C’era una volta il fuoco, e c’era l’acqua

C’è il fuoco buono e il fuoco cattivo: buono è quello che possiamo tenere sotto controllo (il fuocherello), cattivo è il fuoco che divampa, il fuoco che arde e incenerisce le foreste, quello che non padroneggiamo.
C’è il fuoco di cucina – viva Prometeo! ma c’è anche il fuoco della siccità, il solleone troppo vicino ai nostri campi.
Il fuoco che cuoce, dunque, e il fuoco che brucia.

C’è l’acqua buona e l’acqua cattiva: buona è quella che piove, buona è la manna che cade sul deserto. Dare da bere agli assetati! Cattiva invece è l’acqua che ristagna, l’acqua dei donne-cadentipantani, l’acqua torbida, il fango, la melma.
C’è dunque l’acqua che ringiovanisce, e l’acqua che imputridisce. L’acqua che evaporando torna a casa, e l’acqua che si perde nelle viscere della terra.

Non abbiamo in fondo che due ordini di problemi: è un problema quando la grazia più non ci piove addosso, ed è un problema quando Icaro vola troppo vicino al sole: gli si bruciano le ali.
Donde – se per caso noi fossimo angeli senz’ali, se per caso un «vedere» ci ha bruciato gli occhi in età precoce, se una qualche immagine ci accecò allora per la troppa vicinanza, se troppo ardente fu il miraggio (ne sa qualcosa Semele): acqua, ci serve acqua per spegnere l’incendio, ci serve un bel pianto, qualcosa che, come le lacrime di Iside, faccia straripare il Nilo e fecondi il nostro Egitto.

Rimpiangere quel miraggio, tornare a spegnerlo ma avendolo rivisto: questo è forse tutto il nostro Possibile, scommesso che ci sia ancora, non so come, possibile una qualche «angelicità», dal momento che non abbiamo più le ali, e neanche nessun’altra prova d’averle mai avute, se non forse una cicatrice, quella bruciatura là, la ferita, il trauma di cui parlano i Dottori.
Nient’altro che la Grande Rimozione abbiamo da raccontarci. Non abbiamo che da tornare a spegnere quel fuoco distruttore, per sentirci ancora una volta attraversare da un sentimento «angelico», per risentirlo e insieme rimuoverlo: non per portarne qua altro che il respiro, solo per respirare di tanto in tanto gli umori della nostra Anima più intima: cos’altro è nei fatti a noi più reale, se non il suo essere oscuro perfino a noi stessi?

Anima oscurata, Notte che ha partorito Eros – Semele che ha rilasciato a noi un precoce incompiuto Dioniso.
Hillman ha ragione a dire che Anima non è Eros, ma c’era bisogno di dirlo dopo Apuleio?
Psiche non trova di meglio che unirsi a Eros, questo è quanto! Per sapere di se stessa, Anima non ha che da specchiarsi nella sua libidine narcisistica. Anima «genera» il suo specchio erotico, per contemplarsi nelle Forme Immaginali di questa sua acerba «speculazione».
A tutte le latitudini il Racconto non fa che rinnovare e replicare il traumatico fallimento di questo antico «stadio dello specchio».

Picasso-casseruola
Picasso – Casseruola candela caraffa

C’è un fuoco cattivo, un fuoco distruttore, una fiamma che divora tutto ciò che illumina, un ardore che brucia le immagini mentre le immagina. Che ad esse non lascia nessuna posterità. È sempre quel bruciore di quella volta là – che si rinnova. E come quella volta là, tutte le volte bisogna che Iside pianga, che Anima lacrimi, stilla per stilla, le acque sorgenti dal suo profondo.
Da nessun altro posto deve sgorgare la Fonte, il Racconto stesso non ha più un posto da cui attingere le sue parole che non sia quell’Anima Incognita a ogni sua memoria, quell’Anima Incosciente che nulla sa di sé, che nulla ha e nulla vuole, come dice Mastro Eckhart.
Quella che Freud chiama dell’«inconscio non-rimosso». Quella stagione che terminò nella prima, nella Grande Rimozione – nel barzakh dei barzakh, per chi vuole sentirselo dire in arabo.

