Deleuze – La ripetizione e la legge

La ripetizione non è la generalità. La ripetizione va distinta dalla generalità in vari modi. Ogni formula che implichi la loro confusione genera imbarazzo: così quando diciamo che due cose si somigliano come due gocce d’acqua; o quando identifichiamo la formula che clown-multi-mask«non si dà scienza che non sia del generale» a quella che «non si dà scienza se non di ciò che si ripete».
La differenza è essenzialmente tra la ripetizione e la somiglianza, anche massima.

La generalità presenta due grandi ordini: l’ordine qualitativo delle somiglianze e l’ordine quantitativo delle equivalenze.
I cicli e le uguaglianze ne sono i simboli.
Ma, in ogni modo, la generalità esprime un punto di vista secondo cui un termine può essere scambiato con un altro, un termine sostituito a un altro. Lo scambio o la sostituzione dei particolari definisce la nostra condotta corrispondente alla generalità. Ecco perché gli empiristi non cadono in errore quando presentano l’idea generale come un’idea particolare in se stessa, a condizione di infondervi il senso di poterla sostituire con qualsivoglia altra idea particolare che le somigli sotto il rapporto di una parola.

Al contrario, noi vediamo che la ripetizione non è una condotta necessaria e fondata se non in rapporto a ciò che non può essere sostituito. La ripetizione come comportamento e come punto di vista concerne una singolarità impermutabile, insostituibile.
I riflessi, gli echi, i doppi, le anime non appartengono al regno della somiglianza o dell’equivalenza; e come non c’è sostituzione possibile tra i veri gemelli, così non c’è possibilità di scambiare la propria anima.
Se lo scambio è il criterio della generalità, il furto e il dono sono i criteri della ripetizione. C’è dunque una differenza economica tra i due ordini.

Ripetere è comportarsi in rapporto a qualche cosa di unico o di singolare, che non ha uguale o equivalente. E forse codesta ripetizione come condotta esterna riecheggia per proprio conto una vibrazione più segreta, una ripetizione interiore e più profonda nel singolare che l’anima. La festa non ha altro paradosso apparente: ripetere un «irricominciabile».
Non aggiungere una seconda e una terza volta alla prima, ma portare la prima volta all’ennesima potenza. Sotto tale rapporto della potenza, la ripetizione si rovescia interiorizzandosi; come dice Péguy, non è la festa della Federazione che commemora o rappresenta la presa della Bastiglia, ma è la presa della Bastiglia che festeggia e ripete per prefigurazione tutte le Federazioni; è la prima ninfea di Monet che ripete tutte le altre.

Monet-Ninfee

Sono dunque in opposizione la generalità, come generalità del particolare, e la ripetizione come universalità del singolare. Si ripete un’opera d’arte come singolarità senza concetto, e non è certo casuale che una poesia debba essere imparata a memoria. L’intelletto è l’organo degli scambi, ma la memoria o il cuore, l’organo amoroso della ripetizione. (È vero che la ripetizione riguarda anche l’intelletto, ma proprio perché essa ne è il terrore o il paradosso). […]

D’altra parte, la generalità è dell’ordine delle leggi. Ma la legge determina soltanto la somiglianza dei soggetti che vi sono sottoposti, e la loro equivalenza a termini che essa designa.
Lungi dal fondare la ripetizione, la legge mostra piuttosto come la ripetizione resterebbe impossibile per quei puri soggetti della legge che sono i particolari. Essa li condanna a mutare.
Forma vuota della differenza, forma invariabile della variazione, la legge costringe i suoi soggetti a non illustrarla che a prezzo dei loro propri mutamenti.

Senza dubbio ci sono tanto delle costanti quanto delle variabili nei termini designati dalla legge; e nella natura, tanto delle permanenze, dei modi di perseverare, quanto dei Mosè-leggeflussi e delle variazioni.
Ma un modo di perseverare non è in maggior misura una ripetizione. Le costanti di una legge sono a loro volta le variabili di una legge più generale, un po’ come le rocce più dure divengono materie molli e fluide su una scala geologica di un milione di anni.
E, a ogni livello, è in rapporto a taluni grandi oggetti permanenti nella natura che un soggetto della legge sperimenta la propria impotenza a ripetere, e scopre che questa impotenza è già compresa nell’oggetto, riflessa nell’oggetto permanente ove legge la propria condanna. […]

Se la ripetizione è possibile, essa inerisce al miracolo piuttosto che alla legge. Essa è contro la legge: contro la forma simile e il contenuto equivalente della legge. Se la ripetizione può essere trovata, anche nella natura, ciò accade in nome di una potenza che si afferma contro la legge, che lavora sotto le leggi, forse superiore alle leggi.
Se la ripetizione esiste, essa esprime nello stesso tempo una singolarità contro il generale, un’universalità contro il particolare, uno straordinario contro l’ordinario, una istantaneità contro la variazione, una eternità contro la permanenza.
Sotto ogni aspetto, la ripetizione è la trasgressione. Essa pone in questione la legge, ne denuncia il carattere nominale o generale, a vantaggio di una realtà più profonda e più artistica.

Sembra difficile tuttavia negare ogni rapporto della ripetizione con la legge, anche dal punto di vista della sperimentazione scientifica. Ma ciò che noi dobbiamo domandarci è in quali condizioni la sperimentazione assicura una ripetizione.
I fenomeni naturali si producono all’aria aperta, essendo ogni inferenza possibile entro vasti cicli di somiglianza: è in tal senso che tutto reagisce su tutto, e che tutto somiglia a tutto (somiglianza del diverso con sé).
Ma la sperimentazione costituisce degli ambiti relativamente isolati, nei quali noi definiamo un fenomeno in funzione di un piccolo numero di fattori selezionati (due al minimo, ad esempio lo spazio e il tempo per il moto di un corpo in generale nel vuoto).

Non è il caso, perciò, di interrogarsi sull’applicazione della matematica alla fisica: la fisica è immediatamente matematica, i fattori rilevati o gli ambiti chiusi costituiscono Franklin-paintaltrettanti sistemi di coordinate geometriche. In tali condizioni, il fenomeno appare necessariamente come uguale a una certa relazione quantitativa tra fattori selezionati.
Si tratta dunque, nella sperimentazione, di sostituire un ordine di generalità a un altro: un ordine di uguaglianza a un ordine di somiglianza. Si disfano le somiglianze per scoprire una uguaglianza che consente di identificare un fenomeno nelle condizioni particolari della sperimentazione.

Qui la ripetizione non appare che nel passaggio da un ordine di generalità all’altro, affiorando in virtù e nel momento di tale passaggio.
Tutto accade come se la ripetizione puntasse in un istante, tra le due generalità, sotto due generalità. Ma qui ancora, si rischia di prendere per una differenza di grado ciò che differisce in natura. Giacché la generalità non rappresenta e non suppone che una ripetizione ipotetica: se le medesime circostanze sono date, allora eccetera ecc.

Codesta formula significa: in totalità simili, si potranno sempre isolare e selezionare fattori identici che rappresentano l’essere-uguale del fenomeno. Ma non ci si rende conto così né di ciò che pone la ripetizione, né di ciò che v’è di categorico o di ciò che vale di diritto nella ripetizione (ciò che vale di diritto, è «n» volte come potenza di una sola volta, senza che ci sia bisogno di passare per una seconda, una terza volta).
Nella sua essenza, la ripetizione rinvia a una potenza singolare che differisce in natura dalla generalità, anche quando essa si giova, per apparire, del passaggio artificiale da un ordine generale all’altro.

(Deleuze, Differenza e Ripetizione)