La devozione di Tristano a Isotta

Se proprio dobbiamo prendere una scorciatoia, si potrebbe archiviare quello di Tristano come il «caso dell’anti-devoto».
Insomma, Tristano è «l’opposto» del devoto di Kafka.
È una scorciatoia, perciò la faccio breve.

Il devoto, ogni giorno che passa, chiama lo Stesso «pioppo» ogni volta con un nome diverso. È afflitto, per così dire, da una metonimia permanente. È immerso (e sommerso) two-maskin un «continuo» differenziarsi dell’Identico, in un perpetuo moltiplicarsi dei suoi nomi (ci vorrebbe un nome per ogni singolo istante, dice il Funes di Borges). Ogni istante gli fa patire l’inarrestabile fluire del Tutto verso il suo dissolvimento. Non c’è niente di stabile per lui, niente a cui possa aggrapparsi e presso cui possa stazionare.
C’è poco da fare: egli è tenuto a ripetere il gesto folle che, rendendolo visibile, lo strappa (questo, almeno, è quanto lui crede) all’impassibilità di fronte al passare della sua esistenza.

Tristano invece, ogni donna di cui s’innamora, la chiama Isotta: non è mai la Stessa, una volta è «bionda», un’altra ha «le mani bianche», eppure è sempre quell’Unico nome a «significarle» entrambe. Ce ne potrebbe essere pure una terza, una quarta, un’ennesima – sarebbe ancora quell’Isotta là. Sarebbe enne volte la potenza che si sprigiona dalla prima Isotta. Sarebbero tutte le ninfee che ripetono l’affiorare della ninfea che Monet non riuscì mai a dipingere.
Tristano è dunque soggetto a una fedeltà metaforica, ovvero a una «continua» ripetizione di un miraggio inconscio che, a dispetto delle metamorfosi e dei travestimenti, rimane nominalmente sempre lo Stesso, sempre nel segno di Isotta.

Il che è come dire:

(devoto : 1/n) ≠ (Tristano : n/1)
(1 albero con n nomi) ≠ (n donne con 1 nome)

Il devoto «sta» alla propria instabilità «nominale», come Tristano alla sua incoerenza «immaginale». Chiamati entrambi a dare un nome alle immagini, entrambi a tradurre l’immaginario nel simbolico, orientano l’uno, il devoto, la propria «devozione» all’Immagine, all’Apparire in pubblico, all’Essere Visto dalla gente, e l’altro, Tristano, al Nome.
Tristano è tanto fedele al Nome sotto cui ha sepolto chissà quale Immagine, quanto il Devoto è vincolato a moltiplicare i Nomi dietro cui sigillare la sua.
Tristano il nevrotico si fissa sul Nome Unico, il Devoto schizofrenico salta continuamente di palo in frasca.

surreal-reciproc

Entrambi «rimuovono» la Core dal loro immaginario, entrambi per coprirla fanno ricorso al Simbolico, con questa differenza però: che la devozione di Tristano prende una Forma stabile nel Simbolico, si stabilizza in un Solo Nome, mentre quella del Devoto ha un solo modo di attuarsi: deve rimanere al di là dei Nomi, lontana dallo Stesso Nome, per essere tutta e solo esibita nel gesto: attuata nel folle gesto di inscenare ogni sera la Stessa Messinscena, mentre tutto il resto passa e scorre via.

La ripetizione del gesto è, per così dire, più pura della ripetizione d’un nome, perché i nomi, nominando, coprono e rimuovono, laddove il gesto attua e porta allo scoperto, sia pure senza riconoscerlo, il Rimosso.
Se anche nel nome di Isotta è in atto una ripetizione, è tuttavia più difficile da cogliere – perché il nome «significa», il Nome è un «ricordo di copertura» di ciò che realmente ripete, il Nome trasmoda e trasfigura la Forma immaginale rimossa. Ripete una ripetizione sempre meglio mimetizzata nel registro della memoria.

Nella fedeltà al Nome, all’Unico, Tristano s’illude di mettere definitivamente al sicuro la propria identità. È su un’illusione di questo genere che si fonda ogni nevrosi.
surreal-corpoQuando l’Uno divenne Due, il Cielo e la Terra si separarono.
Quando cominciammo a parlare oltre al primo anche il secondo linguaggio, e tra loro apprendemmo a permutare immaginario e simbolico, a trovare similitudini e uguaglianze tra immagini e segni, a sostituire quelle con questi, nonché a mettere una pezza sopra i «buchi neri» della nostra immaginazione, senza saperlo – come potevamo saperlo a quella età? – aprimmo noi, con le nostre mani, la porta di casa al Lupo.
Gli dicemmo: su, vieni a mangiare questi avanzi immaginali, che ci furono un tempo sì cari, ma che ora ci tormentano e sono divenuti insopportabili. Ci feriscono a morte il nostro narcisismo. Su, entra, e fanne un boccone solo – di nostra Nonna, la più Vecchia della nostra Casa Immaginale.

Il fatto è che c’è il Lupo «buono» e il Lupo «cattivo»: il Lupo che si accontenta di due chiacchiere purché «fatte ad arte», anzi gli basta il solo nome Isotta per renderlo mansueto, e ciò che ha divorato non lo vomita più; e il Lupo che, quanti nomi gli dai da mangiare, fossero pure teneri agnellini, è sempre più affamato.
Insomma c’è il Lupo, l’Uno, che se ne sta tranquillo e buono al Denominatore e non fa una piega: enne donne una Stessa nevrosi. E ci sono enne Lupi che si contendono in un tiro alla fune una Stessa schizofrenia, molti Titani che fanno i pezzi l’Unico.