Thomas – Tristano ferito a morte

Tristano e Caerdin sono riparati in Bretagna. Un giorno vanno a caccia e vi rimangono finché è tempo del ritorno.
I compagni erano già ripartiti; non c’è alcuno all’infuori di loro. Ora, mentre attraversano la Bianca Landa e volgono a destra gli sguardi verso il mare, vedono venire al galoppo un cavaliere-disegnocavaliere su un destriero pomellato.
Ha splendide armi: porta uno scudo d’oro cancellato d’argento e d’azzurro, e degli stessi colori ha la lancia, il pennoncello e le armi. Sopraggiunge al galoppo giù per il sentiero, coperto e protetto dallo scudo. È alto e grande e prestante, ben armato e buon cavaliere.

Tristano e Caerdin si arrestano per attenderlo sul cammino, e sono molto curiosi di conoscere il suo nome.
Quando egli li scorge, si avanza e poi s’inchina con grande cortesia. Tristano gli rende il saluto, e gli chiede dove stia andando, quale sia la sua bisogna e perché abbia tanta fretta.
«Signore – risponde il cavaliere – non sapresti indicarmi il castello di Tristano l’Amoroso?».
«Cosa volete da lui? – gli chiede Tristano. – Chi siete? qual è il vostro nome? Sarò ben lieto di portarvi alla dimora di Tristano, ma se desiderate parlargli, non vi occorre procedere oltre, ché sono io Tristano. Ditemi ora ciò che volete».

«Mi è lieta novella – risponde l’altro. – Io sono chiamato Tristano il Nano. Sono della Marca di Bretagna e la mia dimora è vicina al mar di Spagna. Là avevo un castello e un’amica gentile che amavo come la mia vita, ma l’ho perduta per grande sventura. Mi fu rapita l’altro ieri notte. Estult l’Orgoglioso del Castel Fiero l’ha presa con la forza, la trattiene nel castello e fa di lei quel che gli piace. Ho nel cuore tanto dolore che quasi muoio di tristezza, angoscia e pena. Non so cosa fare; senza di lei non posso trovare conforto ché ho perduto la letizia, la gioia e tutto il mio diletto, e della vita poco m’importa. Ser Tristano, ho sentito dire che colui che perde l’oggetto del proprio desiderio, ha poca cura di ciò che gli resta. Mai fui sì infelice, ed è per questo che son Dalì-sensalevenuto qui. Voi siete temuto e tenuto in grande rispetto, e siete il miglior cavaliere, il più leale e il più giusto e, fra quanti hanno vissuto, colui che ha più amato! Così vi prego di avere pietà, signore: imploro la vostra cortesia, e vi richiedo di essermi compagno in questa impresa, e di riconquistarmi la mia amica. Se mi aiuterete nella bisogna, vi darò omaggio e alleanza».

«Invero, amico, vi soccorrerò come potrò! – dice allora Tristano. – Ora andiamo a casa. Domani, al mattino, ci equipaggeremo e compiremo la vostra impresa».
Quando l’altro intende che Tristano rinvia d’un giorno, dice in gran corruccio: «In fede mia, amico, non siete l’uomo che possiede tal fama! So che se foste Tristano, provereste il mio stesso dolore: Tristano ha amato sì profondamente che conosce il male che affligge gli amanti. Se egli udisse la mia pena, mi aiuterebbe in questa faccenda d’amore. Egli non sottometterebbe a indugio il mio tormento …».

Così si lamenta Tristano il Nano. Vuole prendere congedo e andare, ma l’altro Tristano ne ha pietà e dice: «Bel signore, rimanete! Ben avete mostrato che devo venire con voi, ché io sono Tristano l’Amoroso, e verrò volentieri. Concedete che mandi a prendere le mie armi».
Fa richiedere l’armatura e si equipaggia, poi s’allontana a cavallo con Tristano il Nano. Vanno dunque per sorprendere e uccidere Estult l’Orgoglioso del Castel Fiero. Tanto s’adoprano ed errano, che trovano la sua roccaforte. Là, ai margini d’un bosco, smontano da cavallo e attendono l’avventura.

