Traduzione dal cretese

… come caduti in un labirinto, credevamo di essere giunti alla fine, ma avendo fatto dietrofront, eccoci di nuovo là donde eravamo partiti
(Platone, Eutidemo, 241bc)

Siamo ritornati su Coronide. Il Racconto, dopo un lungo giro, ci ha ricondotti a lei, alla «ragazza corvo» di cui era innamorato Apollo. Magari, non sarà la stessa – magari una delle due è «bionda» e l’altra ha «le mani bianche», e tuttavia rimane il fatto che da una doppia-donnaCoronide, per caso, ci trovammo a fare i primi passi, e – dopo un lungo giro – di nuovo a una Coronide siamo tornati.
È inevitabile la domanda: per caso? soltanto per una di quelle casualità in cui, prima o poi, incappa chiunque si avventuri nel labirinto del Racconto? o il Racconto a bella posta ritorna, esso, sullo stesso nome, come su un chiodo fisso a cui non riesce ad appendere stabilmente nessun «quadro» definitivo, macché neanche uno straccio di «conclusione»?

Dice il proverbio (e ne dovremmo fare tesoro) che la lingua batte dove il dente duole. Se la lingua batte due volte sullo stesso Segno, è certo per caso, ma per uno di quei casi che, proprio perché capitano e non c’è una logica che li metta in preventivo, s’inscrivono nell’ordine di quelle «ripetizioni inconsce» da cui, per così dire, viene a galla e si mette in mostra ciò che «fermenta» negli strati più profondi della nostra lingua.
Se è due volte Isotta o Coronide, Ginevra o Sophia, vuol dire che la seconda fa eco alla prima, e che la prima non è stata del tutto messa a tacere, che è sì andata via, scomparsa, ma per tornare – come la rondine a rifare nello stesso «posto» il suo nido.

In quanto al «posto» in cui la rondine nidifica anno dopo anno, è sempre lo stesso «io» a cui (il Rimosso, l’andato via, il dimenticato) fa ritorno – perché la rondine fu allora, per essere riconosciuta ora. E se viene ora, è per dare altro avvenire ad allora – per dare ancora futuro a ciò che allora, per via del «brutto tempo», diciamo così, rimase incompiuto.
Se la rondine è il Segno ripetuto – il Segno che, ritornando, prende dimora in uno stesso «qui e ora», in quel «posto» volgarmente detto «io», perché non provare una buona volta a svuotarlo di ogni significato, e ad ascoltare ciò che ha da dirci la sua «nuda» ripetizione?

Picabia-Olga
Francis Picabia – Olga

Tolto il superfluo, la rondine ci dice solo questo: che è passato un anno, che abbiamo fatto un giro, che abbiamo chiuso un cerchio di apparizioni, che sulla giostra abbiamo per caso incontrato un’immagine che ne «richiamava» un’altra, e che, per caso richiamandola, dell’altra ha fatto «la prima volta» [rimossa] di tutte le immaginazioni.
Ha fatto (d’un fare «poetico», perché poeti si nasce, e volgari prosatori si muore) della Forma di quell’Immagine la «Datrice di forme», Colei che di sé «informa» tutte le altre nostre immaginazioni. Le immagini «di copertura».

Di modo che, se il labirinto è il Racconto – quando il Racconto in particolare racconta del labirinto, non avviene altro che una ridondanza «formale».
Nient’altro che una di quelle «ripetizioni» senza le quali sarebbe impossibile, non solo qualunque linguaggio, ma anche la possibilità stessa di riconoscere un «segno». La ridondanza è il capo (del filo) della significazione. Non dovremmo perderlo di vista, se non vogliamo morire d’asfissia in questo labirinto.

