Thomas – Tristano sposa l’altra Isotta

Tristano è in grande afflizione, e non sa più cosa fare di questo suo amore: è in grande pena e conflitto. Non sa trovare altro argomento se non che vuole provare se può avere piacere a dispetto dell’amore, e se tale piacere può fargli dimenticare Isotta; ché crede Dalì-donna-doppiache ella lo dimentichi per il piacere che prova col proprio signore.
Perciò vuole prendere moglie, di modo che Isotta non possa biasimarlo perché, senza diritto, ricerca il piacere, ché non converrebbe al suo onore.

Vuole Isotta dalle Bianche Mani per la bellezza e per il nome Isotta. Mai Tristano l’avrebbe desiderata se ella non avesse portato questo nome, né per il nome senza la bellezza.
Per le due cose assieme, egli si accinge a prenderla per moglie: per conoscere quale sia la vita della regina e vedere come, a dispetto dell’amore, si possa trarre piacere dalla propria moglie. Vuole provare con la propria persona ciò che Isotta fa col re, e così vedere quale piacere avrà con l’altra Isotta.

Il dolore e la pena lo spingono così a cercare vendetta, ma contro il male prepara un rimedio che raddoppierà il tormento: vuole sottrarsi alla pena, non fa che aggravarla; crede di trovare il piacere solo perché non può realizzare il volere.
Nella fanciulla, Tristano ha trovato il nome e la bellezza della regina ma, non fosse stato per Isotta, non l’avrebbe voluta per il nome, e neppure per la bellezza. Tristano non l’avrebbe mai amata se ella non si fosse chiamata Isotta, né l’avrebbe mai potuta amare se non ne avesse avuto la bellezza. È preso dal desiderio e dalla volontà d’avere la fanciulla, e per il nome, e per la bellezza. […]

Tristano ha pensato di abbandonare Isotta e sradicare l’amore dal proprio cuore: prende in sposa un’altra Isotta per fuggire la prima. Se non vi fosse l’una, non potrebbe amare l’altra. E poiché non può avere la prima, il desiderio si volge alla seconda, ché se potesse avere la regina non amerebbe la fanciulla Isotta.
Perciò devo, a mio parere, affermare che non fu amore e non fu ira, ché se fosse stato vero amore, egli non avrebbe amato la fanciulla contro la volontà dell’amica. Né fu vero odio, ché Tristano amò la fanciulla per amore della regina, e poiché la sposò per amore di lei, non fu dunque odio.
Se nel suo cuore odiasse Isotta, non prenderebbe Isotta per amor suo; ma se l’amasse di vero amore, non sposerebbe l’altra. Ma tanto è in pena d’amore che vuole operare contro di esso, per congedarsi dall’amore. Tristano vuole fuggire il dolore, ma cade in un male ben più grande. […]

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Il giorno è scelto, il termine fissato. Tristano giunge con gli amici; v’è anche il duca e i suoi uomini con lui. I preparativi sono stati fatti, e Tristano sposa Isotta dalle Bianche Mani.
Il cappellano dice messa, e il servizio si svolge secondo le regole della santa chiesa. Vanno poi al banchetto a festeggiare e a svagarsi con quintane e giostre, giavellotti e dardi, lotte e scherma, e diverse gare, come si conviene a festa di tal sorta e s’addice a quanti vivono nel mondo. Il giorno trascorre in simili piaceri.

Ora i letti sono pronti per la notte. La fanciulla è accompagnata al talamo, e Tristano si fa svestire della tunica che indossa e che gli sta a meraviglia. È sì stretta intorno ai polsi che, quando gliela tolgono, gli sfilano dal dito l’anello che ha avuto da Isotta, allorché si sono separati nel verziere.
Tristano guarda, vede l’anello e si addentra in un nuovo pensiero. Ne ha tale tormento che non sa cosa fare: ora che potrebbe agire a proprio volere, gli viene meno il potere, e giunge a pentirsi di quanto ha fatto. Ha visto l’anello, e il proprio agire ora gli è in dispregio: si ritrae in cuor suo, ché è molto afflitto da tale pensiero. Ricorda il patto che ha stretto quando, nel verziere, si sono detti addio, e dal suo petto si leva un profondo sospiro.

