Lautréamont – Primo amore

Cercavo un’anima che mi somigliasse e non riuscivo a trovarla. Frugavo tutti i recessi della terra, ma la mia perseveranza era inutile. Eppure non potevo rimanere solo. Occorreva qualcuno che approvasse il mio carattere; occorreva qualcuno che avesse le mie stesse idee.
Era mattina; il sole si alzò all’orizzonte, in tutta la sua magnificenza, ed ecco che di fronte ai miei occhi si alza anche un giovanotto, la cui presenza faceva spuntare fiori dove lui donna-respintapassava. Mi si avvicinò e tendendomi la mano: «Sono venuto verso di te, te che mi cerchi. Benediciamo questo giorno felice».
Ma io: «Vattene; io non ti ho chiamato; non ho bisogno della tua amicizia …».

Era sera; la notte cominciava a stendere il nero del suo velo sopra la natura. Una bella donna, che appena distinguevo, diffondeva su di me il suo influsso incantatore e mi guardava con compassione; eppure, non osava parlarmi.
Dissi: «Avvicinati a me, affinché io possa distinguere nettamente i tratti del tuo volto; poiché la luce delle stelle non è abbastanza forte per illuminarli a questa distanza».
Allora, con andatura modesta, e gli occhi bassi, sfiorò l’erba del prato, dirigendosi dalla mia parte.

Appena la vidi: «Vedo che la bontà e la giustizia hanno eletto residenza nel tuo cuore: non potremmo vivere insieme. Ora tu ammiri la mia bellezza, che ha sconvolto più di una donna; ma, presto o tardi, ti pentiresti d’avermi consacrato il tuo amore; poiché non conosci la mia anima. Non che io sia infedele: a colei che a me si dà con tanto abbandono e fiducia, io, con altrettanta fiducia e con abbandono mi do; ma mettitelo bene in testa e non dimenticarlo mai: i lupi e gli agnelli non si guardano mai con occhi dolci».

Che cosa occorreva allora a me, che con tanto disgusto respingevo quanto c’era di più bello nell’umanità?
Quello che mi occorreva non avrei saputo dirlo. Non ero ancora abituato a rendermi conto con rigore dei fenomeni della mia mente per mezzo dei metodi che la filosofia raccomanda.
Mi sedetti su uno scoglio, vicino al mare.

Una nave aveva dispiegato tutte le vele per allontanarsi da quei luoghi: un punto impercettibile era apparso all’orizzonte, e si avvicinava a poco a poco, spinto dalla raffica, ingrandendo con rapidità.
La tempesta stava per dare inizio ai suoi attacchi, e già il cielo si oscurava, diventando d’un nero quasi tanto schifoso quanto il cuore dell’uomo. La nave, che era un grande vascello da guerra, aveva gettato tutte le ancore per non essere spezzata sugli scogli della riva. Il vento sibilava con furore dai quattro punti cardinali e scompigliava le vele. I colpi di tuono scoppiavano in mezzo ai lampi e non riuscivano a soverchiare il rumore dei lamenti che si udivano sopra quella casa senza fondamenta, mobile sepolcro.

vascello-affonda

Il rullio di queste masse d’acqua non era riuscito a rompere le catene delle ancore; ma i loro colpi avevano aperto una via all’acqua nei fianchi della nave. Enorme breccia; poiché le pompe non bastano a respingere le masse d’acqua salata che schiumeggianti si abbattono sul ponte, come montagne. La nave in difficoltà esplode alcuni colpi di cannone d’allarme; ma affonda con lentezza … con maestà.
Colui che non ha visto un vascello sprofondare in mezzo all’uragano, in mezzo all’intermittenza dei lampi e all’oscurità più profonda, mentre coloro che esso contiene sono affranti dalla disperazione che potete immaginare, costui non conosce gli incidenti della vita. Infine, da dentro le fiancate della nave si leva un grido universale di dolore immenso, mentre il mare raddoppia i suoi temibili attacchi.