Perché questo l’è proprio un labirinto. Hai visto quante vie? A ogni angolo del Racconto puoi svoltare di qua o di là – eppure da qualche parte finirai per incontrare il Mostro, il toro a cui devi tagliare la testa, il toro che devi prendere, non per le corna (ti fai male), ma come Teseo, mi raccomando: «per le sopracciglia».
Il Racconto è il Labirinto. E chi, come noi, c’è una volta entrato – che la sua impresa sia stata o no infine «coronata» – dovrebbe tenere a mente ciò che a questo proposito il Racconto stesso suggerisce: e cioè che l’abilità, l’«eroico», consiste nel saper rifare a ritroso il cammino. Eroe, si diceva un tempo, è chi ne esce, non chi ci si avventura nel Paese delle dicerie.

labirinto-pastelli

Si dicono tante cose a proposito del labirinto, ma per quante se ne raccontino resta, comunque, appeso quello strano dettaglio: che cosa c’entrano le «sopracciglia» del Mostro? Dobbiamo forse intendere: guai a chi il Mostro osa guardarlo negli occhi?
Il Mostro, sarà bene non scordarlo, è chiamato, tra l’altro, Asterio – e che il nome, intenda una singola Stella o tutto il Cielo Stellato, allude alla luce, e in particolare a ciò che «fa luce nella notte». Il Mostro non a caso è «fratello» della «luminosa» Arianna – è il suo alter ego «maschile», la sua mostruosa caricatura, né più né meno di quanto lo è ogni stella, e perfino la luna, quando è chiamata la notte a «fare la parte» del sole.

Arianna e il Minotauro, sono entrambi «nipoti» del Sole, suoi «raggi» e, insieme, confini delle sue «irradiazioni». L’una, Arianna, è la Luce Pura, lo Splendore Immacolato dello zenit; l’altro, il Minotauro, è la Luce Nera di una stella sprofondata al nadir, nascosta nell’Ombra, nell’opacità di ogni sguardo narcisistico, nel cuore di quella «visione», sul cui bordo appare invece in tutta la sua «lucentezza» la sorellina Arianna.
Se a ciò si aggiunge pure la sovrabbondanza di appellativi «luminosi» non solo di Arianna, ma di quante figure ruotano a lei d’intorno, come sorelle, ancelle o rivali, si può forse cominciare a capire che il labirinto, il Racconto, e cioè il Linguaggio Simbolico, è il Minotauro che «muggisce» la colonna sonora di un evento visionario.
Tutto nel labirinto è così mostruosamente messo in mostra, che tutto vi è miraggio, abbaglio e accecamento. Tutto vi diviene un «gioco di luci» che danzano sul tapis roulant surreal-luminosadi un terribile continuo «verso taurino». Terribile, bada bene, perché continuo. Perché non se ne esce, se non si spezza il filo!

Nel labirinto «si mostra» tutta la banda di frequenze luminose che possiamo adocchiare. Dentro, nel cuore del labirinto, impotente a venirne via, è l’Ombra – ma forse qui sarebbe meglio dire alla Van Gogh: tutto ciò che «fa» ombra, tutto ciò che «pratica» i sotterfugi, i nascondigli e le imboscate, rimane laggiù confinato.
Fuori, sul bordo, solo la Luce Pura, solo la «luminosa» Aridela, «Colei che è troppo chiara» per esserne prigioniera (il prefisso ari, cito testualmente dal dizionario, indica «forza, numerosità, superiorità») – e dunque solamente l’Abbagliante (ossia la simmetrica inversa di Semele, l’Abbagliata dallo sguardo di Zeus) ha facoltà di sfuggire alla «cattività» delle Tenebre, e solo Lei conosce l’«astuzia» necessaria a uscire dal labirinto, in cui pure è stata Lei a introdurre il suo «promesso sposo».

Solo Beatrice mi può liberare dall’inferno in cui m’ha cacciato: questo ci lascia detto Mastro Dante. Tu, fanne pure l’uso che vuoi.
Intanto, pensaci e dimmi se, in una sequenza di luci o di stelle, non è solo l’Accecante che «spicca». Se qualcosa t’è rimasto impresso nella pupilla, solo se fu di «troppa luce», solo se fu l’Evidente, può illuminare così chiaramente la via all’andata, ma anche al ritorno a te stesso. Solo un suo «bagliore» può risvegliare chi ha fatto lo «sbaglio» di azzardarsi nel (labirinto del) Racconto.

