L’arcobaleno invisibile

Stando all’Inno a Demetra, è il narciso il «fiore dell’incantesimo». Confuso a viole e rose, zafferani e giacinti – chissà mai perché tocca proprio al narciso rapire lo sguardo di Core. Vuoi vedere che un anonimo poeta di tremila anni fa sapesse già «scandire» in un solo giro di do tutta la dottrina freudiana di là da venire a proposito del narcisismo?
Nel prato verde dell’immaginario, fra tante immagini che piovono dal cielo (l’Uomo dei lupi, come tutti i cuccioli umani, a Natale aspetta la Pioggia che lo rassicuri d’essere 4 Tancora rifornito da lassù), in mezzo ai multicolori fantasmi dell’arcobaleno (quando, tra i tre e i quattro anni, cessano di piovere i doni dal cielo), spicca quella «apparizione» che il poeta di tremila anni fa, se ci fai caso, dice «radiosa».

Così radiosa che non sapresti dire se sono i «raggi» degli occhi di Core a posarsi sul narciso, o viceversa il narciso a «irradiare» nelle sue mani, in ambo le sue mani, il desiderio d’essere colto.
Era il desiderio del fiore più «narcotico», la smania del papavero dell’oblio e del nirvana. La Fata lo desiderò e venne giù dal Cielo per rapirlo, senza sapere che a dover essere rapita, e sprofondata giù nelle viscere della terra, era solo lei.

In quanto al rapitore, il Signore della Morte, l’Invisibile Despota del labirinto simbolico, fratello di Zeus e figlio di Kronos, di lui il poeta dice che cavalca le «cavalle immortali», le onde dell’Oceano, gli sbalzi d’umore dell’Anima del mondo.
Ci sono dunque «cavalle immortali», onde inestinguibili che lo riportano a galla dagli strati inferi e dagli abissi inconsci. Il suo nome è Ade, o Aidoneo: l’Invisibile («cantore») «dai molteplici nomi».
Perciò, se vuoi sapere da dove, all’improvviso, emergono le sue «cavalle» – da quale squarcio aperto (traumaticamente) nell’Immaginario, tutt’a un tratto, appare il Traino degli (invisibili) «canti», il poeta di tremila anni fa non poteva essere più chiaro. Siamo noi, dopo tremila anni di rimozione, solo per dire la più recente, noi che fatichiamo a comprendere il chiarore dei suoi versi.

Un dio «dai molteplici nomi»? Vuoi vedere che è il dio della metonimia? E vuoi vedere che viene dalle favole e che ci entra da un orecchio mischiato a mille chiacchiere? Favole e chiacchiere, parole e canzoni, non sono forse «invisibili»? e non sono fatte di nomi? e di molteplici nomi?
Io canto, in greco antico si dice αἴδομαι: cantare è avanzare a occhi chiusi! è procedere con «pudore» (αἰδώς) alla volta di ciò a cui si tende!
Io canto, in greco antico si dice: io cammino nel Paese d’Ade (Ἅιδης).

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Se vuoi sapere non solo da dove, ma anche quando il Cantore Invisibile viene a rapire la bella Core, se vuoi conoscere l’«ora esatta», non c’è problema: è quando cessa di piovere, che spunta l’arcobaleno!
Quando non piovono più le fantasie di una volta, quando a Natale non scendono più dal Cielo i divini regali – allora: è dalle favole, dalle filastrocche che avvolgono il suo orecchio che, a sua insaputa, Core è assalita.
Tante chiacchiere, tanti nomi … finché Core non coglie il «fiore proibito», il fiore più attraente del suo narcisismo, il fiore che la «narcotizza», il fiore nelle cui radici si annida il seme dell’oblio e della rimozione, il fiore che le chiede di essere «rimosso», strappato via dal prato delle sue immagini, il fiore che l’ha «stregata».

Come tappare il buco, come cucire il taglio? – come, se non grazie al lupo di cui «canta» la ninnananna, di cui conta (saranno sei o sette lupi?) e raccontano le favole che, la sera, prima di addormentarsi gli legge la governante?
Quel «lupo» serve, eccome se serve! È famelico abbastanza perché sia lui a «ingoiare» Core, l’immagine più acerba, che – finita la pioggia – in cielo non ha più modo di risalire.
Il «lupo» viene dalle favole, viene a fare quella certa cosa, viene a popolare i vuoti immaginari del primo sogno d’angoscia.
Christensen-seduzioneCapisci? un nome viene a narcotizzare uno sguardo ferito, viene a rapire al suo «linguaggio» un occhio traumatizzato. Ad assoggettare al Simbolico il Mondo Immaginale del bambino.