«Come posso fare? – dice a se stesso. – Quest’azione mi ripugna. Pure, devo giacere con lei come con la mia legittima sposa. Devo farlo, poiché non posso abbandonarla, e ciò a Tristano-restio-Isottacausa del mio stolto cuore che fu sì folle e mutevole. Poco pensai alla mia amica quando richiesi la fanciulla ai genitori e amici, quando intrapresi la follia di rompere e tradire la parola data. Devo giacere, ma la cosa mi addolora! Lealmente l’ho sposata sulla soglia del monastero, di fronte al mondo: per nulla posso ripudiarla, e devo commettere follia. Da lei non posso ritrarmi senza grave peccato, senza grande misfatto! Né posso unirmi a lei senza commettere spergiuro. Sono sì legato all’altra Isotta che sarebbe errore che questa m’abbia; pure, devo sì tanto a questa Isotta che non posso tenere fede all’altra … Devo dunque giacere in questo letto, ma astenermi dal piacere. Se desiderio il mio diletto dalla fanciulla, mi sarà gran pena trattenermene, ma se non ambisco al mio piacere, molto mi sarà penoso giacere nel suo letto. Sia che la ami o la odi, dovrò sopportare grande affanno ma, poiché tradisco Isotta, assumo su di me tale penitenza che, quando ella saprà della mia pena, dovrà ben perdonarmi».

Tristano si corica, e Isotta lo prende tra le braccia, gli bacia la bocca e il volto, lo stringe a sé e sospira dal profondo del cuore, e vuole ciò che egli non intende fare.
Prendere il piacere come rinunciarvi sono cose contrarie alla volontà di Tristano. La natura vuole prendere il suo corso, ma la ragione rimane leale verso Isotta. Lo struggimento che ha per la regina gli toglie il desiderio della fanciulla e scaccia la volontà, ché la natura non vi ha potere.
Amore e ragione lo stringono e vincono ciò che il suo corpo vuole. Il grande amore che ha per Isotta reprime l’impeto della natura, e ha ragione di una passione senza amore. La volontà di compiere l’atto è forte, ma l’amore lo costringe a ritirarsi. Sente che la fanciulla è bella, sa che è leggiadra, aspira al piacere e odia lo struggimento per Isotta, ché, se non si struggesse per la regina, potrebbe ora acconsentire alla passione.

Conrad-Rosetta

Ma è allo struggimento che acconsente. È in pena e tormento, in gran perplessità e affanno; non sa come trattenersi né come comportarsi con la sposa, dietro quale pretesto nascondersi. Tuttavia prova vergogna, e fugge ciò che desidera; evita il piacere, e da esso si ritrae per non aver diletto.
«Mia bella amica – dice – non abbiate a villania la confessione che voglio farvi. Vi prego di tenerla segreta sì che nessun altro la sappia: mai ne parlai, se non ora e a voi. Sul mio fianco destro è una piaga che da lungo tempo m’accompagna e, questa notte, ne ho grave pena. Mi tiene in tale spasimo e tanto mi è vicina al fegato che non oso adoprarmi nel piacere, né affaticarmi ancora. Non vi crucciate se ora mi sottraggo: altra volta ne avremo a sazietà, quando io vorrò e voi vorrete».
«Mi dà più pena la vostra piaga che ogni altro male al mondo – risponde Isotta. – Ma voglio e posso ben astenermi da ciò di cui vi sento parlare». […]

La bella Isotta dalle Bianche Mani giace vergine col proprio signore. Dormono assieme nello stesso letto. Non conosco la loro gioia o la loro pena, ma mai egli fa con lei, come con una sposa, cosa che possa dilettarla. Non so se ella conosca il piacere, se tal modo di vivere ami oppure aborra. Ben posso dire che, se ciò la contrariasse, non lo celerebbe agli amici così come fa.

