Solov’ëv – L’essere che ride

È noto che l’uomo solo possiede la facoltà di ridere; gli animali piangono pure qualche volta, ma non ridono mai; anche il più lieve sorriso è loro impossibile.
E se mi si chiedesse di definire l’uomo con segno tanto caratteristico quanto apparente, io lo chiamerei l’essere che ride […]

L’animale, completamente assorbito dalla realtà data, non può porsi in posizione critica e negativa nei suoi confronti, ed è per questo che non può ridere, dal momento che il riso Picabia-risoimplica una condizione di libertà: lo schiavo non ride.
Il mondo dei fenomeni, gli stati della sua coscienza sensuale costituiscono per l’animale tutto il suo mondo; non se ne può affrancare, è preoccupato per questo suo stato ed è perciò che è così serio. L’uomo può esser frivolo, può ridere e questa è la prova della sua libertà naturale.

Ma è evidente che l’uomo non può essere libero rispetto alla necessità esteriore del mondo fenomenico, se non in quanto non appartiene affatto a questo mondo, se non in quanto non è esclusivamente un essere fisico. Non può essere libero rispetto a un certo mondo se non in quanto appartiene anche a un altro mondo.
Così il riso, che prova la libertà naturale dell’uomo, con ciò prova altresì la sua qualità di essere metafisico.
Nel riso naturale, nel riso di un bambino o di una giovane fanciulla, la libertà metafisica dell’uomo si manifesta in modo inconsapevole per lui stesso. Essa acquista coscienza di sé allorché l’uomo medita sul proprio riso, e allora prende coscienza chiara di un altro mondo […]

Come potrebbe ridere se egli prendesse seriamente questa realtà miserabile? Ride perché sa bene che la vera realtà appartiene all’altro mondo, al mondo ideale, di cui questo non è che un’ombra deforme. Egli si sente libero in questo mondo solo in quanto è cittadino di un altro mondo; è unicamente nella sua qualità di essere metafisico che può burlarsi del suo essere fisico.

(Solov’ëv, La Sofia, 2: 1)