Solo quando sulla scena appare Eros, solo allora albeggia il nostro umano: un primo squarcio s’apre e subito si richiude nella Nuvola di Anima, ed ecco: un’apparizione, uno stupore, un miraggio che però, presto ahimé, crolla su se stesso.
La luce della candela di Psiche non fa in tempo a «realizzare» che una Forma, d’accordo: la più bella delle Forme, in cui potesse specularsi. E tuttavia, nel realizzarla alla prima luce dell’alba della sua coscienza, Psiche dovrà mille volte rammaricarsi con se stessa per candela-eroticaaver così rotto l’incantesimo nuziale della Notte senza stelle, della Notte che non aveva bisogno di stelle, della Notte a cui bastava la sua «luce nera» per brillare.
Anima, quell’Anima là – Acqua senza Fuoco, Immaginazione senza Specchio – è al di là delle parole del Racconto. Non se ne può raccontare che a partire dal momento in cui una goccia di cera bollente si versa su una ferita del suo narcisismo.

Una ferita antica, essa sì archetipica – non Anima, mio caro Hillman. Essa la Prägung, essa il Sigillo, l’Impronta, la Traccia per chi avesse le sue buone o cattive ragioni per voler provare a rintracciarla.
Psiche rincorre Eros dopo averlo illuminato di una fiamma narcotica, lo cerca avendolo rimosso, e l’insegue per rimuoverlo, né più né meno di Gilgameš che insegue il sogno dell’immortalità ma solo per addormentarsi sul più bello e perdersi nell’intimità di quel sogno. Per annientarsi nelle pieghe oniriche del suo più intimo Possibile, e sopravvivere alla sua (rivissuta) impossibilità.

Anima dimenticata, Notte senza stelle … solo chi ti balbetta, respira un tuo odore nella sua voce. Solo chi ti rimpiange, ritrova un tuo sapore nelle sue lacrime. E solo chi un grano di quel sapore lo semina nelle terre dove Iside ha pianto, torna a rinnovare di volta in volta solo quella volta là, quella della sua prima dimenticanza.
Quella, dimenticata la quale, gli angeli precipitarono in Egitto.
E sai perché? – perché avevano perso la testa per le Figlie dell’Uomo: per Core, per Arianna, per Isotta, per Elena, per Eva, per Maria, per Afrodite l’Epidemica, per Venere che si contagia, per la libidine che scorre inconscia nella Chiacchiera.

Le Figlie dell’Uomo, cerchiamo d’intenderci, sono le Forme che gli Angeli avvistano allorché si contemplano nello specchio del Mondo.
Perciò Hillman dice che Anima non è Eva né Maria, né Isotta né Medea. Come dire: Anima non è nessuna delle sue immaginazioni. E tanto meno, aggiungiamo noi, nessuna delle sue parole o dei suoi simboli.
E allora? abbiamo fatto solo un (lungo) pellegrinaggio alla volta del Niente? Ce ne andremo di qui, e a mani vuote torneremo, come Orfeo, da questo vano incanto?

Non ci rimane che un appiglio. Quello che Hillman evoca come «numinoso». Ci sono, dice, tra le Figlie dell’Uomo, certe Forme di apparizione «bipolari»: fuoco e acqua colti in lacrime-oroun istante «nuziale», in uno strabismo fuggitivo per cui quella Forma, «erotica» come tutte le altre, è insieme però anche portatrice di un richiamo all’aldilà della sua stessa «libidine».
Perciò è giovane e vecchia allo stesso tempo. È insieme Vergine e Puttana. Pura e insudiciata. Divina e infernale. Irraggiungibile, anzi no: eccola qua!

Eccola sparsa, e divenuta quasi irriconoscibile, in tutti i racconti. È due volte Isotta, due volte Sophia, due volte Ginevra. È Lei e, insieme, la sua metafora allo specchio del Mondo.
Per amarla (finirà prima o poi per dire a se stesso Tristano), per amare Isotta l’Antica non posso che amare il suo doppio Recente. L’Antica mi è apparsa quella volta là in tutta la sua potenza erotica, nel fulgore di quell’abbaglio a cui solo la mia libidine si offrì, e tuttora si offre, a promettere un futuro.
Perciò non posso fare a meno (prima o poi si dirà) di amare ogni altra Isotta, e di amarla tante volte quante saranno così numinose da ripetere la prima volta.
Da ripetere la favola, perché è di una favola che si tratta, quando comincia dicendo: c’era una volta …
C’era una volta il fuoco, e c’era l’acqua.