Dumézil – La storia fiabesca di Samvarana e Tapatî

L’ultimo degli antenati che abbia conferito un nome generico ai principali personaggi del Mahâbhârata, Kuru, porta egli stesso un nome illustre: ricopre quello del primo Re dei Re, del fondatore della dinastia degli Achemenidi, il κῦρος dei Greci, Ciro.
Mahabharata-coverA questo Kuru iranico, ben datato, è stata tuttavia aggiunta una leggenda, in particolare un’«infanzia», il cui carattere epico è evidente e che Erodoto ha conservato in qualche bel capitolo del suo libro primo.

Il Kuru indiano è stato, anch’egli, un personaggio storico?
Forse, ma non è più per noi che un nome, un termine della genealogia, non avendo avuto neppure la sorte [di trovatello] del suo cugino di Perside: di lui l’epica non ricorda, vera o immaginaria, nessuna impresa, nessuna nota di carattere. Ma, per quanto è avara di notizie su di lui, per tanto invece è prodiga di una vera e propria fiaba a proposito del matrimonio dei suoi genitori.

Ecco quanto si legge nel «Libro dei Re» conservato nel primo canto del Mahâbhârata.
Tapatî era una figlia di colui che inonda il cielo intero della sua luce ed eguagliava ella stessa il padre in splendore. Sorella minore, dunque, di Savitrî, possedeva tutte le virtù dell’anima e del corpo, curava le sue vesti quanto la sua condotta, e non le si sarebbe trovata un’eguale né fra gli dèi, né fra i demoni, né fra i diversi ordini di geni, addirittura nemmeno fra le seducenti Apsaras [ninfe delle acque sorgenti].
Il Sole, suo padre, era contento ma imbarazzato da questa perfezione: come trovarle un marito degno di lei?

Fortunatamente, nella discendenza originata da Yayâti e promessa alla gloria dei Pândava, un re, di nome Samvarana, era un devoto del Sole, cui indirizzava senza interruzioni le più gradevoli offerte. Così s’era fatto notare dal dio e, siccome era d’altra parte dotato di ogni qualità e risplendeva fra gli uomini come il sole nel firmamento, «il Riscaldante (Tapana) decise di dare la Riscaldante (Tapatî) a questo principe perfetto».
Ma le disposizioni degli dèi non sempre bastano a creare l’avvenimento. Ci vogliono il movimento dei cuori e qualche occasione fortunata.

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Chagall – Sopra la città

L’occasione non mancò a Samvarana, anche quando parve a lui contraria. Così, cacciando un giorno nella foresta, su una montagna, andò tanto a lungo che il suo cavallo si schiantò. Lasciato il cadavere là, continuò a salire nonostante la fame e la sete che lo tormentavano.
Presto, scorse la più meravigliosa delle fanciulle. Egli era solo, ella era sola. Si arrestò, e la contemplò a lungo: ella gli sembrò «l’immagine incarnata dello splendore del sole». Ella era tutta luce. Il suo corpo brillava come la fiamma, mentre la gentilezza della sua anima, visibile sul suo viso, faceva pensare al volto purissimo della luna.
Ella stava immobile sulla montagna, simile a una sfavillante statua d’oro, e la montagna, coi grandi alberi e la vegetazione rampicante, pareva tramutata pur essa in oro.

Il re non ne fu meno tramutato: in un attimo, tutte le donne che aveva conosciuto diventarono per lui oggetti di disprezzo. Prigioniero di quanto vedevano i suoi occhi, si sentì venir meno, trafitto dalle frecce del desiderio, e a malapena riuscì a comporre, in cinque distici del resto assai piatti, un complimento insieme pieno d’ammirazione, modesto e supplichevole.
surreal-donna-soleElla non rispose, egli insistette.
Come un lampo tra le nubi, ella disparve.

Il re errò nella foresta, come un insensato, nella speranza di un nuovo incontro. Poi venne la disperazione. Si arrestò e cadde a terra.
Pietà o civetteria, era il momento atteso dalla giovane beltà per apparire di nuovo vicino a lui, e fargli ascoltare sorridendo parole dolci e sagge: «Alzati, alzati, tu sia benedetto, flagello dei nemici! Il mondo intero ti celebra, o ottimo dei re: non è il caso che tu perda così i sensi!».
Il re riaprì gli occhi, la vide e lasciò il cuore effondersi in nuovi complimenti, molto più lunghi. La richiesta che li terminò fu molto precisa: «Spegni questo fuoco, gettandovi sopra l’acqua del tuo amore! Sii mia: disarma così l’arciere impetuoso che non smette di trafiggermi con le sue frecce. Fanciulla dal bel viso, signora dai dolci fianchi, sposami al modo dei Gandharva – la migliore di tutte le forme di matrimonio!».

Il matrimonio al modo dei Gandharva rimane pur tuttavia un azzardo e, qualche tempo avanti nella storia della dinastia, se n’erano già sperimentati i rischi.
Si tratta in effetti della libera, dell’immediata unione, sull’erba tenera, di un giovane principe e di una giovane principessa, senza i consigli degli anziani né l’autorizzazione del padre, col solo carico, per colei che le famiglie europee chiamavano ancora recentemente «la colpevole», di sollecitare a fatti avvenuti l’autorizzazione.

