Ceccardo il Vecchio – La traccia, madre e figlia

Non semel quaedam sacra traduntur: Eleusin servat, quod ostendat revisentibus.
(Seneca, Quaestiones naturales VII, 30, 6)

Non basta una sola volta perché alcune cose siano tramandate come sacre: Eleusi ne serba alcune per mostrarle a coloro che ritornano.

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Non semel: non una sola volta, non basta «scriverla» una sola volta. Perché una «traccia» sia rintracciabile, perché dia un «tracciato», bisogna ritornarci sopra, si deve cioè riscriverla, anagrammarla.
Perché sia «tramandata», ci dice Seneca, per essere tramandata e insieme «consacrata», traccia-pavoneuna traccia deve rivisitare un’altra, ripassarla e, insieme, sentirsi la sua Eleusi – il suo punto d’arrivo, la sua meta. Una traccia è «sensata», solo se è l’Occidente di un Oriente, solo se ha un precedente a cui scippare la primogenitura.

Il «c’era una volta» (a cui è «appesa» quella che i Filosofi pomposamente chiamano la costituzione d’essere di un soggetto) non si fonda su una sola traccia, su un singolo significante, ma sul tragitto che quel significante percorre, sulla sequenza dei suoi spostamenti, sui posti in cui di volta in volta lo si ritrova o lo si perde di vista.
Al significante non si può chiedere di significare altro che i luoghi entro cui gioca a nascondersi e mostrarsi. Non ciò che mostra o nasconde, è importante – ma dove, il «posto», la «tesi» dove hanno luogo i suoi giochi di prestigio.
È importante dove, migrando, esso si perde e si ritrova.

Eterno gioco di presenza – assenza. Di abbondanza e povertà. È il gioco che si pretende da tutti i significanti: essi devono errare da un grado d’intensità all’altro, da un polo all’altro della tensione che li anima, per arrivare a mostrare un tracciato, e il tracciato che mostrano, è perciò necessariamente errabondo, vago, incerto, indecidibile, instabile.
Se lo fissi in un «significato», se l’inchiodi a una «verità» (se insomma lo tratti alla stregua di un «oggetto»), se lo snaturi e lo costringi a ripetere sempre lo stesso ritornello – il significante non «canta» una sola strofa del suo proprio incantesimo.
O forse: la canta, ma tu non la senti. Non la senti più, dacché sei preso dai «significati» a cui ti ha permesso di approdare. Tu, come i marinai di Ulisse, non ascolti più le antiche sirene.

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De Chirico – Tritone e Sirena

Il significante non è un oggetto, e ancor meno è un oggetto statico, quieto, fisso, immobile, sempre fermo al solito posto. Non è un caso se il Re Pescatore, il Maestro cioè del santo Graal della significazione, è di nome e di fatto infermo. Tienilo a mente! Non c’è un grado n della sua «potenza» (eppure la sua è potenza di Re, non di un servo qualunque) che sia però capace di mantenere eternamente acceso il fuoco del suo delirio: prima o poi, anche la fiamma più avvampante scema. Prima o poi, l’onnipotente incontra un’impotenza. Inciampa in un inferno. Si trova a essere sorpreso in una diminuzione del suo fuoco, in una scemenza del suo potere creativo. Il Re, prima o poi, si trova a non raccapezzarsi più tra le oscillazioni del suo umore. Lo stesso «segno» va su e giù: e se una volta ardeva e significava il paradiso, ora invece è quasi cenere e significa a stento l’infimo rango della melanconia in cui il Re è decaduto.

E dunque: è sempre lo stesso Re, è il suo castello che è andato in rovina! È sempre lo stesso segno, quello del Re Pescatore, ma non significa altro che quella decadenza dalle castello-cascatastelle alla stalla che affligge ogni povero cristo allorché nasce al simbolismo del linguaggio umano.
Nello spostamento da un luogo all’altro, la «traccia» cambia colore, si apre a nuovi rimandi simbolici: la Madre era «in paradiso», la Figlia è precipitata «all’inferno».
La traccia «madre», Demetra, come la «tracciano» i Cherokee, passava un tempo per lo zenit celeste. Dacché però sua Figlia è stata morsa dal serpente, quel «posto» è vuoto: su quel Trono non siede più la Figlia del Sole. Ora quella è la traccia dell’Assenza.

Da Madre a Figlia è disegnata solo una traiettoria. È ciò che non dobbiamo perdere di vista. Uno stesso segno (la Donna) si sdoppia, si rende capace di ubiquità, in modo da essere, insieme, l’oriente e l’occidente dello spazio che abbraccia.
Tutto lo spazio che abbraccia il suo mondo, il Segno lo sdoppia. Non c’è più solo il mondo dei fatti, ma c’è in più quest’altro mondo: il mondo in cui quei fatti contano e si raccontano – il mondo della Parola Umana. Non c’è più solo un dramma, un evento, un momento – ma c’è anche (o forse innanzi tutto) la sua narrazione, la sua messa a verbale, la sua registrazione. Non c’è più solo il mio corpo, ma anche la sua tomba – dice Platone. Non c’è più solo la mia immagine allo specchio – direbbe Narciso. – Ora c’è la sua immagine che mi riguarda.

A ciascuno la sua trappola! – disse una volta un cerimoniere di Eleusi, uno di quei «cantori», gli Eumolpidi, di cui nient’altro sappiamo se non che usavano andare a «gettare in mare» la loro voce infantile: vi andavano probabilmente a deporre gli strilli, gli eccessi, i gridi della foresta, tutti i «fonemi naturali» di cui – una volta iniziati al canto – avrebbero fatto a meno.
Dal linguaggio a una lingua, direbbe forse de Saussure.
A ciascuno la sua esca! – disse di certo il Re Pescatore, e docili o infuriati, tutti i pesci alla sua Rete si arresero.