Capisci fin dove arriva la potenza della Chiacchiera?
Arriva: a) là dove come e quando ti trova debole, caro cucciolo mio; b) per quel pertugio entra non più largo del fiore d’un narciso; c) per ripetere quello che non riesce mai a portare a termine: la rimozione, la narcosi di una certa «vista», di una preistorica «apparsa», la cui presenza ti sta diventando troppo ingombrante, caro mio: fa a cazzotti e confligge con gli altri fiori del tuo prato immaginale.
Spuntano i fiori sul prato, gialli zafferani e viole blu, gigli bianchi e papaveri rossi. Spuntano in cielo i colori dell’arcobaleno: vuoi vedere che una di quelle immagini sta per essere «avvelenata» e, nientemeno, che è lei, in persona (sic), il Veleno?
La sua «golosità» l’avvelena. La sua smania di cogliere la coglie. Con ambo le mani rapisce per essere, essa, la Rapita. Lei, la Rimossa che vanamente tenta di rimuovere il narcotico dal suo proprio narcisismo. Non ce la fa mai, eppure non si rassegna.
Torna. Si ripete … meccanicamente.
Nevroticamente per tutta la vita.

Ma come può un’immagine «coprirne» un’altra? come fa a nasconderla, se il proprio di ciascuna immagine è essere immaginata, vista, adocchiata?
Non ce la farebbe mai, se dal buco aperto del narciso colto non spuntasse il Signore della Metonimia, il Tiranno di quell’altro linguaggio, il Despota delle parole, il dio «dai molteplici nomi»: se non venisse Lui a suggerire altri scambi di binari, altre vie di fuga e di ritorno – insomma, tutta un’altra mappa, una «seconda» Mappa che, tra i tre e i quattro anni, a occhio e croce, il cucciolo dei lupi (a proposito: erano sei o sette?) da un po’ di tempo sta organizzando.
Il cucciolo ci sta venendo ad abitare, nella Chiacchiera.
Anzi no, è la Chiacchiera che lo sta invadendo. Non lo ripeto, l’ho già detto: entra dal buco aperto del tuo narcisismo. Ti coglie, cucciolo mio, là dove ti chini a cogliere. Ti rapisce, caro mio, ogni volta che allunghi le tue mani di mariuolo.

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È sempre così: un mariuolo immaginario si trova a essere rapito da un Brigante simbolico. Basta una distrazione. Basta una singola attrazione a un certo fiore, perché sia distratto dalla sua immaginazione e trascinato a forza altrove: nel Paese dei Nomi.
Perché Adamo, dice la Sacra Scrittura, diede i nomi alle cose quando era ancora in paradiso. Nominò le «cose» quando ancora era incosciente del bene e del male, ignaro di sudore e sangue. Le nominò quando, come dice il Dottore, non c’era nessuno a dargli la parola – quando le parlava a modo suo, le parole, quando le storpiava nella misura della sua «comprensione e interpretazione» analfabetica.

Fu «lupo» la parola «catturante» dell’Uomo dei lupi.
L’invisibile lupo venne a «distrarre» il bambino, venne a «coprire» la sua più antica attrazione immaginale, e il dolore dell’impotenza a darle un dove nel proprio narcisismo, un dove a questa Immagine divenuta crudele, sempre tentata di venire a realizzarsi, ma mai giunta a farlo – poiché nient’altro quell’Immagine crudele vorrebbe realizzare che il suo oblio, la sua propria estinzione perpetua.
Il nome «lupo», venendo, si trascinò appresso frammenti di favole sparse: non erano né lupus-in-fabulagialli né rossi né blu, eppure a quei frammenti non mancava il cromatismo.

Non a caso in Sudamerica si narra di due arcobaleni: c’è l’arcobaleno visibile, e c’è quello udibile. E la policromia dell’uno in quella dell’altro si scioglie a volte, fino a confondersi del tutto – salvo un piccolissimo, un infinitesimo intervallo (questo, più di tutti) d’insania.
I due mari si confondono, i due fiumi confluiscono, l’uno nell’altro schiuma le proprie onde.
La schiuma del «lupo» copre l’immagine divenuta (da 1 a 3 anni) dolorosa, rapisce la Core, la figlia prediletta di Demetra, la sola Chiara Fresca e Dolce Acqua piovuta in illo tempore la notte di Natale.

