Thomas – La morte di Tristano e Isotta

Caerdin si mette in mare, e non s’arresta che per toccare la terra in cui cercare la regina Isotta, alla bocca del Tamigi. Risale il fiume con la mercanzia, ancora la nave in un porto nave-tempesta-paintal di fuori dell’estuario. Poi, con la barca, risale fino a Londra e giunge sotto il ponte.
Vi espone la mercanzia, e piega e dispiega i drappi di seta. […]
Ne ha di buoni e di rari. In mano tiene un astore e una stoffa di raro colore, e una coppa ben lavorata, cesellata a niello. Ne fa dono al re Marco, e gli dice con cortesia che è venuto nel suo paese con tutti i propri beni per ottenerne e acquisirne ancora: possa il re accordargli protezione nella sua terra, perché non debba soffrire prigionia né danno o onta da ciambellani e visconti!

Il re gli accorda leale protezione di fronte a tutte le genti del palazzo. Caerdin va quindi a parlare alla regina e a mostrarle la mercanzia. Porta in mano un fermaglio lavorato d’oro fino, il più perfetto, a parer suo, il migliore del mondo, e gliene fa dono.
«L’oro è molto fino», le dice.
Invero, mai Isotta ne ha visto di migliore. Allora Caerdin, toltosi dal dito l’anello che Tristano gli ha affidato, lo mette accanto all’altro gioiello, e dice: «Regina, vedete ora come l’oro sia più scuro di quello di quest’anello, che pure considero magnifico».

Appena la regina vede l’anello, riconosce Caerdin: il suo cuore trema, l’incarnato si altera; ella sospira con profondo dolore, ché teme di udire la novella che le reca. Lo prende in disparte, si informa se vuole vendere l’anello e quale somma ne richieda, o se ha altre mercanzie; e fa tutto ciò con sottile intento, ché vuole trarre in inganno i guardiani.
Infine Caerdin e Isotta sono soli.

«Signora – egli dice. – Ascoltate ora quel che vi dirò, e tenetelo bene a mente. Tristano, il vostro amico, vi invia amicizia, servigio e salute, come a dama e amica in cui sono la sua vita e la sua morte. Egli è il vostro uomo fedele, il vostro amico, e mi ha mandato da voi nel bisogno: vi fa sapere che mai troverà soccorso dalla morte se non per mezzo vostro, né salute né vita, signora, se non sarete voi a portargliele. È stato ferito a morte da uno anello-sposaliziostocco avvelenato: non riusciamo a trovare medici che sappiano curare il suo male; in tanti sono già intervenuti, tutto il suo corpo è stato maltrattato. Langue, vive nel dolore e nell’affanno; la piaga s’è infettata. Vi manda a dire che non può vivere se gli rifiutate il vostro aiuto. Ed è per ciò che vi supplica per mia voce e vi sollecita, per la fede e la lealtà che voi, Isotta, gli dovete, di non lasciare che alcuna cosa al mondo vi impedisca di andare subito da lui … Con lealtà vi invia questo messaggio e vi manda l’anello come pegno: abbiatene cura, egli ve lo affida!».

Quando Isotta ode il messaggio, ne ha angoscia nel cuore, e pena, e dolore e pietà, che mai ne ha provati di maggiori. Molto pensa e sospira e desidera Tristano, il suo amico. Eppure non sa come andare da lui.
Va dunque a parlare con Brangania e le racconta tutta l’avventura della ferita e del veleno.
E quando le ha rivelato tutto il suo tormento, decidono di affrontare il viaggio, e partono con Caerdin per curare la malattia di Tristano e soccorrerlo nel bisogno. […]

Tristano giace nel suo letto e langue per la ferita. Non v’è cosa che gli dia conforto. Tristano attende Isotta. La nave è ormai vicina alla riva, a bordo regna letizia e si veleggia con lieto cuore.
Ma ecco che da meridione si leva un vento che colpisce le vele e trattiene la nave nella sua rotta. Allentano le vele al vento, cambiano bordo: che lo vogliano o no, sono costretti a tornare indietro. Il vento si rafforza, solleva l’onda, il mare si turba sin nel profondo, il tempo si fa cupo, il cielo si copre, piove e grandina, si rompono boline e sartie. […]

nave-lune

Per tutto il tempo che dura la bufera, Isotta dà voce al pianto e al lamento. Sul mare, la tempesta e l’uragano infuriano per più di cinque giorni, poi il vento cade e ritorna il bel tempo.
Viene allora issata la vela bianca e si naviga in pieno vento finché, davanti agli occhi di Caerdin, scorre la costa di Bretagna. A tale vista tutti sono gioiosi e hanno il cuore lieto, e alzano ben alta la vela perché si veda da lontano se è la bianca o la nera.

