Karîm Khân Kermânî – Il paradiso del fedele credente

Il paradiso del fedele credente è il suo proprio corpo. Le sue opere virtuose sono, di questo paradiso, gli alberi, i corsi d’acqua viva, i castelli e le urì.
corpo-cassettieraAllo stesso modo la geenna dell’empio non è altro che il suo proprio corpo; le sue opere detestabili sono le fornaci, i mostri, i serpenti, i cani, i draghi, ecc.

Forse stai pensando che, col pretesto dell’interpretazione spirituale, io stia qui trasponendo tutto in pure allegorie?
Ti stai chiedendo forse come il corpo del fedele credente, con le esigue dimensioni d’un corpo umano, possa essere un paradiso, quando al fedele credente deve essere dato un paradiso mille volte l’equivalente di questo mondo? e come il corpo dell’empio possa essere la sua geenna, quando l’inferno è un’immensità e si parla di abissi e di montagne di fuoco?

Dio non voglia che il filosofo parli a vanvera!
Presta dunque attenzione, per comprendere bene la realtà e il senso vero del tema qui trattato.

Il fedele credente, non c’è bisogno di dirlo, ha un proprio corpo, e questo suo corpo comporta qualcosa di accidentale: tutto ciò che in questo mondo terrestre è visibile, è accidente, mero colore e mera figura, passa per stati successivi che vanno e vengono, senza per nulla far parte del corpo essenziale o archetipo.
Quel corpo che tu vedi ora, con le sue esigue dimensioni materiali, è il corpo accidentale; in nessun modo fa parte integrante del corpo essenziale.

Quanto al corpo essenziale o archetipo, quello di Zayd per esempio, esso è proporzionato alla vastità della sua conoscenza, della sua attitudine a comprendere, della sua coscienza spirituale, del suo comportamento morale; perché, quanto più è sviluppata la sua coscienza spirituale, tanto più sottile è anche il suo corpo essenziale.
Ora, quanto più sottile diventa questo corpo, tanto più grande ne è la misura. È in tal senso che la grandezza del paradiso dei fedeli adepti è in funzione della loro conoscenza, della loro coscienza spirituale e del loro comportamento morale.

Quanto più sono conoscenti, fedeli e perfetti, tanto più vasto appare il loro paradiso e tanto più cresce il loro corpo.
Dalì-disegno-paradisoPuò avvenire che per un fedele adepto la grandezza del suo paradiso sia sette volte la dimensione di questo mondo terrestre; che per un altro essa sia dieci volte più grande, per un altro un milione di volte.
Ciascuno si crea una dimora proporzionata alla capacità della sua energia spirituale.

È per questo che il corpo essenziale o archetipo dei fedeli adepti è la Terra stessa del loro paradiso, così come il corpo essenziale dell’empio è la Terra stessa della sua geenna.
L’angustia del luogo, la sua sordida sporcizia, la sua densità tenebrosa, la sofferenza che vi patisce, sono proporzionali alla sua empietà e alla sua dissociazione dall’Unico.

Si comprenda bene ciò che voglio dire.
Il tema è estremamente sottile: nessuno può sfuggire a se stesso, uscire da se stesso; nessuno diventa altro che se stesso; nessuna cosa diventa altra che se stessa.

Non dirti che lo stato che ho or ora descritto non è quello che ci ha fatto conoscere la Rivelazione divina.
Dio mi è testimone! il paradiso abbonda di urì, castelli, piante verdeggianti e corsi d’acqua viva, così come li descrive il Libro rivelato, senza restrizione alcuna, ma non come la tua fantasia se li immagina.
Noi non siamo la comunità della tua fantasia; noi che seguiamo il Libro e la Tradizione, siamo la comunità del Profeta.

Non ti rendi conto che quando tu senti nel Corano la parola «albero», tu immagini degli alberi identici agli alberi di questo mondo?
Ora c’è un versetto che dichiara: «I loro frutti sono in basso» (69: 23), vale a dire che la cima degli alberi del Paradiso è in basso, così come Sua Santità l’Emiro dei Credenti, il nostro primo Imâm, fa osservare a mo’ di commento: «Gli alberi del Paradiso sono all’inverso degli alberi di questo mondo. Gli alberi del Paradiso hanno la loro radice in alto e i loro rami in basso».
Tu senti le parole «corsi d’acqua viva», e immagini un fiume simile ai fiumi di questo urì-iranianmondo, mentre è detto che il Tasnîm (Corano, 83: 27) entra dall’alto delle dimore degli abitanti del paradiso.
Ho dunque l’obbligo di trattare queste questioni conformemente al Libro rivelato e alla nostra Tradizione, non secondo la tua fantasia.

Dichiaro dunque che il corpo essenziale o archetipo del fedele adepto è esso stesso il suo paradiso. Il fedele è egli stesso all’interno del suo proprio paradiso, fin da questo mondo come nell’evo futuro. Il corpo-archetipo dell’empio è esso stesso la sua geenna: egli abita il suo proprio inferno, tanto in questo mondo che nel mondo venturo.
Non hai sentito dire che l’«argilla» di cui è costituito il credente fedele appartiene alla Terra del paradiso, mentre l’«argilla» dell’empio appartiene alla Terra della geenna?

La Terra del paradiso è dunque il paradiso, la Terra della geenna è la geenna. A ciascuno non può essere dato, in fatto di paradiso o d’inferno, che ciò che è in grado di ricevere e che è omogeneo all’«argilla» di cui è costituito.
Nessuno è atto a gustare una dolcezza o un castigo che eccedano la misura della sua attitudine. A ciascuno, fin dal Primo Giorno, è stato dato l’Ultimo Giorno.

Se nel mondo preterrestre, il mondo delle ragioni seminali, egli è stato un fedele adepto, è stato fin da allora atto alla ricompensa, e in proporzione a questa gli è stata data una parte di Terra del paradiso.
Se invece egli ha meritato il castigo, gli è stata data una parte proporzionata della Terra della geenna.
Nessun fedele credente diventa più credente in questo mondo di quanto non ha deciso egli stesso nel mondo preterrestre. A ciascuno è fatto e dato secondo la sua fede o la sua infedeltà.
Rifletti bene a ciò che dico per non fraintendere, perché la questione è sottile.

(Mohammad Karîm Khân Kermânî, Istruzioni per i profani)