Freud – Ricordare e ripetere

L’oblio di impressioni, scene, eventi si riduce in genere a un loro «sbarramento». Quando il paziente parla di queste cose «dimenticate», raramente trascura di aggiungere: «Veramente l’ho sempre saputo, solo che non ci pensavo». Spesso egli esprime la propria delusione per il fatto che non vogliono venirgli in mente abbastanza di quelle cose che surreal-automiegli può riconoscere come veramente «dimenticate», cose cioè a cui non ha mai più pensato dopo che gli sono capitate. Cionondimeno anche questa aspirazione, soprattutto nelle isterie di conversione, viene talora appagata.

La «dimenticanza» trova un’ulteriore limitazione nella produzione dei tanto frequenti ricordi di copertura. In molti casi ho tratto l’impressione che la ben nota, e per noi teoricamente così importante amnesia dell’infanzia sia completamente controbilanciata dai ricordi di copertura. In questi ultimi non si conservano soltanto alcuni, ma tutti gli elementi essenziali della vita infantile. È solo questione, attraverso l’analisi, di imparare a ricavarli.
I ricordi di copertura fungono da rappresentanti degli anni dimenticati dell’infanzia con la stessa adeguatezza con cui il contenuto manifesto del sogno rappresenta i pensieri onirici.

Gli altri gruppi di processi psichici che, in quanto atti meramente interiori, possono essere contrapposti alle impressioni e ai dati immediati dell’esperienza, e cioè le fantasie, i riferimenti, gli impulsi emotivi, le connessioni, vanno considerati separatamente nella loro relazione col ricordo e con l’oblio.
Qui accade assai spesso che venga «ricordato» qualcosa che non ha mai potuto essere «dimenticato», per il semplice fatto che non è mai stato notato, che non è mai stato cosciente. […]

Particolarmente nelle svariate forme della nevrosi ossessiva l’oblio si limita perlopiù a un annullamento di connessioni, a un disconoscimento di concatenazioni causali, a un isolamento di ricordi.
Per una specie particolare di situazioni assai importanti che si verificano in un’epoca assai remota dell’infanzia – e che allora vengono vissute senza essere capite, mentre surreal-disconessionevengono comprese e interpretate a posteriori – non è in genere possibile suscitare il ricordo.
Si arriva a prenderne conoscenza attraverso i sogni, si è forzati a prestar loro fede in base a motivi inoppugnabili derivanti dalla struttura stessa della nevrosi, e ci si può anche render conto che l’analizzato, quando ha superato le sue resistenze, non fa appello alla mancanza del ricordo (e cioè dell’impressione che quel certo fatto gli è noto) al fine di non accettarne la realtà. […]

L’analizzato non ricorda assolutamente nulla degli elementi che ha dimenticato e rimosso: egli piuttosto li mette in atto. Egli riproduce quegli elementi non sotto forma di ricordi, ma sotto forma di azioni; li ripete, ovviamente senza rendersene conto.
Ad esempio: l’analizzato non dice di ricordare d’esser stato caparbio e diffidente verso l’autorità dei genitori, ma si comporta in questo stesso modo verso il medico. Non ricorda d’esser rimasto privo di consiglio e di aiuto nella sua esplorazione sessuale infantile, ma porta un mucchio di sogni e di associazioni confuse, si lagna che nulla gli riesce e dichiara che è un suo destino non portar mai a termine ciò che intraprende. Non ricorda d’essersi profondamente vergognato di determinate pratiche sessuali e di aver temuto che esse venissero scoperte, ma mostra ora di vergognarsi del trattamento che ha intrapreso e cerca di tenerlo celato a tutti: e così di seguito.

Quel che più conta è che il paziente comincia la cura fin dal primo istante con una tale ripetizione. Quando a un paziente, che ha avuto una vita piena di vicissitudini e che presenta una lunga storia clinica, si comunica la regola psicoanalitica fondamentale e lo si invita a dire quello che gli passa per la mente, ci si attende che egli dia libero corso al fluire delle sue comunicazioni; spesso capita invece che a tutta prima egli non sappia che cosa dire. Non apre bocca e sostiene che non gli viene in mente nulla. Si tratta semplicemente della ripetizione di una impostazione omosessuale, che si presenta sotto forma di resistenza a qualsiasi ricordo. Il paziente non si libererà, finché rimane in trattamento, da questa «coazione a ripetere»: e alla fine ci si rende conto che proprio questo è il suo modo di ricordare. […]

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Wilhem Freddie – Ude paa landet

Quanto maggiore è la resistenza, tanto maggiore è la misura in cui il ricordare viene sostituito dal mettere in atto (ripetere). L’ideale, quanto al ricordo delle cose dimenticate, si ha quindi nell’ipnosi, stato in cui la resistenza è completamente messa da parte.
Quando la cura incomincia sotto gli auspici di una lieve e tacita traslazione positiva, ciò consente al paziente di immergersi immediatamente nei suoi ricordi come farebbe nell’ipnosi durante la quale gli stessi sintomi morbosi sono messi a tacere; ma se in seguito questa traslazione si fa ostile o troppo accentuata, tale dunque da esigere una rimozione, subito il ricordo lascia il posto alla messa in atto.
Da allora in poi sono le resistenze che determinano l’ordine di successione di quanto verrà ripetuto. L’ammalato dissotterra dall’arsenale del passato le armi con cui si difende dalla prosecuzione della cura, armi che noi dobbiamo togliergli di mano una a una.

Sappiamo dunque che l’analizzato ripete invece di ricordare, che ripete sotto le condizioni impostegli dalla resistenza; ma ci possiamo ora chiedere: che cosa propriamente egli ripete o mette in atto?
La risposta è questa: egli ripete tutto ciò che, provenendo dalle fonti di quanto in lui vi è di rimosso, si è già imposto alla sua personalità manifesta: le sue inibizioni, i suoi atteggiamenti inservibili, i tratti patologici del suo carattere. Sì, egli ripete anche durante il trattamento tutti i suoi sintomi. […]
La sua malattia non va dunque trattata come una faccenda del passato, ma come una forza che agisce nel presente.

(Freud, Ricordare ripetere rielaborare)