Da lungi vogliono mostrarne il colore, ché ormai è giunto l’ultimo giorno fissato da Tristano quando essi sono partiti. Ma mentre veleggiano felicemente si leva la calura e cade il vento, sicché non possono procedere. Il mare è calmo e immobile, e così la nave, che va solo dove l’onda la porta, ed essi non hanno neppure la barca.
Grande è l’angoscia: vedono la terra vicina, ma non c’è vento con cui raggiungerla. Vanno dunque avanti e indietro, alla deriva, ora avanzando ora arretrando. Non possono fare alcun progresso e sono in grande impaccio.
Isotta ne è molto afflitta: vede la terra che ha bramato e non può raggiungerla: poco manca che muoia di desiderio. Sulla nave desiderano la terra, ma il vento che soffia è troppo debole. Spesso si lamenta Isotta la meschina.

Quelli che sono a terra desiderano la nave, ma ancora non la vedono: Tristano ne è dolente e stanco, spesso si lamenta, spesso sospira. Per Isotta che tanto ama, piange tutte Olbinski-Isotta-navele sue lacrime, il suo cuore freme, per poco non muore dal desiderio. E mentre è in tale affanno e in tal tormento, la moglie Isotta si presenta da lui.
Meditando grande inganno, dice: «Amico, Caerdin è in arrivo. Ho scorto la sua nave sul mare, m’è parsa veleggiare a gran fatica, pure l’ho vista sì bene che l’ho riconosciuta. Dio voglia che porti notizia che sia di conforto al vostro cuore!».

Tristano trasale e dice a Isotta: «Mia bella amica, sapete per certo se sia la sua nave? Ditemi che vela alza».
«Lo so per certo – risponde Isotta. – Sappiate che la vela è tutta nera. L’hanno levata ben alta perché non hanno vento».
Di ciò Tristano ha tale dolore che mai ne ha provato di più grande, né mai ne proverà; volta il viso verso la parete, e dice: «Dio salvi Isotta e me! Poiché non siete voluta venire, devo morire per il vostro amore. Non posso più trattenere la vita. Isotta, bell’amica, muoio per voi. Non aveste pietà del mio male, ma proverete dolore per la mia morte, e ciò, amica, mi è di grande conforto».
Tre volte dice «Isotta amica», alla quarta rende l’anima.

Nella casa piangono i cavalieri, piangono i compagni. Alte sono le grida, grandi i pianti. Si levano i cavalieri e i sergenti, e traggono il corpo da letto; poi lo adagiano su un drappo di sciamito e lo coprono con broccato di seta a strisce.
Sul mare intanto s’è alzato il vento; colpisce la nave tra le vele e la fa giungere a terra. Isotta sbarca e ode i grandi pianti che si levano dalla strada, e le campane dei monasteri e delle cappelle. Chiede alla gente perché vengono suonate, per chi siano quei pianti.

Un vecchio le risponde: «Mia bella signora, che Dio mi aiuti! Il nostro dolore è sì grande che mai alcuno ne provò di maggiore. Tristano, il prode, il leale, è morto: era il conforto del regno, era generoso coi bisognosi, il soccorso di chi provava dolore. È appena morto nel suo letto per una ferita ricevuta nel corpo. Mai in questa regione vi fu sventura più grande!».
Isotta sente la notizia e ne ha tale dolore che non può pronunciare parola. È sì dolente per questa morte che, discinta, corre per le strade avanti a tutti, verso il palazzo. Mai i Bretoni hanno visto donna di tale bellezza! Nella città ci si chiede da dove venga, chi possa essere.

Isotta-Tristano-morte

Isotta giunge là ove vede il corpo, si volta verso oriente e pietosamente prega: «Tristano, amico, ora che vi vedo morto non ho più motivo di vivere. Siete morto per amor mio, e io muoio, amico, di cordoglio per non essere giunta in tempo a curare voi e il vostro male. Amico, amico, nulla potrà più confortarmi per la vostra morte, né gioia né piacere né diletto. Sia maledetta la tempesta che, amico, mi trattenne in mare. Non potei venire per tempo; se fossi giunta vi avrei resa la vita, vi avrei parlato dolcemente dell’amore che c’è stato tra noi, avrei pianto la nostra ventura, la gioia, la follia e la sofferenza e il grande dolore che vi sono stati nel nostro amore. Tutto questo vi avrei ricordato, e vi avrei baciato, vi avrei abbracciato! E se non fossi riuscita a guarirvi, almeno saremmo morti insieme! Non potei giungere in tempo, né conoscere la vostra sorte: voi eravate già morto e io troverò conforto nel bere alla stessa coppa. Per me perdeste la vita, e io farò ciò che deve fare una vera amica: morirò per voi!».

Lo abbraccia e si corica accanto a lui, gli bacia la bocca e il viso e lo stringe molto stretto, corpo contro corpo, bocca contro bocca, e rende l’anima, e muore accanto a lui per il dolore che prova per l’amico.
Tristano è morto per il desiderio di lei, Isotta perché non poté giungere in tempo. Tristano è morto per amore, la bella Isotta per tenera pietà.

(Thomas, Tristano)