Avviene ora in quel paese che ser Tristano e ser Caerdin si rechino coi vicini a una festa in cui devono prendere parte alle orazioni.
Tristano vi conduce Isotta; Caerdin cavalca alla destra della sorella, tenendole le briglie donna-surrealcon la mano sinistra, e procedono in lieto conversare. Sono sì intenti a ciò che dicono, che lasciano andare i cavalli a loro capriccio. E il cavallo di Caerdin fa uno scarto, quello di Isotta va a urtare.
Ella lo colpisce di speroni ma, sollevando i talloni per spronarlo di nuovo, deve aprire le cosce e reggersi con la mano destra. Il palafreno compie un balzo in avanti, e con le zampe inciampa nel terreno, scivolando in una pozza piena d’acqua.

Era ferrato di nuovo, e così affonda nel fango. Come gli zoccoli colpiscono la melma, ne fanno scaturire l’acqua, che sprizza contro le cosce di Isotta nel momento in cui ella le apre per dare di sproni. Isotta si spaventa per il freddo dell’acqua, getta un grido, ma non dice parola, e ride di sì buon cuore che, fosse stato tempo di lutto, avrebbe fatto fatica a trattenersi.
Caerdin la vede ridere così. Pensa che ella gli abbia sentito dire cosa in cui abbia colto follia, malvagità o villania, ché egli è cavaliere timido, buono, leale e amoroso. Quando vede la sorella ridere in tal guisa, teme d’aver commesso follia. La vergogna lo rende timoroso.

Quindi le domanda: «Isotta, rideste di cuore, ma io non so perché. Se non conoscerò il vero motivo, non avrò più fede in voi. Ora potreste certo ingannarmi, ma se lo scoprirò più tardi, credetemi, non vi darò più affetto e lealtà come a una sorella!».
Isotta sente le sue parole, sa che, se rifiuta, egli gliene serberà rancore, e dice: «Risi d’un mio pensiero, d’uno strano caso che avvenne, e risi perché lo ricordai. L’acqua che qui schizzò, salì lungo le mie cosce più di quanto mai fece mano d’uomo, o abbia fatto Tristano. Fratello, ora vi ho detto cosa».

(Thomas, Tristano)

***

Quest’«acqua ardita» che osa infilarsi tra le cosce d’una vergine, non è per noi una novità. L’abbiamo già incontrata nella leggenda irlandese di Diarmaid e Gráinne: in entrambi i casi, uno schizzo d’acqua «osa» là dove invece la mano dello sposo, per paura di tradire lo zio (Finn) o la sposa dello zio (Isotta, sposa di re Marco) si tira indietro.
È evidente, dunque, che le due scene sono l’una il calco dell’altra, o forse – ipotesi da non scartare frettolosamente – si rifanno entrambe a un racconto più antico: a un nucleo narrativo sulla cui origine celtica gli «addetti ai lavori» sembrano oggi non aver più dubbi.

In quanto a noi che «la polvere dei libri» non la solleviamo se non perché sia il Racconto stesso, e non i suoi «filosofi», a dirci da che parte andare – noi che non andiamo alla volta di un, a dir poco improbabile, testo archetipico, abbiamo qui solo da registrare un dettaglio.
Solo un «insignificante» dettaglio: l’acqua «audace», lo schizzo impertinente, non piove dal cielo, non è l’Acqua della Pioggia, anzi è melma, è fango, è acqua impantanata, è acqua di guado.
E approfittando della sua «insignificanza», ci possiamo permettere il lusso di prendere il largo, di allontanarci dalla Bretagna e dall’Irlanda e, saltando sull’altra sponda dell’Atlantico, ritrovare lo stesso «gesto» delle gambe aperte e dell’acqua che «osando» bagnare i genitali (in questo caso di un maschio) popola il mondo di piante coltivabili.
Ci puoi scommettere: questo «gesto» è un semantema antico quanto l’età della pietra e, come del resto tutti i «vocaboli» delle lingue arcaiche, è «ermafrodito», declinabile cioè sia al maschile che al femminile.