Goffredo di Strasburgo – Tristano oscilla tra le due Isotte

amore-doppio

Un giorno Tristano siede assorto nel ricordo dell’antico dolore, e in cuor suo ripercorre le molte e varie pene che l’altra sua vita, Isotta la bionda regina, la chiave del suo amore, ha sofferto per amor suo, pur rimanendo sì costante in tutte le prove.
Lo prende a rimprovero, e molto l’addolora che, all’infuori di Isotta, mai prima egli ha ammesso nel proprio cuore un’altra donna, né l’ha guardato con intento amoroso.

«Infedele, che faccio? – si chiede con tormento. – Sono certo come della mia morte che Isotta, mia vita e mio cuore, verso la quale ho agito da stolto, non ama né si cura di alcun altro su questa terra, e niente le è caro all’infuori di me; mentre io amo e penso a una vita che non ha nulla a che fare con la sua. Non so cosa m’ha mutato, cosa m’è accaduto. Infedele Tristano! Amo due Isotte, ed entrambe mi sono care, eppure l’altra mia vita, Isotta, non ama che un solo Tristano, mentre io vagheggio una seconda Isotta. Ahimé, insensato e stolto Tristano, poni fine a questa cieca follia, e allontana ogni ingrato pensiero!».

Si libera così del proprio desiderio e abbandona l’amore e l’inclinazione che sente per la fanciulla Isotta. Le riserva, tuttavia, segni di tale tenerezza che ella crede leggere in essi prove d’amore, mentre ben diversa è la verità, e gli eventi seguono il loro corso.
surreal-stangIsotta ha spogliato Isotta d’una parte dell’animo di Tristano; ma ora, con l’animo Tristano è tornato all’amore per cui è nato. Il cuore e la mente sono rivolti interamente all’antica pena!

Pure, egli agisce come richiede cortesia: vede nascere nella fanciulla lo struggimento d’amore, e in ogni modo s’adopra a compiacerla. Le racconta belle storie, canta, scrive e legge per lei, e ha cura di quanto può dilettarla. Le tiene compagnia, le abbrevia le ore, una volta cantando, un’altra suonando. Per ogni sorta di strumenti, Tristano compone lai e molte belle canzoni, che poi saranno molto amati, e fu in quel tempo che compose il nobile Lai di Tristano che sarà apprezzato e amato in ogni paese, finché durerà il mondo.

Ecco quel che accadeva sovente.
Quando la corte si trovava riunita – Tristano, Isotta, Caerdin, il duca e la duchessa, le dame e i baroni – egli componeva canzoni, rondeau e ariette cortesi, e sempre intonava questo ritornello:

Îsôt ma drûe, Îsôt m’amîe,
en vûs ma mort, en vûs ma vie!

E poiché tanto amava cantarlo, tutti pensano e credono che egli intenda la loro Isotta, e ne sono molto lieti; ma chi si rallegra di più è l’amico Caerdin, che sempre l’accompagna sia nel palazzo che fuori, e sempre lo fa sedere accanto alla sorella.
Ella ne è ben lieta: lo accoglie presso di sé e gli dedica ogni sua cura. Gli occhi chiari e la mente si rivolgono a lui radiosi e, talvolta, quella fragile cosa chiamata castità perdeva ogni traccia di modestia, ché spesso la fanciulla metteva apertamente la propria mano nella sua, quasi lo facesse solo per compiacere Caerdin. Ma qual che sia l’intento del fratello, ella ne prova gioia, e si fa sì seducente verso Tristano, e ride e sorride, parla e conversa, scherza e incanta, che infine di nuovo lo infiamma, ed egli ricomincia a vacillare nell’amore, col pensiero e col cuore.

dubito

Il suo dubbio riguarda Isotta, ché non sa se la vuole o non la vuole. Invero, molto lo addolora che ella gli dimostri tanto affetto.
«La voglio o non la voglio? – si chiede continuamente. – Mi sembra di no, e poi mi sembra di sì!».
Ma poi, ecco, sopraggiunge la Costanza: «No, ser Tristano! – gli dice. – Pensa alla fedeltà verso Isotta; rammentati della leale dama che mai s’è allontanata d’un passo da te!».
Ed è subito ripreso da questi pensieri, e ritorna al tormento d’amore per Isotta, la regina del suo cuore; muta così profondamente modi e costumi che, ovunque si trovi, non fa che dolersi. E quando va da Isotta e incomincia a intrattenersi con lei, dimentica se stesso e siede sospirando al suo fianco.