Ciascuno cade e ricade nel solito fosso che l’inconscio del linguaggio gli scava sotto i piedi. Dipende da questa o quella lettera dell’alfabeto che usa, se arriva a farsi un’idea con cui distinguere le sabbie mobili dai precipizi.
In ogni caso, quale che sia questo alfabeto, deve esserci tra le sue lettere, per forza di cose, almeno una «traccia» (vaga e indeterminata finché si vuole), il segno di una «cicatrice» (per quanto lungamente curata dai migliori dottori del mondo), memore della ferita antica.
Perché ciascuno di noi è stato ferito nel suo linguaggio naturale, allorché ne ha dovuto gettare a mare tutte le lettere in eccesso – tutte quelle che non poteva cantare sulla pubblica piazza: tutte quelle che Ulisse ha dovuto udire da solo, mentre i compagni s’erano turate le orecchie!

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Helmut James Draper – Ulisse e le Sirene

Pecca d’idolatria chiunque, come Narciso, insiste a vedere l’icona – e non vede il luogo della sua apparizione. Chiunque fissa il significato del segno che ha di fronte, e si rifiuta all’evidenza della sua mobilità (in diacronia e in sincronia, come ci ha insegnato a dire de Saussure). Chiunque si appella sempre e solo ai fatti, e non si lascia nemmeno sfiorare dal sospetto che quei fatti (i fatti «nudi e crudi», i fatti che franano come quelli che precipitano) egli se li è da se stesso eclissati quando ha messo piede sulla soglia del Discorso Umano.
Quei «fatti», egli se li è censurati perché troppo crudeli; quella mela, se l’è vietata perché troppo tossica. Ora, può pure mangiarla, ma dopo averla cotta al fuoco della Parola Pubblica.

C’è là, dove la foresta finisce, dove finisce il mondo dei fatti, proprio là c’è l’eco dei fatti, l’eco delle voci della foresta. Là c’è l’esca, là è pronta la trappola: avanti un altro! Là surreal-assordatocomincia la magia della Parola Umana. Sopra i fatti è steso il velo della narrazione dei fatti.
Non più i fatti in sé, ma – come dice Wittgenstein – i fatti nello spazio logico sono il mondo. I fatti così come sono detti – sono il mondo umano. I fatti così come sono «chiacchierati», sono tutto l’Umano.

La Madre (la Metafora senza significanti, il linguaggio inconscio) ha messo al mondo la Figlia: la parola dell’Uomo. E non l’ha fatto una sola volta, anche se una sola volta la parola nasce e muore – perché nasce e muore sempre della stessa «nascita-e-morte» attraverso cui l’Uomo e la sua ferita si tramandano e si riproducono, si tradiscono e si rinnovano: fin dove e fino a quando a nessuno è dato sapere. E se pure lo sapesse, non saprebbe mai il fatto, ma sempre la narrazione del fatto: costruirebbe una proposizione logica sul fatto, o disegnerebbe una mappa intorno al luogo del fatto. Ma nient’altro.
Dalla Madre alla Figlia non è che un tracciato! Dalla Madre con Figlia alla Madre senza Figlia, non è che un mutamento d’umore inscritto nello stesso Segno! Nel linguaggio nulla è fermo! Nella descrizione di un dramma, il dramma stesso si trova a essere spostato altrove: continua a essere quel dramma, ma in più è pure (ma sarebbe meglio dire: innanzi tutto) il dramma narrato.
Se lo volessimo mettere in scena, dovremmo ambientarlo sul limitare della foresta! E per chiarezza dovremmo aggiungere che la foresta è la Metafora senza significanti – il passato inconscio del linguaggio umano.

La narrazione doppia il dramma con un commento senza il quale non ci sarebbe possibile una messa in scena. Diciamo che l’azione ne resterebbe, propriamente parlando, invisibile dalla sala – oltre al fatto che il dialogo ne sarebbe, espressamente e per i bisogni stessi del dramma, vuoto di qualsiasi senso che vi si potesse rapportare per un uditore: in altre parole, che del dramma non potrebbe apparire nulla, né alla ripresa né alla registrazione, senza l’illuminazione, a volo radente, se così si può dire, che la narrazione dà a ogni scena dal punto di vista che aveva uno dei suoi attori mentre lo recitava
(Lacan, La lettera rubata)

La Madre, la prima traccia, diventa significativa solo dopo che ha generato una Figlia. Il fatto diventa un «fatto» solo nello spazio logico che gli schiude la sua «narrazione». Il «corpo» diventa un corpo umano solo una volta divenuto segno e tomba di se stesso.
E la sua immagine?
L’immagine di Narciso?
Ma come? – non s’era capito? è la foto sulla lapide.

La traccia diventa sacra solo quando rimanda «fuori di sé» a un’altra, altrettanto «errante», a un’altra che la «significhi» da occidente, che la «santifichi» mentre tramonta.
Bisogna essere a occidente per dire: guarda, quello è l’Oriente!
Bisogna inciampare in un inferno, per sapere di provenire dal paradiso.
Perciò non basta una sola volta (semel), non basta Semele – non basta Maria la Sterile (cfr. Vangelo di Filippo). La Madre deve partorire il suo «doppio».
Allora, la prima volta che c’inciampammo, la pietra non era né sacra né profana. Vi inciampammo e non ridemmo, allora! La consacrammo e la tramandammo, solo quando ci tornammo. La riconoscemmo: non era né Demetra né Core, era Eleusi! Non era né la Madre né la Figlia del Sole: era solo una ferita che ci bruciava. Non era né il Primo né l’Ultimo Giorno, era la pietra angolare del nostro «c’era una volta».

(Ceccardo il Vecchio, Opus imperfectum ad Mattheum)