Hillman – La perdita di Anima

Secondo Jung, è l’Anima a fornire il nesso tra l’uomo e il mondo, e tra l’uomo e la propria soggettività interiore.
Anzi, l’Anima è la personificazione di quella interiorità e soggettività, del senso stesso surreal-ancora-sirenadella personalità. È l’archetipo di Anima a rendere possibile l’esperienza intesa come esperienza personale.
Jung definisce Anima come archetipo della vita, la personificazione che inconsciamente ci immette in più ampie collettività appartenenti sia al mondo interno sia a quello esterno. In questo senso parla sovente di Anima come del «fattore» che fa le proiezioni, come la Šakti e la Mâyâ che rendono vivo l’individuo.

La perdita di Anima, la depersonalizzazione, è la perdita del coinvolgimento personale e dell’attaccamento nei confronti di sé e del mondo.
Tutti noi probabilmente abbiamo vissuto esperienze di depersonalizzazione e derealizzazione, sia pure in forme meno estreme. Mi riferisco a quegli stati di apatia, di monotonia, di aridità e di stanca rassegnazione, a quel senso di non credere nel proprio valore e di non curarsene, il senso che niente conta o che tutto, fuori e dentro, è come svuotato.
Jung attribuisce questi stati all’archetipo Anima. Ma forse ora li possiamo vedere non più tanto come stati di Anima «negativa», quanto come lievi forme di depersonalizzazione, come una perdita d’anima, o quella che Jung chiama «perdita permanente di Anima».

La perdita di Anima è esperienza comune quando finisce una storia d’amore. Si ha allora una perdita di vitalità e di realtà, non solo riguardo all’altra persona, a quella storia, all’amore, ma anche riguardo a se stessi e al mondo intero.
«Non c’è più niente che sembri reale», «mi sento morto, vuoto, come un automa». Succede in tutti, uomini e donne: l’anima smarrita di Demetra, quando Core è rapita da un’invisibile potenza oscura, fa sì che tutto quanto il mondo della natura si arresti.

Ecco come Jung descrive Anima: «È un fattore nel senso proprio del termine. Non può essere fatta dall’uomo: al contrario, è sempre l’elemento a priori dei suoi umori, reazioni e impulsi, e di tutto ciò che esiste di spontaneo nella vita psichica. È qualcosa che ha vita propria e che non può mai essere completamente integrata con la coscienza, ma dalla quale piuttosto la coscienza emerge».

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Questa descrizione è in accordo con la nozione di anima nella latinità classica, dove essa connotava un’anima alito di vita, una forza generativa ubicata nella testa e associata col proprio genius individuale (il daimon personale dei greci). Non si riferiva alle funzioni specifiche della coscienza (pensiero, volontà, percezione, sentire, ecc.), né alla registrazione delle esperienze (attenzione), funzioni e attività che in seguito vennero a costituire l’Io.
La parola anima significava qualcosa di più profondo e indicava quindi, a somiglianza del termine greco psyché e dell’egizio ba, anche l’anima separata dalla vita (in relazione con la morte). Anima era la forza profonda e indefinita che sta dietro le varie specifiche funzioni coscienti della vita, un po’ come la descrive Jung nel passo citato. L’assenza di anima avrebbe influito perciò non tanto sulle funzioni della coscienza, quanto sul genius o daimon personale (quello che oggi in linguaggio tecnico viene chiamato «coefficiente personale»).

La depersonalizzazione presenta un’impressionante somiglianza con la «perdita dell’anima» descritta dall’antropologia. Tant’è vero che il termine depersonalizzazione è usato anche per indicare una filosofia dell’universo che non considera più le forze della natura come manifestazioni di agenti sovrannaturali o di dèi.
caput-cartapressataPerdita di Anima significa sia perdita dell’animazione del mondo interno, sia perdita dell’animismo del mondo esterno.

La connaturata abitudine dell’anima a «personizzare» è il terreno su cui fioriscono l’animismo, l’antropomorfismo e le personificazioni del linguaggio, della poesia e del mito; è il terreno dei sogni e della nostra esperienza delle figure divine.
Il nostro senso della personalità, il nostro attaccamento alle persone, tutte le credenze in un’immortalità personale e il nostro culto dei rapporti personali e dello sviluppo individuale riposano tutti sulla personizzazione, che a sua volta è un effetto dell’archetipo Anima.

L’assenza di Anima ci pone di fronte alle insondabili profondità dell’anima (e per Eraclito la profondità è caratteristica primaria della psiche), rivelandocele come abisso. Non solo sono scomparsi la guida e il ponte; perduta è anche la possibilità di una connessione personale attraverso rappresentazioni personificate.
È attraverso Anima, infatti, che i sistemi autonomi della psiche vengono esperiti in forma personificata. Senza di lei le profondità diventano vuoto. Questo avviene perché Anima che, a detta di Jung, «personifica l’inconscio collettivo», non è più lì a mediare le profondità con immagini personificate dotate di intenzionalità personale. Al tempo stesso, il mondo esterno appare privo delle sue profondità, e perde così la prospettiva, diventa una piatta distesa senz’anima.

La perdita di Anima non è soltanto una condizione psichiatrica; è anche una cosmologia. Tutti noi viviamo in stato di depersonalizzazione ben più di quanto non ci accorgiamo. Perciò lavorare con Anima (anche il mio scrivere e il vostro leggere), poiché è insieme un lavorare sulla morente anima mundi, è impresa meritoria.
L’autoconoscenza offerta dalla psicologia del profondo non basta, se vengono trascurate le profondità dell’anima del mondo. Un’autoconoscenza confinata in una cosmologia che proclama inanimato il mondo minerale, vegetale e animale al di là della persona umana, non è soltanto insufficiente; è delirante.

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Avremo anche un’accurata conoscenza di noi stessi, ma saremo sempre dei fantasmi ambulanti e parlanti, cosmologicamente isolati dagli altri esseri del nostro ambiente.
Da Platone fino agli alchimisti, a cui si appella Jung, e per Jung stesso, non conta solo l’anima personale, ma anche l’anima mundi. Il lavoro che svolgiamo sulla nostra persona mira ad aprirci i sensi e il cuore alla vita e alla bellezza di un mondo animato.

La posizione filosofica junghiana dell’«essere nell’anima», altrove espressa con la formula che non la psiche è nell’uomo, ma l’uomo è nella psiche, mantiene vivo l’antico nesso con l’anima mundi e l’antico interesse per essa.
In quanto allo stesso Jung, il suo modo di scrivere di concetti astratti, che ha bisogno di idee animate quali l’Ombra, il Briccone o il Vecchio Saggio, protegge il suo pensiero dal piatto paesaggio depersonalizzato e vuoto d’anima della psicologia accademica.
Dove parla di Seele e di Anima, Jung non viene mai meno all’ambiguità, e così facendo si oppone alla tentazione luciferina di illuminare separando, che significherebbe distinguere in modo netto tra i processi che hanno luogo dentro la mia anima intima e quelli dell’anima mundi, e porterebbe all’univocità del significato, a quello che William Blake chiamò «il sonno di Newton».

(Hillman, Anima)