Il miraggio e il canto

Tra il Simposio di Platone e l’Interprete degli ardenti desideri di Ibn ‘Arabî, il Platonico d’Andalusia, corre il filo di una stessa narrazione – che narra sì di Amore, ma con lo sguardo puntato al suo primo «c’era una volta», al suo misterioso incipit, al miraggio del Girodet-summersuo Inizio e, giusto per non scontentare i filosofi, anche alla sua funzione di «esistenziale» umano.
L’Uomo, dicono entrambi, è «figlio» di uno slancio estatico a ex-porsi – figlio di un’ex-citazione a uscire dal letargo della propria «sonnolenza incosciente». Figlio di un «erotismo» iniziale, e insieme terminale.

Ricordi? – nella sua intima dimora (a memoria) un sepolcro serba

Perché l’Inizio è sempre un Termine. L’avvento di Eros «termina» la Notte. La luce di coscienza spegne le stelle della nostra preistoria. Si porta via quella stagione, lo «stadio dello specchio», l’immaginazione muta …
L’Inizio non ha un Passato. È Inizio perché un Passato non ce l’ha. È Inizio a condizione di «rimuovere» la Notte da cui sorge.

Questa, dice Platone, è la «poesia» di Eros – la sua «creazione» una tantum. Eros ci «fa», assegnandoci una «Musa».
Il Platonico andaluso, la sua «poesia», viene a scriverla nel vuoto lasciato aperto dal Simposio. Se Eros ci «fa», e non c’è dubbio, perché non raccogliere una fenomenologia delle sue «fatture»? e poi, quella «Musa» e, beninteso, la sua «arte», da dove spuntano fuori? da dove i «segni», se nella Notte del nostro «sapere innato», ai tempi della nostra «gaia ignoranza», parlavamo solo il linguaggio immaginario?
Se, per essere «poetica», la «creatività» di Eros ha bisogno di parole – allora l’Inizio «erotico» del nostro risveglio alla coscienza è l’Inizio stesso del nostro «dicere», del nostro ingresso «attivo» nel linguaggio simbolico. E perciò, a maggior ragione, non c’è platonico che non si faccia incuriosire dalla domanda: come ebbe inizio tutto questo?

Ebbe inizio … solo all’apparizione di Bellezza. Ebbe inizio solo quando, tra le immagini del linguaggio immaginario, una «brillò» talmente da «accecare» lo sguardo. Quando finalmente comparve il Pavone, l’Amato, il Desiderato – solo allora, non prima, «i cammelli si misero in cammino».
I «cammelli» c’erano già. Erano, però, troppo piccoli per portare in sella il proprio Pavone. Erano, dice Freud, immaginazioni troppo «frammentarie» e «senza ferite» (da ricucire). Erano un «continuo» insignificante. La Metafora, coi suoi «movimenti», era già all’opera, precisa Lacan. Ma si trattava ancora di una Metafora senza segni.

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Se il segno è il Sostituto di un Assente – bisogna dunque che la Metafora, nei suoi spostamenti, incontri un’«assenza». Non solo. Ma che questa non sia una qualunque assenza di poco conto, ma l’Assenza di ciò che è stato così potente da imprimersi nello sguardo, e in una memoria. E dunque: l’Assenza dovuta alla luce stessa del miraggio immaginale. All’eccesso abbagliante di quella luce. Al suo fulgore «accecante».
Pavoni sovrani dagli sguardi accecanti

L’«accecamento» dello sguardo, l’abbaglio, lo sbaglio è di quello sguardo tutto il «suo proprio», tutto il suo «desiderio d’essere», e di essere in quella forma, e a quel modo, in cui – allo sguardo accecato – si schiude la visione di Balqîs, la Regina del Mattino.
Quella che allo sguardo, nell’istante del Risveglio, appare – quell’Immagine là è quella che ha tanti nomi, quanti sono i visionari che arrivano a «nominarla».
Appare, ma – come la Core del mito orfico – solo per scomparire. Riempie, ma per svuotare subito dopo. Crea una tale sovrabbondanza, che dopo non può venire che la «mancanza». Un tale paradiso, che dopo non può essere che inferno. Un tutto, a cui non può seguire che un niente.

E tuttavia, dice l’Andaluso, da questo «niente» che, come una ferita, s’apre nel «continuo immaginale», lei, Balqîs, «vivifica il canto».
Teodora-mosaico-RavennaNota bene: per ricucire il «vuoto» [il rimosso] immaginario, Balqîs dà a chi ha «accecato» (per risarcimento) un «canto». In luogo di un’immagine, un nome, un segno, una parola.
Tutto questo, l’Andaluso lo diceva e lo scriveva ottocento anni fa. E pensare che il povero Lacan fa tanta fatica a farlo entrare nella testa dei suoi bravi «seminaristi». Ha voglia a ripetere: l’Inconscio è nella Parola dell’Altro. È che ci vorranno altri ottocento anni, prima che ci si cominci a render conto di cosa il Maestro sta provando a dirci.

Dal niente immaginario la parola «riparatrice». Sul «sepolcro» del defunto Re della Bisanzio immaginale, la Pietra Santa d’una memoria «rimuovente».
Balqîs però lo sa, d’avere il «morto in casa», perché Balqîs non è una qualunque sapienza dell’Inizio, ma la sapienza iniziale, il modo iniziale di sapere il proprio stesso Inizio che è, appunto, l’alba della nostra coscienza.
Il modo iniziale, infantile, ingenuo di saper «fare». E come? – se non come ciascuno «è fatto» dal Poeta che «fa» tutti noi, uno per uno?
A ciascuno Eros assegna la sua Balqîs, l’Apparsa e, insieme, la Rimossa che, al suo passaggio, lascia una mancanza «da dire», o meglio ancora: «da cantare».
È tramite la Musa, che Eros ci rivolge la parola. E noi parliamo per segnarci il «posto» dove, musicando, dicemmo addio a Balqîs, addio a Core, addio al Mattino di cui lei fu e rimane la Regina. Perciò, a dispetto di tutto, sempre a Lei vanno i nostri sospiri.