Lacan – Il sogno angosciato e la rimozione

Prendete Freud – dice Lacan – prendete il caso dell’«Uomo dei lupi».
Il soggetto è afflitto da un trauma «immaginario»: la vista di una copula tra i genitori in una posizione a tergo.
C’è, dunque, «in principio» un vedere. L’uomo dei lupi «vede» quella scena in età assai precoce. Quando? tra i sei e i diciotto mesi!

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Il valore traumatico dell’«effrazione immaginaria» prodotta da questo spettacolo non è assolutamente da situare subito dopo l’avvenimento. La scena assume il suo valore traumatico per il soggetto tra l’età dei 3 anni e 3 mesi e i 4 anni. Abbiamo la data precisa uomo-lupi-coverperché il soggetto è nato, coincidenza questa d’altronde decisiva per la sua storia, il giorno di Natale.
Nell’attesa degli eventi di Natale, sempre accompagnato per lui come per tutti i bambini da regali presuntamente proveniente da un essere discendente [che piove dal Cielo!], per la prima volta fa il sogno d’angoscia, che è il perno di questo caso.

Questo sogno d’angoscia è la prima manifestazione del valore traumatico di ciò che poco fa ho chiamato l’effrazione immaginaria.
Per prendere a prestito un termine dalla teoria degli istinti, così come è stata elaborata ai nostri giorni, in un modo certo più avanzato che all’epoca di Freud, specialmente per gli uccelli, si tratta della Prägung – questo termine porta con sé delle risonanze di conio, conio di una moneta – la Prägung dell’avvenimento traumatico originario.

Tale Prägung, Freud lo spiega nel modo più chiaro, si colloca inizialmente in un inconscio non-rimosso; preciseremo poi quest’espressione approssimativa. Diciamo che la Prägung non è stata integrata nel sistema verbalizzato del soggetto, che essa non è neppure giunta alla verbalizzazione e addirittura, si può dire, alla significazione.
Questa Prägung, strettamente limitata al campo dell’immaginario, risorge durante il progresso del soggetto in un mondo simbolico sempre più organizzato.

Freud ci spiega questo raccontandoci tutta la storia del soggetto, così come emerge dalle sue dichiarazioni, tra il momento originale x e quell’età di 4 anni in cui colloca la rimozione [sopravvenuta col sogno d’angoscia].
La rimozione ha luogo in quanto gli avvenimenti degli anni precoci del soggetto sono storicamente assai movimentati. Non posso raccontarvi tutta la storia, la sua seduzione da parte della sorella maggiore, più virile di lui, oggetto pure di rivalità e di lupo-neveidentificazione, la sua retrocessione e il suo rifiuto davanti a questa seduzione, di cui a questa precoce età non possiede né i moventi né gli elementi; in seguito, il suo tentativo di approccio e di seduzione attiva della governante, la famosa Nania, seduzione normativamente diretta nel senso di una evoluzione primaria edipica, ma introdotta falsata dalla prima seduzione catturante della sorella.
Dal territorio in cui si addentra, il soggetto è dunque respinto verso posizioni sado-masochistiche, di cui Freud ci dà il registro e tutti gli elementi.

Vi indico ora due punti di riferimento.
Innanzitutto, dall’introduzione del soggetto nella dialettica simbolica, ci si possono aspettare tutte le uscite, anche le più favorevoli. Il mondo simbolico non cesserà d’altra parte di esercitare la sua attrazione direttrice durante tutto il seguito dello sviluppo di questo soggetto, dato che, lo sapete, vi saranno più tardi dei momenti di felice soluzione, nella misura in cui interverranno nella sua vita degli elementi d’insegnamento propriamente detto.
Tutta la dialettica della rivalità col padre, per lui passivante, sarà a un certo momento completamente allentata dall’intervento di personaggi carichi di prestigio, quel tale professore o quel talaltro, o, ancor prima, dall’introduzione del registro religioso.
Freud ci mostra questo dunque: che nella misura in cui il dramma soggettivo s’integra in un mito che abbia un valore umano esteso, anzi universale, il soggetto si realizza.

D’altra parte, cosa succede durante questo periodo, tra tre anni e un mese e quattro anni, se non che il soggetto apprende a integrare gli avvenimenti della sua vita in una legge, in un campo di specificazioni simboliche, in un campo umano universalizzante di significazioni?
Per questo motivo, almeno a quella data, questa nevrosi infantile è esattamente la stessa cosa di una psicoanalisi. Essa svolge lo stesso ruolo di una psicoanalisi, cioè compie la reintegrazione del passato e mette in funzione nel gioco dei simboli la Prägung stessa, la quale allora è raggiunta solo al limite, attraverso un gioco retroattivo, nachträglich, scrive Freud.

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Nella misura in cui attraverso il gioco degli avvenimenti essa si trova integrata in forma di simbolo, in storia, l’impronta è lì lì per emergere.
Poi, quando in effetti emerge, esattamente due anni e mezzo dopo essere intervenuta nella vita del soggetto, o forse addirittura tre anni e mezzo dopo, essa assume sul piano immaginario il suo valore di trauma, a causa della forma particolarmente sconvolgente per il soggetto della prima integrazione simbolica.

Il trauma, in quanto possiede un’azione rimuovente, interviene après-coup, nachträglich.
In quel momento qualcosa nel mondo simbolico stesso che sta per integrare, si distacca dal soggetto. Ormai ciò non sarà più qualcosa del soggetto. Il soggetto non ne parlerà più, non l’integrerà più.
Ciononostante, resterà lì, da qualche parte, parlato, se si così si può dire, da qualcosa di cui il soggetto non ha il controllo. Questo sarà il primo nucleo di quelli che in seguito si chiameranno i suoi sintomi [i suoi tic «automatici», ripetitivi, smemorati].