È il grido che è stato urlato dall’abbandono delle forze umane. Ciascuno si avviluppa nel mantello della rassegnazione, e rimette la sua sorte nelle mani di Dio. Ci si addossa l’un l’altro, come un gregge di pecore.
La nave in difficoltà esplode colpi di cannone d’allarme, ma affonda con lentezza … con maestà …
Mi era stato dato di essere testimone delle agonie mortali di tanti miei simili. Minuto per naufraghiminuto, seguivo le peripezie delle loro angosce. Ora il mugugnare di qualche vecchia, impazzita di paura, aveva il sopravvento. Ora, il semplice guaito di un lattante m’impediva di sentire gli ordini per le manovre.

Il vascello era troppo lontano perché fosse possibile sentire distintamente i gemiti che le raffiche mi portavano; ma li avvicinavo con la volontà, e l’illusione ottica era completa.
Ogni quarto d’ora, quando un colpo di vento, più forte degli altri, emettendo i suoi lugubri accenti attraverso le grida delle procellarie angosciose, spostava la nave con una falla longitudinale, e aumentava i lamenti di coloro che stavano per essere offerti in olocausto alla morte, mi conficcavo nella guancia la punta aguzza di un ago e pensavo segretamente: «Loro soffrono di più!».
Avevo così almeno un termine di confronto …

Per eccesso di precauzione, ero andato a prendere il fucile a due palle, affinché, se qualche naufrago fosse stato tentato di raggiungere gli scogli a nuoto per sfuggire alla morte imminente, un proiettile nella spalla gli avrebbe fracassato il braccio e gli avrebbe impedito di attuare il suo piano.
Nel momento più furioso della tempesta vidi, sorta dalle acque, con sforzi disperati, una testa energica, dai capelli irti. Inghiottiva acqua a litri, e sprofondava nell’abisso, sballottata come un sughero. Ma presto tornava a comparire, coi capelli grondanti; e fissando gli occhi sulla spiaggia sembrava sfidare la morte.

Era ammirevole per il suo coraggio. Una larga ferita sanguinante, provocata da qualche punta di scoglio nascosto, sfregiava la sua faccia intrepida e nobile. Non doveva avere più di sedici anni; poiché a malapena, attraverso i lampi che illuminavano la notte, una lanugine di pesca si scorgeva sul suo labbro. E ora non era a più di cento metri dalla scogliera; e io lo miravo con facilità.
Quale coraggio! Quale spirito indomabile! E come la fissità del suo volto sembrava provocare il destino, mentre fendeva con vigore l’onda, i suoi solchi si aprivano con difficoltà davanti a lui! …

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Avevo già deciso. Ero costretto a mantenere la mia promessa: l’ultima ora era suonata per tutti, nessuno doveva sfuggire. Ecco la mia risoluzione; nulla l’avrebbe cambiata …
Un rumore secco s’udì e subito la testa sprofondò, per non riapparire più.
Non trovai in questo omicidio tutto il piacere che si potrebbe immaginare; precisamente perché ero sazio di uccidere sempre, continuavo a farlo, ormai, per una semplice abitudine, di cui non si può fare a meno, ma che procura soltanto un piccolo piacere.

Il senso è smussato, indurito. Quale voluttà provare per la morte di quell’essere umano, quando ce n’era più di un centinaio che stavano per offrirsi a me, come in uno spettacolo, nella loro lotta estrema contro i flutti, una volta sommersa la nave?
In questa morte non avevo neppure l’attrattiva del pericolo; poiché la giustizia umana, dondolata dall’uragano della notte spaventosa, sonnecchiava nelle case, a pochi passi da me.