La fanciulla delle montagne non rientrava tra queste incaute. Ella non nascose al re che, se lui s’era innamorato di lei, non meno l’aveva immediatamente conquistata. Ma lei non era signora del proprio corpo: vergine, non maritata, viveva sotto la potestà paterna; dato che la desiderava così tanto, era a suo padre che doveva indirizzarsi; e se suo padre lo favoriva, per lei sarebbe stata una gioia diventare la sposa obbediente d’un re come lui, così buono verso i suoi sudditi e di così nobile stirpe.
donna-volto-paintPer finire, disse il suo nome: «Il mio nome è Tapatî. Sorella minore di Savitrî io sono, o ottimo fra gli ksatriya, sono la figlia del Sole, illuminatore dell’universo».
Poi l’innocente fanciulla si levò nell’aria, mentre il re, nuovamente disperato, ricadeva al suolo.

Sarebbe forse morto lì stesso se i suoi ministri, coi loro servitori, non l’avessero trovato dopo una lunga ricerca. Il primo ministro gli era completamente devoto. Nel vedere il re, suo signore, giacere a terra come un arcobaleno rovesciato, si precipitò con affetto e rispetto, sollevò paternamente quel corpo che l’eccesso d’amore rendeva ancora incosciente, ma che egli credeva atterrato soltanto dalla fame, dalla sete e dalla fatica, e cominciò a versare su di lui, in qualche parola, il tesoro di saggezza che l’età e l’esperienza avevano accumulato nella sua persona: «Non temere, o ottimo fra gli uomini! Uomo senza peccato, che tu sia benedetto!».

Il ministro però capì ben presto che occorrevano altri mezzi: spruzzò la testa del re svenuto con acqua fredda, profumata di loto. Il re riprese conoscenza e congedò tutti i famigli, salvo il primo ministro.
Poi, si sedette e, dall’alto della montagna, congiungendo le mani, il viso levato, adorò il Sole. Nello stesso tempo, non omise di pensare il grande brahmano Vasistha, suo cappellano e suo purohita, che in altre circostanze gli aveva manifestato la sua potenza facendogli riconquistare il regno perduto.

In capo a dodici giorni, Vasistha fu presso di lui. Non fu necessario che il re confessasse l’origine della sua angoscia: grazie al suo potere ascetico, il sacerdote sapeva già che Tapatî aveva preso possesso di quell’anima, ed era venuto unicamente per servire il suo giovane sovrano.
Sotto gli occhi di Samvarana, egli si levò perciò nell’aria e si recò dal Sole per negoziare il matrimonio secondo le usanze.

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Con la buona opinione che il Sole si era già fatto sul pretendente, il negoziato non poteva essere né lungo né delicato. Addirittura non ci volle negoziato: all’arrivo dell’eminente visitatore, il Sole convenne alla sua richiesta senza conoscerla: «Qualunque cosa tu desideri, per difficile che possa essere, io te la concederò».
«Figlio di Vivasvat – rispose subito il visitatore – io ti chiedo per Samvarana tua figlia Tapatî, la sorella minore di Savitrî».
Aveva appena iniziato l’elogio del suo protetto che il Sole metteva già fine al colloquio: «Samvarana è il migliore dei re, tu sei il migliore di tutti i Rsi, e Tapatî è la migliore delle donne: cos’altro dovrei fare se non concedertela?».
In questo modo il Riscaldante (Tapana) diede al virtuoso Vasistha la irreprensibile Riscaldante (Tapatî) perché fosse portata a Samvarana.

Vasistha prese con sé la fanciulla, e s’immagina la gioia del principe quando la vide giungere, sorridente, accompagnata da lui.
«La fanciulla – si legge nel testo – dalle belle sopracciglia discendeva come il lampo discende dalle nubi, illuminando tutte le direzioni del cielo».
Samvarana sposò Tapatî sulla montagna nel debito modo e inviò il primo ministro a governare in sua vece tutto il suo dominio: capitale, terre, boschi e foreste.
Duchamp-giovane-fanciullaPartito Vasistha, il re non ebbe più che a gioire della sua felicità. Come un dio, in compagnia della bella sposa, se la godette nella foresta e dimenticò così bene lo scorrere del tempo che vent’anni passarono senza che provasse scrupoli o noia.

Tuttavia, per i suoi sudditi, questo pensionamento voluttuoso aveva effetti gravi. Indra non dava più una goccia di pioggia né alla città né alle campagne e la terra disseccata non nutriva più le sementi a lei affidate.
Molti uomini e molti animali perirono; affamati, scheletri viventi, gli abitanti superstiti erravano in tutte le direzioni e l’ordine sociale si disfaceva com’è di norma quando giungono le fini del mondo: i capifamiglia lasciavano le loro case, nessuno aveva riguardo per nessuno.

