Goethe – La polvere dei libri

Delacroix-Faust

Non sono simile agli dèi. Lo sento troppo a fondo:
al verme somiglio che fruga la polvere,
e nella polvere di che si ciba e vive
morte gli dà e sepolcro il passo d’un viandante.

E non è polvere questa che mi opprime
dai cento scaffali di quest’alta parete?
Che insieme ad ammennicoli vari
in questo regno di tarme mi serra?
Trovare qui quel che mi manca?
Vorrò leggere forse in mille libri
che dappertutto gli uomini si sono tormentati,
che qua e là ne è vissuto uno felice?

Tu, teschio vuoto, il tuo ghigno cosa vuol dirmi
se non che il tuo cervello, come il mio, disviato
cercò la luce lieve, un tempo, e nel greve crepuscolo,
avido di verità, si perdé tristemente?

E voi, strumenti, certo ve la ridete di me
coi denti delle vostre ruote, i cilindri, i manubri.
Ero alla porta, io; la chiave
dovevate essere voi.
Complicati, gli ingegni. Ma i regoli non li alzano.

Natura è mistero alla luce del giorno,
non permette che il velo le sia tolto
e quel che alla tua mente non vuole rivelare
con le leve o le viti non glielo strapperai.

O vetusto apparecchio, che mai ho usato,
stai qui solo perché ti usò mio padre.
O antica pergamena, ti sei annerita al fumo
che questa fioca lampada filò dal mio leggio.

Meglio avrei fatto a dar fondo a quel poco che avevo
che sudar qui, sotto il peso del poco!
L’eredità dei tuoi padri, se vuoi
averla, devi guadagnartela.
Quel che non può servire è un carico pesante;
quell’istante che crea – solo ci può servire.

(Goethe, Faust, 1: 652-685)