È uno sbaglio, un abbaglio, un miraggio che c’introduce nei mille sentieri dei Segni di cui è tessuto ogni racconto. All’inizio del nostro peregrinare, per favore ditelo voi a Kant, ché io mi sono stancato di farlo, non c’è nessuna sintesi a priori, nessuna «logica», ma esattamente al contrario – c’è una illogica idiozia, una sciocca credulità, un errore ermeneutico, un nostro proprio singolare «sbaglio» (Derrida dice la nostra propria «differance»), un nostro proprio uso improprio di un Segno, un nostro «cieco» accesso al mondo della significazione simbolica – a ciò indotti da un’«urgenza» immaginale, da una donna-pavone«pressione» che una certa immagine esercitò sui nostri occhi, troppo forte, troppe volte, troppo «inconsciamente», per poterci essere «sostenibile»: era un «eccesso di luce». Era Aridela. Il massimo di fulgore alla portata del nostro sguardo.

Il Racconto è sempre labirintico – anche quando racconta d’altro. Ogni sua parola, ogni sua lettera, macché ogni sua virgola, ridondando, viene a farsi «riconoscere» come disgiunta dalla monotonia del muggito. Viene cioè a offrirsi come «utensile» simbolico, con cui «tagliare» ma anche «ricucire» una sequenza immaginaria.
Ma dove tagliarla, perché tagliarla – finché non vi compare l’Abbagliante? Perché sellare i cammelli? e mettersi in marcia per quale destinazione, se ancora un Pavone non è venuto ad accecare lo sguardo di Narciso?

È proprio dell’Abbagliante apparire e subito scomparire.
Il Poeta dice che là dove apparve, in quel «posto» immaginale, lasciò un niente. Un niente, però, da cui Lei «suscitò un canto». Un niente, un’assenza, da cui ci diede lo slancio ad avventurarci nel linguaggio simbolico, a entrare attivamente – coscientemente – nel Labirinto dei segni, a «usare» quelli più o meno buoni a «fare» il nome della Scomparsa: la Pietra Santa del Nome con cui «turare» quella falla. Del Nome di Colei che, sola, detiene il filo con cui «ricucire» le labbra del vuoto aperto dalla sua assenza, di quella ferita che la sua assenza ci ha inciso nello sguardo.

L’Accecante ci ha talmente accecati all’incoscienza e all’oblio, che per provare a renderci meno dolorosa la sua privazione, l’abbiamo utilmente sepolta sotto le parole.
Sotto le nostre parole, sotto quelle di cui, da Lei eccitati, ci siamo per sbaglio appropriati. Per il più «umano» degli abbagli «divini». Per il coraggio, da Lei infuso, a fare nostra la lingua – per costringerla a pizzicare le corde della nostra «intima dimora».
Là dove ci accecò, nascemmo alla Parola dell’Uomo. E per parlare, poi, di chi – di che cosa, se non della dispari di quel Miraggio, della nubile che si guardò attorno in cerca di chi la sposasse?

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Annibale Carracci – Il trionfo di Bacco e Arianna

Allora non lo potevamo sapere. Era Arianna, la «dimenticata» su un’isola in mezzo al mare, l’Abbandonata che solo con Dioniso può «coniugarsi». E solo nella lingua dei suoi deliri, solo nel baccano, può «trionfare».
Non basta perciò un racconto per dire di Arianna. E non bastano neanche i già più di mille racconti delle sue possibili «varianti» a toglierci dagli occhi la Costante, la Impressa, laggiù negli strati più profondi, nelle viscere dei nostri sguardi più antichi.

Bisogna prenderle tutte assieme, e non una per una, queste «varianti», e farle suonare l’una sopra l’altra, l’una in discordanza con l’altra, l’una all’altra in contrasto stridente. Bisogna che producano lo sconcerto dionisiaco – perché, avendo fatto dietrofront, e ripercorso a ritroso il cammino, quando ora torniamo là donde partimmo allora, punto e a capo eccoci di nuovo a vagare, non più in mezzo ai Segni del cretese o di un qualunque altro alfabeto: eccoci restituiti, attraverso il baccano, all’insignificanza da cui venimmo via.
Eccoci «spostati», nomadi selvaggi dell’Immaginazione – fuori dal vecchio «posto», al riparo dalla sciocca «umanissima» illusione che il Simbolico possa risarcirci dell’assenza di Arianna.
Arianna trionfa solo nell’Immaginazione che non «significa» nient’altro che quello che Lei rende evidente.