Bretagna – Lancillotto rapito dalla Dama del Lago

Nella marca di Gallia e della Piccola Bretagna c’erano un tempo due re che erano fratelli germani e che avevano sposato due sorelle germane. Uno aveva nome Ban di Benoic, e l’altro Bohor di Gannes.
Re Ban era allora molto vecchio, ma la regina Elena, la moglie, era ancora una dama fanciulla-lagogiovane e coraggiosa, molto amata dalla buona gente. Avevano avuto un solo figlio, battezzato Galaad, ma che veniva sempre chiamato Lancillotto: più avanti il racconto dirà perché, ora non è ancora il luogo e il momento.

Re Ban aveva a nemico mortale il suo vicino Claudas, re della Terra Deserta, che era buon cavaliere e saggio, ma traditore, e che gli faceva aspra guerra. Ora, re Artù si trovava impedito a soccorrerlo, perché a quel tempo si adoprava a combattere i propri baroni nella Grande Bretagna. […]
Re Ban, quando fu mezzo agosto, decise di andare di persona a chiedere aiuto a re Artù, e con la moglie e il figlioletto attraversò la palude e s’inoltrò nella vicina foresta, che era la più grande di tutte le foreste della Gallia e della Piccola Bretagna, ché misurava ben dieci leghe gallesi di lunghezza e sei o sette di larghezza. Nel centro c’era il Lago di Diana […]

Il re volle salire sulla collina per mandare un ultimo sguardo al suo castello. Intanto, la regina attendeva il suo signore ai piedi della collina. Aveva preso il bambino fra le braccia e, baciandolo più di cento volte, diceva: «Certo, se vivrai abbastanza da raggiungere l’età di vent’anni, sarai l’unico, il più bello dei belli. Che sia benedetto Dio che m’ha donato creatura così bella!».
In quel momento, vide il palafreno del suo signore discendere la collina al trotto, ché il re, cadendo, l’aveva spaventato. Sorpresa, ella comandò allo scudiero di prenderlo e di affrettarsi a salire la collina. E presto sentì l’alto grido che il valletto levò quando trovò il re disteso, freddo nella morte.

Turbata, ella posò il figlio sull’erba e si mise a correre verso la sommità del poggio. E quando vide il valletto inginocchiato presso il corpo del suo signore, cadde svenuta.
Poi si riprese e cominciò a gemere, rimpiangendo il grande coraggio e la bontà del re, chiamando tardiva la morte che per lei non arrivava; e intanto si strappava i bei capelli biondi, si torceva le braccia e si graffiava il tenero viso sì crudelmente che il sangue vermiglio le colava sulle gote, e levava tali grida che ne risuonavano le colline e la valle all’intorno, sì che alla fine la voce le venne meno.

Ed ecco, mentre così si lamentava, si ricordò d’improvviso del figlio che aveva imprudentemente abbandonato sulla riva del lago, e subito riprese a correre come dama-lago-bimbodonna impazzita verso il luogo in cui l’aveva lasciato. La paura la strinse sì forte che le mancò il piede e più di una volta cadde rudemente, al punto da restarne stordita.
Ma, arrivata ai piedi della collina, tutta scarmigliata e stracciata, vide il figlio fuori della culla, in grembo a una damigella che lo stringeva teneramente al seno, tutto nudo e sfasciato, benché la mattina fosse fredda e il sole alto. E la sconosciuto imprimeva piccoli baci sugli occhi e sulla bocca del bambino, e non aveva torto, ché era il più bel bambino del mondo.

«Mia dolce amica – gridò la regina da lontano come la vide – per l’amor di Dio, lasciate quel bambino! Ormai non avrà che pena e lutto, perché è orfano. Il padre è morto, ed egli ha perduto la sua terra che non sarebbe stata piccola se Nostro Signore gliel’avesse conservata».
Ma la damigella non rispose parola. E quando vide la regina avvicinarsi, si alzò col bambino tra le braccia, avanzò verso la riva del lago e, a piedi uniti, si slanciò sotto le acque.
A tale vista la madre cadde svenuta e, quando riprese i sensi e non trovò più né il figlio né la damigella, poco mancò che si abbandonasse alla disperazione: volle gettarsi nel lago e certamente l’avrebbe fatto se i valletti non l’avessero trattenuta.

Una badessa che passava non lontano di là con due monache, un cappellano, un fratello converso e due scudieri, udì il gran lamento che menava la regina e, mossa a pietà, accorse e le chiese perché tanto si dolesse.
«Sono la regina dai grandi dolori! – rispose la madre e, raccontate le sue sventure, infine aggiunse – per l’amor di Dio e sulla vostra anima, vi chiedo di accogliermi come sorella, ché non ho più nulla da fare al mondo; e, se rifiutate, me ne andrò, meschina e smarrita, in questa foresta selvaggia dove perderò l’anima insieme al corpo».
La badessa dovette acconsentire. Le belle trecce della regina furono tagliate, ed ella ricevette il velo […]

Dama-Lago-bw

La damigella che aveva rapito il bimbo era una fata.
A quei tempi venivano chiamate fate le donne che sapevano di incantesimi, e in Bretagna ce n’erano più che in ogni altra terra. Esse conoscevano le virtù delle parole, delle pietre e delle erbe, e grazie ad esse si mantenevano giovani, belle e ricche a loro piacere. […]
Quella damigella che aveva rapito il bambino, la fata che aveva rapito il piccolo Lancillotto, era quella Viviana che Merlino aveva tanto amata da insegnarle i suoi incantamenti, tanto che lei l’aveva fatto addormentare e con la negromanzia l’aveva rinchiuso nella prigione d’aria.

Se la Dama del Lago fu tenera con Lancillotto, non è nemmeno da chiedere: se l’avesse portato nel ventre non avrebbe potuto allevarlo con più dolcezza. E il lago in cui era sembrato che si fosse gettata con lui, non era che uno degli incantesimi che Merlino un tempo aveva fatto per lei: nel luogo in cui l’acqua sembrava esser più profonda, v’erano belle e ricche dimore, a fianco delle quali scorreva un fiume molto pescoso; ma l’apparenza d’un lago copriva tutte queste cose.

La Dama non era sola in quei luoghi: aveva con sé cavalieri, dame e damigelle; ed ella diede a Lancillotto una buona nutrice. Ma nessuno conosceva il nome del bambino: gli uni lo chiamavano Bel Trovatello, gli altri Figlio di Re; lui credeva che la Dama del Lago fosse sua madre. E crebbe e divenne tanto bello che a tre anni pareva ne avesse cinque.

(Infanzia di Lancillotto del Lago: 1, 4, 7)