Estult l’Orgoglioso è molto fiero; per cavalieri ha i suoi sette fratelli, arditi e leali e molto prodi, ma in quanto a valore egli supera tutti.
Montano a cavallo e attaccano duramente i due Tristani. Ma costoro sono assai valenti, abili nel portare le armi: si difendono contro tutti come cavalieri prodi e coraggiosi, e non cessano di combattere finché hanno ucciso gli assalitori.
Tristano il Nano è però colpito a morte, l’altro Tristano è ferito ai lombi da un colpo di stocco avvelenato. Ma la sua ira ha buona vendetta, ché uccide colui che l’ha colpito. E ora tutti i fratelli sono morti, morto uno dei Tristani, l’altro in misero stato, ché è gravemente piagato nel corpo.

Godfrey-moribondo

Torna a gran pena, tormentato dal dolore, ma tanto si sforza che giunge al proprio alloggio; fa medicare le ferite e manda a chiamare i medici perché le curino.
Ne vengono in gran numero, ma nessuno può guarirlo dal veleno ché, non sapendo riconoscerlo, tutti cadono in errore. Non sono neppure capaci di fare un impiastro che attiri o cacci il male. Non v’è radice che non triturino o macinino, non vi sono erbe che non raccolgano né pozioni che non compongano, ma sempre senza alcun successo, ché lo stato di Tristano continua ad aggravarsi.
Il veleno si diffonde per il corpo, lo fa enfiare dal di dentro e al di fuori, ne altera il colore, ne scurisce l’incarnato, mina le sue forze tanto che le ossa sono già messe a nudo.

Tristano capisce che perderà la vita se non sarà al più presto soccorso. Nessun medico trova rimedio a quel male: pure, se Isotta la regina venisse a conoscenza di questa sua grande pena e gli fosse accanto, ella ben saprebbe guarirlo.
Ma egli non può andar da lei né sopportare le fatiche del mare, e teme quel paese dove ha tanti nemici. Né Isotta può andare da lui. Tristano non vede dunque come possa guarire. Nel cuore ha grande dolore, e gravemente gli pesano la debolezza, il male, e il lezzo della piaga. Molto piange e molto delira, ché tanto lo tormenta il veleno.

Tristano manda a chiamare Caerdin in gran segreto, ché vuole rivelargli il proprio dolore: lo ama di leale affetto e Caerdin lo ricambia alla stessa guisa.
Fa sgomberare la camera in cui giace, non vuole che nella casa rimanga alcuno ad assistere al colloquio. Ma, in cuor suo, Isotta dalle Bianche Mani è curiosa di sapere cosa Isotta-Bianche-Maniegli voglia fare. Intende forse ritirarsi dal mondo, farsi monaco o canonico? Di questo ella ha gran timore.
Si va dunque a mettere fuori della stanza, contro la parete, dal lato del letto di Tristano, al fine di spiare il colloquio. Un suo servitore resta di guardia finché ella è giunta a quel muro, mentre Tristano s’è tanto sforzato che è riuscito ad alzarsi dal letto e ad appoggiarsi a quella stessa parete. […]

Tristano si rivolge a Caerdin e dice: «Ascoltate, bell’amico e compagno. Mi trovo in questo paese straniero dove non ho amico né parente, salvo voi stesso. Mai qui provai gioia se non per il conforto che da voi m’è venuto. Sono certo che, se fossi stato nella mia terra, avrei avuto aiuto e sarei guarito. Ma poiché qui non trovo soccorso, muoio, bello e dolce compagno! Devo morire senza aiuto, ché nessuno può guarirmi se non la regina Isotta. Ella può farlo se lo vuole: ne ha i rimedi e il potere; e se solo sapesse, anche la volontà … Se qualcuno volesse andare a portarle il mio messaggio, non dubito che ella mi darebbe buon consiglio, e per nulla al mondo esiterebbe a soccorrermi in questo dolore, tanto è saldo l’amore che ha per me! Perciò, amico, vi richiedo, in nome della nostra amicizia e per cavalleria, di compiere per me questa missione …».