Vasistha infine si commosse. Andò a trovare il re e la regina sulla loro montagna e li ricondusse nella pianura. Da che furono entrati nella loro città, le cose ripresero un corso normale. Indra versò la pioggia in abbondanza, crebbero le messi e la gioia empì i cuori dei cittadini e dei paesani.
Samvarana e Tapatî coronarono la loro opera celebrando una lunga serie di sacrifici.

Qui si chiude il racconto delle nozze dei genitori del Kuru «indiano».
Di interessante c’è anzitutto il nome della protagonista: Tapatî è il femminile irregolare del participio presente del verbo tápati «riscaldare», parola antica la cui radice è anche quella del russo tëlpyi «caldo», come dell’irlandese tene «fuoco», e sopravvive ancora, indebolita, attraverso il latino tepidus, nel nostro aggettivo [francese] «tiède» [e, più evidente, in quello italiano «tiepido»].
E tuttavia, non il calore del sole e, per eredità, di sua figlia è al posto d’onore nell’avventura, ma il loro splendore; l’apparizione che incanta il sensibile Samvarana è suggerita, piuttosto che descritta, in termini di luminosità accumulati senza risparmio: Tapatî brilla, scintilla e somiglia a una statua d’oro la cui radiosità trasforma in oro il paesaggio.

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Van Gogh – Seminatore al tramonto

Il suo comportamento è capriccioso, virtuoso e amabile insieme. Dopo la prima dichiarazione di Samvarana, ella potrebbe spiegarsi come farà dopo la seconda. Preferisce scomparire, poi si manifesta di nuovo, quando il suo spasimante ha già perduto i sensi.
Non meno innamorata, resiste alla tentazione di un’unione che, per quanto valida agli occhi dei giuristi, rappresenterebbe una mancanza di rispetto verso suo padre, e dà al pretendente smarrito i più ragionevoli, i più classici consigli.
Una volta poi concessa da suo padre, diventa il modello delle spose e anche delle regine, dopo un indugio di cui non è responsabile. Apparentemente ha rinunciato al potere soprannaturale di ascensione e di discesa, di epifania e di eclissi, di cui aveva fatto uso durante il corteggiamento: ella non è più che una donna, obbediente, benefica e, non dimentichiamo questo particolare, una madre, e di quale discendenza!

L’ultimo episodio dà da riflettere. Il re che ha sposato la figlia del Sole, per prima cosa, dimentica, e a lungo, il suo regno, i suoi doveri di re, e qui è la sua unica colpa; il dio che sacrificio-soleinsieme governa la pioggia e sovrintende alla funzione regale, lui stesso re degli dèi, Indra, lo punisce – o piuttosto tira le conseguenze abituali, in ogni regno, di una vacanza della regalità: non svolge più la sua funzione, gli uomini periscono, la società si disgrega.
Indra non si rabbuia per il matrimonio solare di Samvarana, ma solo per la sua mancanza di coscienza professionale e da quando il re, avvertito dal suo cappellano, torna a riprendere le proprie funzioni, portando con sé la regina, Indra rianima e guarisce il regno senza esitazioni, coi suoi mezzi abituali.

Questo piccolo dramma politico-economico [sociale e cosmologico], che non è una conseguenza naturale, inevitabile, del matrimonio solare, ma vi si aggiunge liberamente, sembra tradire un’origine se non rituale, almeno speculativa, dell’intero racconto fiabesco: il re è messo in rapporto, successivamente, con le due grandi forze naturali che governano la prosperità di un regno: il sole luminoso (il fuoco) di cui si guadagna l’alleanza con la devozione prima, e col matrimonio poi; e la pioggia fecondatrice (l’acqua) che attendeva solo, per cadere in abbondanza, la fine di una luna di miele prolungata eccessivamente.

Potrebbe tuttavia darsi che un legame profondo, poco accessibile alle nostre analisi, unisca le due parti del dittico. Se Samvarana dimentica il suo regno, non è certamente per colpa della figlia del Sole che, una volta maritata, non ha più manifestato volontà proprie; è semplicemente che, in virtù del suo matrimonio, viene a trovarsi se non nel donna-no-volomondo degli dèi, perlomeno in quella specie di Mondo di Mezzo costituito dalle alte montagne selvose dove, per la prima volta, ha scorto «la fanciulla dall’alto» e donde non si è più preoccupato di allontanarsi.
Tale era il rischio che al regno faceva correre, prima di diventarne la fortuna, l’unione quasi celeste del suo re.

Si amerebbe da ultimo sapere se Tapatî, una volta maritata, una volta discesa, abbia mantenuto qualcosa dello splendore solare che, alle grandi altezze, aveva abbagliato e sedotto il re.
L’ha perduto completamente diventando donna? Vi ha rinunciato liberamente come al suo potere di alzarsi in volo?
È probabile perché, altrimenti, i poeti avrebbero avuto la bella occasione di dire, con ricche immagini, che ella illuminava la città come aveva illuminato le montagne, mentre non l’hanno fatto.
A dire il vero, non narrano nulla della vita della coppia, e neppure del regno di Samvarana. Non erano, d’altra parte, tenuti a farlo, dal momento che la storia, nel punto e nell’occasione dove la si legge, aveva interesse solo fino alla procreazione di Kuru.

(Dumézil, Storie degli Sciti)