Oggi che gli anni pesano sul mio corpo, lo dico con sincerità, come una verità suprema e solenne: non ero tanto crudele quanto più tardi, tra gli uomini, si raccontò; ma a volte la loro malvagità esercitava le sue devastazioni, per anni interi.
Allora, non conoscevo più limiti al mio furore; ero assalito da accessi di crudeltà e diventavo terribile per colui che si accostava ai miei occhi torvi, se pure apparteneva alla mia razza. Se era un cavallo, o un cane, lo lasciavo passare: avete sentito cosa ho detto?
Disgraziatamente, la notte di quella tempesta, ero in preda a uno di questi accessi …

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August Strindberg – Mareggiata

Ma che cos’è, ancora, quel tumulto delle onde, laggiù, all’orizzonte? Si direbbe una tromba d’acqua che si avvicina. E che colpo di remi!
Vedo che cos’è. È un’enorme femmina di pescecane che viene a degustare la sua parte di fegato d’anatra, e a mangiare del bollito freddo. È furibonda, perché sopraggiunge affamata.
Una lotta si scatena tra essa e gli altri pescecani, per contendersi le poche membra palpitanti che galleggiano qua e là, senza dire nulla, sulla superficie della crema rossa. A destra, a sinistra, essa opera colpi di denti che provocano ferite mortali. Ma tre pescecani vivi la circondano ancora, ed essa è obbligata a girare da tutti i lati per eludere le loro manovre.

Con un’emozione crescente, fino a quel momento sconosciuta, lo spettatore, seduto sulla riva, segue questa battaglia navale di nuovo genere. Tiene gli occhi fissi su quella femmina di pescecane dai denti così forti. Non esita più, imbraccia il suo fucile e con la sua abituale abilità sistema il secondo proiettile nella branchia di uno dei pescecani, proprio nell’istante in cui si era mostrato sulla cresta di un’onda.
Restano due pescecani, che forse per questo testimoniano di un maggiore accanimento. Dall’altro lato dello scoglio, l’uomo dalla saliva salmastra, si getta in mare, e nuota verso il tappeto dai gradevoli colori, tenendo in mano il coltello d’acciaio che non lo lascia mai.
Ormai, ciascuno dei pescecani ha da fare i conti con un nemico. Egli avanza verso l’avversario affaticato e, con tutta calma, gli affonda nel ventre la lama aguzza. La cittadella mobile si sbarazza facilmente dell’ultimo avversario …

Il nuotatore e la femmina di pescecane si trovano al cospetto, lei da lui salvata. Si guardano negli occhi per qualche minuto; e ciascuno si stupì di trovare nello sguardo dell’altro tanta ferocia.
Girano in tondo, nuotando, non si perdono di vista, e si dicono tra sé: «Finora mi sono ingannato; ecco qualcuno che è più malvagio di me».
Allora, di comune accordo, di tra due acque, scivolarono l’uno verso l’altra, con reciproca ammirazione, la femmina di pescecane scostando l’acqua con le sue pinne, Maldoror battendo l’acqua con le sue braccia; e trattennero il respiro, in una profonda venerazione, ciascuno desideroso di contemplare, per la prima volta, il proprio ritratto vivente.

Lecchi-donna-squalo

Giunti a tre metri di distanza, senza compiere il minimo sforzo, caddero bruscamente l’uno contro l’altra, come due amanti, e si baciarono con dignità e riconoscenza, in una stretta tenera quanto quella di un fratello e di una sorella.
I desideri carnali seguirono da presso questa dimostrazione d’amicizia. Due cosce nervose s’incollarono strettamente alla viscida pelle del mostro, come due sanguisughe; e le braccia e le pinne allacciate attorno al corpo dell’oggetto amato che circondavano con amore, mentre il loro seno e il loro petto ben presto non furono più altro che una massa glauca dalle esalazioni d’alghe; in mezzo alla tempesta che continuava a imperversare; nella luce dei lampi; avendo come letto di nozze l’onda schiumeggiante, trascinati da una corrente sottomarina come in una culla, rotolando, su se stessi, verso le ignote profondità dell’abisso, si unirono in un accoppiamento lungo, casto e schifoso!

Finalmente avevo trovato qualcuno che mi rassomigliava! …
Ormai non ero più solo nella vita! …
Ero al cospetto del mio primo amore!

(Lautréamont, I canti di Maldoror, 2)