In altri termini, tra l’impronta [immaginaria, Prägung] e la rimozione simbolica, non vi è alcuna differenza essenziale.
Esiste una sola differenza ed è che in quel momento [quando nel sogno d’angoscia il soggetto la «rimuove»] non c’è nessuno a dargli la parola. La rimozione comincia, avendo uomo-lupo-mannaro-lunacostituito il suo primo nucleo. Adesso esiste un punto centrale attorno al quale potranno organizzarsi in seguito i sintomi, le rimozioni successive e allo stesso tempo, dato che rimozione e ritorno del rimosso sono la stessa cosa, il ritorno del rimosso.

Non vi stupisce che il ritorno del rimosso e la rimozione siano la stessa cosa?

DR X: – Oh! non mi stupisce più nulla.

Ci sono delle persone che se ne stupiscono, anche se X ci dice che nulla più lo stupisce.

O. MANNONI: – Ciò elimina la nozione, che qualche volta si trova, di rimozione riuscita.

No, non l’elimina. Per spiegarglielo bisognerebbe entrare in pieno nella dialettica dell’oblio.
Ogni integrazione simbolica riuscita comporta una sorta d’oblio normale. Ma ciò ci porterebbe molto lontano dalla dialettica freudiana.

O. MANNONI: – Un oblio senza ritorno del rimosso, allora?

Sì senza ritorno del rimosso.
L’integrazione nella storia comporta evidentemente l’oblio di un intero mondo d’ombre, che non sono state portate all’esistenza simbolica. E se questa esistenza simbolica è riuscita e pienamente assunta dal soggetto, non lascia alcuna scoria dietro di sé.
Bisognerebbe far intervenire allora delle nozioni heideggeriane. In ogni ingresso dell’essere nella sua abitazione di parole esiste un margine di oblio, un λήθη complementare di ogni ἀλήθεια.

J. HYPPOLITE: – È la parola «riuscito» che non comprendo nella formula di Mannoni.

È un’espressione da terapeuta. La situazione riuscita è essenziale.

J. HYPPOLITE: – Riuscito potrebbe voler dire l’oblio più totale.

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È di questo che sto parlando.

J. HYPPOLITE: – Questo «riuscito» vuol dire allora, per certi aspetti, quello che vi è di più mancato. Per giungere all’integrazione dell’essere, bisogna che l’uomo dimentichi l’essenziale. Questo «riuscito» è un «mancato». Heidegger non accetterebbe la parola «riuscito». Riuscito non può dirsi che da un punto di vista da terapeuta.

È un punto di vista da terapeuta. Ciononostante questo margine d’errore, che esiste in ogni realizzazione dell’essere, è sempre, sembra, riservato da Heidegger a una sorta di λήθη fondamentale, di ombra della verità.

J. HYPPOLITE: La riuscita del terapeuta è per Heidegger quel che vi è di peggio. È l’oblio dell’oblio. L’autenticità heideggeriana è di non affondare nell’oblio dell’oblio.

Sì, perché Heidegger ha fatto una sorta di legge filosofica di questa risalita alle sorgenti dell’essere. […]
Il fatto fondamentale, per quanto concerne l’analisi, è piuttosto un altro: e cioè che l’ego è una funzione immaginaria e, in quanto tale, non deve essere confusa col soggetto.

Si può dire che l’ideale della scienza è di ridurre l’oggetto a qualcosa che si può chiudere e serrare in un sistema d’interazione di forze. L’oggetto, in fin dei conti, non è mai tale albero-lupiche per la scienza. E non esiste mai altro che un solo soggetto, lo scienziato che osserva l’insieme e spera un giorno di ridurre tutto a un gioco determinato di simboli, che racchiuda tutte le interazioni tra oggetti.
Solo che, quando si tratta di esseri organizzati, lo scienziato è sempre costretto a implicare che vi sia l’azione. Un essere organizzato, lo si può certamente considerare come un oggetto, ma fintantoché si suppone in lui un valore di organismo, si conserva, non fosse altro che implicitamente, la nozione che esso è un soggetto.

Durante l’analisi, per esempio, di un comportamento istintuale, si può trascurare per un certo tempo la posizione soggettiva. Ma questa posizione non può assolutamente essere trascurata quando si tratta del soggetto parlante.
Il soggetto che parla deve per forza essere ammesso come soggetto.
E perché?
Per il semplice motivo che è capace di mentire. Cioè, che è distinto da quel che dice.

Ebbene, Freud scopre nell’inconscio la dimensione del soggetto parlante, del soggetto parlante in quanto ingannatore.
Nella scienza il soggetto in fin dei conti non è mantenuto altro che sul piano della coscienza, dato che la x soggetto nella scienza è in fondo lo scienziato. È colui che possiede il sistema della scienza a mantenere la posizione del soggetto. È il soggetto, nella misura in cui è il riflesso, lo specchio, il supporto del mondo oggettuale.
Freud, al contrario, ci dimostra che nel soggetto umano esiste qualcosa che parla, che parla nel senso pieno della parola, cioè qualcosa che mente con cognizione di causa e fuori dall’apporto della coscienza.

Questo è, nel senso evidente, imposto, sperimentale del termine, reintegrare la dimensione del soggetto.
Contemporaneamente, questa dimensione non si confonde più con l’ego. L’io è decaduto dalla sua posizione assoluta nel soggetto. L’io assume statuto di miraggio, come il resto, non è più altro che un elemento delle relazioni oggettuali del soggetto.

(Lacan, Il seminario: 1)