Gli indios del Brasile, dice Lévi-Strauss, inorridiscono all’apparizione dell’arcobaleno e fuggono a ripararsi nelle capanne: sono pessimisti e disperano di risuscitare i tempi della Pioggia, quando la Pioggia assicurava l’andirivieni tra la Terra e il Cielo. La loro è una paura «immaginaria», «visiva»: chiudono gli occhi e si lasciano andare alla metonimia, perché li distragga e li renda invisibili al Serpente Arcobaleno. Hanno paura di fissarsi su un colore, e si lasciano andare, di palo in frasca, dall’arcobaleno al veleno, e dal veleno alla sariga, e dalla sariga alla buona e alla cattiva nutrice, e dalla nutrice al bimbo che allatta, e dal bimbo alla volpe che vorrebbe rapirlo alla mamma, a mamma Demetra che a sua volta la rincorrerebbe, la volpe, se solo qualcuno le dicesse dove è avvenuto il rapimento.
È stato narcotizzato, capisci?, il ricordo del posto dove da bambini ci facemmo la bua. L’abbiamo sotterrato noi, quel ricordo, perché era troppo doloroso. Perciò, la «Matrice Immaginale» non lo sa. Non lo può sapere.

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Bosch – Il giardino delle delizie (dettaglio)

Noialtri europei, invece, a differenza degli indios sudamericani, inorridiamo al pensiero di quell’altro arcobaleno, il nostro orecchio è nella policromia sonora che si smarrisce. Qui, da noi, chi si mette a pazziare al dada, e tra una pazziella e l’altra dal dada s’avventura ancora più innanzi lungo il filo «invisibile» della parola, e alla sua invisibile onnipotenza si affida, sempre acquistando dal lato mancino della metonimia – qui, da noi, impazzisce della pazzia che Artaud attribuisce a Paolo Uccello.
La pazzia di chi insegue lo «scarto d’un pelo», l’intervallo di un’unghia, la frazione infinitesima di un tono.

Noialtri possiamo permetterci il lusso di scandire cinquantamila sfumature di grigio, cosa che, solo a pensarla, farebbe rabbrividire l’indio.
Ma, viceversa, là dove l’indio avanza, il Racconto in cui il sudamericano s’avventura, il Paese dell’Invisibile, non gli incute la stessa Grande Paura che assale noi. Non lo costringe alla nostra nevrosi (simbolica).
E perciò eccolo a distribuire la sua «filosofia» tra dieci, cento, mille termini eterocliti le Noè-arcobaleno-paintcui intricatissime connessioni metonimiche a noialtri risultano incomprensibili. Abbiamo paura d’impazzire, se diamo ascolto a tutte le sirene, onda per onda, che scandiscono il continuo dell’Oceano sonoro.

Platone perciò sconsiglia, a nome – forse – di tutti i pitagorici, di avventurarsi nell’acustica degli intervalli più piccoli di un semitono (cfr. Timeo, 36b).
Bastano sette «lupi», perché da ingoiare non ci sono più di sette capretti. Sono sufficienti Sette Grandi Intervalli, uno per ognuna delle Sette Peccaminose Immagini che ritornano dal Rimosso. Ne bastano solo Sette, per ripetere il settemplice fallimento della loro rimozione.
Se dunque l’Occidente ha fatto dell’arcobaleno «visibile» addirittura il «segno dell’alleanza» tra Cielo e Terra (cfr. Genesi, 9: 13 ss.), si è dovuto nel frattempo tenere alla larga da quell’altro «arcobaleno» (quello del logos, e degli infiniti nomi che ne «colorano» le sfumature). Si è dovuto cautelare contro l’assalto di un altro Serpente: di un Serpente «parlante», di cui Freud non esita a dire che è Lui l’Ingannatore inconscio, l’Es.

D’accordo, noi non lo chiamiamo «arcobaleno», e neanche «veleno», e ancor meno gli diamo l’aspetto di una sariga o di una Nutrice, il cui latte «non è» là dove dovrebbe essere: sulla Via Lattea.
Noi non lo «vediamo» e perciò, alleati come siamo alla policromia dei «fiori» del nostro immaginario, succubi del look e dell’apparire, ci lasciamo prendere alle spalle e trascinare via dal primo «lupus in fabula» che ci viene a ululare all’orecchio. A volte basta una volpe, sia pure spelacchiata. Basta una chiacchiera qualsiasi per trascinarci nel Paese d’Ade.