Arekuna – Origine dei veleni da pesca

Stanca dei pianti del figlio, una madre l’abbandona in pasto alla volpe. Questa lo raccoglie, lo alleva e lo nutre, ma una femmina di tapiro se ne impadronisce. Il fanciullo cresce, completamente coperto di zecche, le «perle» del tapiro.
tapiro-chiazzatoUna volta divenuto adulto, la donna tapiro se lo sposa, e gli insegna il diverso significato che gli esseri e le cose hanno per i tapiri: per es. il serpente velenoso per loro è una pietra da focolare, mentre il cane è un serpente velenoso …

Un giorno, la femmina, divenuta incinta, devasta la piantagione dei genitori del marito. Poi sollecita il marito a fare visita ai suoi, e gli consiglia di tenere segreta la loro unione.
Il ragazzo è accolto calorosamente, ma il fatto che egli sia coperto di zecche stupisce tutti. Il giovane afferma di essersi smarrito nella foresta.

Il giorno seguente, si scopre che la piantagione è stata devastata, e che ci sono le tracce del tapiro: si decide allora di uccidere l’animale.
Il giovane si vede a quel punto costretto a confessare la verità: che il tapiro è sua moglie, e che per giunta è incinta. Perciò, se vogliono, possono anche ucciderla, avendo cura però di non colpirla al ventre; magari alla spalla, alla testa o alle gambe, ma non al ventre. Si raccomanda perciò alla madre: che vada appresso ai cacciatori, per estrarre il bambino dal corpo della bestia non appena sarà morta. Il bambino, dice, non deve morire, perché provvederà in futuro al loro sostentamento.

La madre, come il figlio aveva preannunciato, deve effettivamente constatare che, ogni volta che fa il bagno al bambino nel fiume (in segreto, secondo la raccomandazione del figlio), i pesci muoiono in grande quantità. Pertanto, quando non ha nulla da mangiare, le basta andare al fiume a lavare il bambino.
I cognati dell’eroe, però, si chiedono quale sia l’origine di questa misteriosa abbondanza di pesce, e fanno spiare la suocera da alcuni animali. Essi scoprono così il segreto della bagno-fiumevecchia. E, poiché ormai lo sanno tutti, da quel momento il bagno del bambino e la raccolta di pesci morti si svolgeranno pubblicamente e con l’aiuto di tutti.

È così che gli uccelli piscivori vengono a sapere che il bagno del fanciullo assicura una pesca miracolosa, e insistono col padre perché immerga il bambino nell’acqua, e non già di un ruscello, ma nel bacino ai piedi di una cascata, dove il pesce è più abbondante. Così potranno sfamarsi tutti.
Spaventato, il padre protesta: «Ucciderete mio figlio!». Ma l’insistenza degli uccelli è tale che, alla fine, non potendone più, il padre, il figlio e tutta la famiglia vanno a ispezionare il bacino.

Qui, sotto gli occhi di tutti gli uccelli che, affamati, si sono dati convegno, essi verificano che il luogo è effettivamente pieno di pesci. Allora il padre ordina al figlio di tuffarsi, ma il ragazzo teme l’acqua profonda e minacciosa.
Il padre insiste, e il ragazzo, sia pure sdegnato, si getta in acqua e s’immerge più volte, finché il padre non gli dice: «Basta, figlio mio! Ci sono molti pesci morti! Ora torna!».
Ma il ragazzo, per dispetto, non gli dà ascolto. E i pesci morti si accumulano sempre più numerosi intorno a lui, tanto che a stento il ragazzo riesce a raggiungere a nuoto una roccia in mezzo al bacino, dove si corica sul ventre senza dire una parola.

Dopo un po’, il ragazzo comincia a sentire freddo, perché s’era gettato in acqua cocente di rabbia e tutto sudato. E, mentre uomini e uccelli sono intenti a raccogliere i pesci morti, egli silenziosamente muore.
Muore perché, durante una delle sue immersioni, Keiémé – che è l’arcobaleno, sotto forma di un grande serpente d’acqua – l’aveva ferito con una frecciata. Keiémé è il nonno degli uccelli acquatici; la porta della sua dimora sotterranea si apriva sul fondo del bacino, dove si svolgeva la pesca fatale.

uccelli-oasi

Kulewénte (è il nome del padre del ragazzo) rimprovera amaramente agli uccelli d’aver causato la morte di suo figlio, e li invita a vendicarlo.
Uno dopo l’altro, gli uccelli tentano di giungere sul fondo del bacino, ma senza successo. Dopo di loro, ci provano anche gli uccelli di terra e i quadrupedi, ma tutti egualmente falliscono.

Rimangono solo tre uccelli, che s’erano fino a quel momento tenuti in disparte, non avendo chiesto nulla al padre, e quindi non avendo nessuna responsabilità nella morte del figlio.
Tuttavia, essi si offrono lo stesso per tentare l’impresa, si tuffano e uccidono Keiémé sul fondo dell’acqua. E con una liana legata al suo collo, uomini e animali riescono a trascinare il Mostro sulla terraferma. Lo scuoiano e lo tagliano in tanti pezzi che poi vengono distribuiti.
A seconda del genere e del colore della porzione che tocca a ognuno, gli animali acquistano il grido, le particolarità anatomiche, il pelo o il piumaggio, che saranno ormai la prerogativa di ogni specie.

Kulewénte mette il corpo del figlio in un cesto, poi se ne va. La nonna prende il fardello e comincia a camminare a caso. Dal cesto cola del sangue, poi pezzi di carne decomposta, dando origine al timbó, da cui sono estratte le due varietà di veleno da pesca. Le ossa e i genitali forniscono la varietà debole, il resto del corpo la varietà forte.
La nonna si trasforma infine in ibis, mangiatore dei vermi di terra di cui gli uomini si servono come esca per pescare.

[fonte: Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto]