine, arrivò davanti alla porta del Paese dei Morti.
«Apri!», disse ad Amimon.
«Soslan, una volta entrati nel Paese dei Morti, non è più possibile uscirne», rispose il guardiano.
Poiché Amimon non gli apriva, Soslan frustò il cavallo dagli zoccoli elastici e sfondò la porta.
Fu così che uscì.

Cammina, cammina, ed ecco che incontra sul sentiero un mucchio d’oro. Ma si ricorda dell’avvertimento di Beduha e passa senza toccarlo, senza neppure guardarlo.
Chi sa quanta strada fece prima di vedere una coda di volpe tutta d’oro? Non prende neanche quella, nemmeno la guarda.
Cammina, cammina e scorge un vecchio berretto.
«Perché obbedire a una morta? – si dice – e perché privarmi di tanti tesori?».
De-chirico-Ippolito-cavalloNon può trattenersi e raccoglie il berretto.
«Lo porterò alle nostre fanciulle, servirà loro per pulire i bordi della macina del nostro mulino!». E si infila il berretto nella cintura.

Proseguì il cammino e, non lontano dal villaggio dei Narti, arrivò in una landa coperta di canneti. Mise piede a terra, attaccò il cavallo a un albero, gli tolse la sella e cominciò a colpirlo con tutta la sua forza con un ramo spinoso, finché il sangue colò da ogni parte.
«Presto, dimmi da dove ti verrà la morte! – gli disse. – Altrimenti, continuerò a tormentarti».
Il cavallo non rispose.

Furioso, Soslan strappò un grande albero con le radici e lo spaccò in pezzi minuti sulla testa del cavallo. Allora il cavallo non poté che obbedire: «La morte – disse – non mi verrà che dai miei zoccoli: se non verranno bucati dal basso in alto – continuò – non sarà possibile uccidermi, perché ho gli zoccoli elastici. Quanto a te, da dove ti verrà la morte?».
«Tutto il mio corpo è d’acciaio – rispose Soslan – tranne le ginocchia che sono rimaste di carne. È la Ruota di Balsæg che mi ucciderà: se non passerà sulle mie ginocchia, non sarà possibile uccidermi in altro modo».
«E allora – riprese il cavallo – che Dio ti perdoni! Siamo perduti, tu e io. Il vecchio berretto che hai infilato nella tua cintura, guarda un po’ dov’è adesso! Era il figlio di Gætæg, l’astuto Syrdon!».

Soslan si guardò la cintura: il vecchio berretto non c’era più! Allora capì perché Beduha gli aveva raccomandato di non raccogliere i tesori che avrebbe incontrato sulla sua strada.
Dopo aver sentito da dove doveva venire la morte a Soslan e al suo cavallo, Syrdon era balzato via dalla cintura ed era corso nel mondo sotterraneo a chiedere delle truppe al re dei diavoli.
«Soslan, quel bevitore del sangue dei Narti – gli disse – ripone tutta la sua fiducia nel suo diavoli-paintcavallo, e a questo la morte non può venire che attraverso gli zoccoli. Dammi perciò delle truppe di arcieri capaci di tirare dal basso in alto!».

Il re dei diavoli gli diede gli arcieri che chiedeva. Da sotto terra, essi tirarono dritto verso l’alto, negli zoccoli del cavallo, e lo uccisero.
In punto di morte, il cavallo disse al suo padrone: «Muoio. Ma se tu mi scortichi, se riempi la mia pelle di paglia, e se ti rimetti in sella, chissà, forse potrò ancora ricondurti a casa».

Soslan scorticò il cavallo, riempì la pelle di paglia, rimise a posto la sella, vi si sedette sopra e continuò la sua strada.
Ma Syrdon aveva udito le parole del cavallo. Senza perder tempo corse sottoterra e disse bruscamente ai diavoli: «Presto, diavoli, fate arroventare al fuoco le punte delle vostre frecce e tirate!».
I diavoli scaldarono le punte delle loro frecce. Quando furono arroventate, ricominciarono a tirare in alto, verso la terra. Le frecce raggiunsero il ventre della cavalcatura di paglia che prese fuoco e bruciò completamente.

Soslan tornò a casa a piedi, la sella sulle spalle. Raccontò a Satana tutto quel che aveva visto tra i morti, e lei non dubitò che egli avesse compiuto il viaggio. Gli diede il suo anello magico.
Egli lo portò in riva al mare e tracciò con quello un largo cerchio nel quale sorse il grande castello di ferro nero. A ognuno degli angoli piantò una foglia dell’albero Aza.
Poi Satana chiese per lui un flauto a Æfsati. Quando lo suonò, tre centinaia di animali selvatici si precipitarono verso il castello: un centinaio di cervi, un centinaio di capre di montagna, un centinaio di selvaggina d’ogni specie.
Vedendo riuniti gli oggetti che avevano richiesto come prezzo della fidanzata, i sette giganti diedero in sposa a Soslan la loro pupilla, Acyrûxs, la figlia del Sole.

(Fonte: Dumézil, Il libro degli Eroi)