Caerdin vede piangere Tristano, ne sente i lamenti e la disperazione. Prova grande tenerezza e, per amore, dolcemente gli risponde: «Bel compagno, non piangete; farò il vostro volere. Invero, amico, per guarirvi andrò anche vicino alla morte, e metterò a rischio la vita pur di ottenervi conforto. Per la lealtà che vi devo nulla m’impedirà, né prova né sofferenza, di servire per quanto è in mio potere la vostra volontà. Ditemi ciò che volete mandare a dire a Isotta, e io andrò a prepararmi».

«Ve ne rendo grazie! – risponde Tristano. – Ora, ascoltate quel che vi dico. Prendete quest’anello che è tra noi un segno di riconoscimento; quando giungerete nella sua terra e nella sua corte, vi farete passare per mercante e porterete bei drappi di seta. Fate in modo che ella veda l’anello ché, appena l’avrà visto e riconosciuto, cercherà pretesto e astuzia per parlarvi a proprio piacere. Salutatela da parte mia, ditele che senza di me per Dalì-Tristanome non c’è salvezza, e che il mio cuore le invia un fervido augurio per il suo bene, sì che in me non rimane alcuna salute. Il mio cuore la saluta nella speranza di avere salvezza poiché, senza di lei, la salute non tornerà in me. Le invio tutta la mia salute. Per me non vi sarà mai più conforto, né salute nella vita né salvezza, se non sarà lei a portarli a me. Se ella non mi porta la mia salvezza e, per sua bocca, non mi riconforta, la mia salute mi lascerà, e io morrò in grande pena … Prendete un termine di quaranta giorni e, se Isotta tornerà con voi, guardatevi che nessuno lo sappia, salvo noi. Celatelo anche a vostra sorella, che non abbia sospetto del mio amore. Presenterete Isotta come una guaritrice venuta per curare la mia piaga. Andrete con la mia bella nave, e recherete con voi due vele: l’una sarà bianca e l’altra nera. Se avrete Isotta con voi, se sarà venuta a guarire la mia piaga, al momento del ritorno issate la vela bianca. Se non porterete Isotta, allora innalzate come segnale la vela nera. Amico, non saprei cos’altro dire: che Dio nostro Signore vi conduca, e vi riporti sano e salvo!».

Quindi sospira e piange e geme, e Caerdin piange con lui; poi lo bacia e prende congedo e va a prepararsi per il viaggio.
Intanto, contro la parete, Isotta dalle Bianche Mani ascolta e ode; di Tristano ha ben sentito ogni parola, e s’è quindi accorta di quell’amore. Nel cuore le irrompe grande collera: ha tanto amato Tristano e ora lo sa dedito a un’altra! Ben capisce perché egli abbia perso ogni gioia. Tiene bene a mente quel che ha sentito, simulando di non sapere nulla, ma appena ne avrà agio, con grande crudeltà prenderà vendetta su colui che più ama al mondo.

Vengono aperte le porte, e Isotta entra nella camera nascondendo a Tristano la propria ira. Lo serve, gli mostra lieto viso come l’amica deve all’amante, gli dice parole dolci e spesso lo bacia e l’abbraccia, e gli dimostra molto e bell’amore, ma nel corruccio pensa in quale maniera possa vendicarsi, e spesso domanda e cerca di sapere quando debba tornare Caerdin col medico che guarirà Tristano.
Non lo piange con affetto verace: la fellonia ha preso possesso della sua anima sì che ella compirà, se potrà, ciò che l’ira presto la spingerà a fare.

(Thomas, Tristano)