I segni del suo segreto tormento si fanno sì palesi, che tutta la corte afferma che pena e tristezza gli vengono solo da Isotta. E, invero, hanno ragione, ché per Isotta egli si duole e si rattrista. Sì, Isotta è la sua sventura, ma non la Isotta che essi credono, la fanciulla dalle bianche mani: è Isotta la bêle, non già questa di Arundel.
Tutti credono si tratti di lei, e lo crede la stessa Isotta; ma si inganna a pieno, ché ella prova per Tristano uno struggimento ben più grande di quello che egli ha mai provato per alcuna delle due Isotte.

Così, l’uno e l’altra passano il tempo in dissimile duolo. Soffrono entrambi struggimento e pena, ma essi sono ben diversi, ché il loro amore e il loro desiderio non s’accordano. Né Tristano né la fanciulla Isotta procedono insieme verso il reciproco amore.
Isotta-doppia-2In gran pena, Tristano vuole un’altra Isotta, ma Isotta non desidera un altro Tristano. Lei lo ama: a lui appartengono il suo cuore e i suoi pensieri, e la tristezza di lui è la sua pena. Quando Isotta vede che si fa pallido e comincia poi a sospirare teneramente, lo guarda con tenerezza, e sospira con lui. Come una brava compagna, divide con lui la pena, pur se essa non le appartiene.
La sua afflizione la accora, tanto più che egli soffre più per lei che per se stesso, ché l’amore e la benevolenza che la fanciulla gli dimostra in ogni momento lo rattristano grandemente.

Pure, lo muove a pietà che ella abbia vanamente volto tutti i pensieri ad amarlo e abbia accolto nel cuore tali infruttuose speranze. Continua però a comportarsi come cortesia richiede, e sempre vi si adopra, con gli atti e le parole, nel modo più amabile che sa, ché volentieri la vorrebbe affrancare dalla pena.
Ma ella ne è ormai troppo profondamente oppressa, e più egli s’adopra e s’affatica, più la fanciulla s’infiamma d’ora in ora per lui, finché giunge al punto in cui soccombe all’amore, e gli rivolge sguardi, gesti e parole sì teneri e dolci che egli, per la terza volta, cade nella strettoia del dubbio; la navicella del suo cuore è così di nuovo sospinta qua e là da cupi pensieri. E non fa meraviglia che, come Iddio sa, la gioia che in ogni momento si mostra sorridente agli occhi d’un uomo gli abbaglia lo sguardo e la mente, e trascina il suo cuore.

Da questa storia, gli amanti possono comprendere come si possa meglio sopportare una pena lontana per un amore assente, che essere accanto all’amore senza amore vicino.
Infatti, come io ben vedo, si può meglio rinunciare all’amore più amato da lontano, e in lontananza desiderarlo, che desiderare e rinunciare a quello che ci è vicino; ed è più facile affrancarsi da un amore lontano che sottrarsi a quello vicino.

Qui Tristano si smarrisce: si strugge per un amore lontano e patisce grande tormento per quello che non vede e non sente, e intanto si astiene dall’amore vicino che spesso si offre al suo sguardo. Non cessa d’amare Isotta la bionda, la splendida regina d’Irlanda, e fugge dalla fiera fanciulla di Karke dalle bianche mani.
S’affligge per colei che è lontana, e si ritrae da quella che gli è vicina. E così si smarrisce in entrambe: desidera, eppure non desidera Isotta e Isotta.
Fugge l’una e cerca l’altra. Ma la fanciulla Isotta ha interamente riposto in lui il proprio struggimento, la fedeltà e la costanza; ella desidera colui che da lei si ritrae, insegue chi la fugge.

seduzione

È questa la colpa di Tristano: la fanciulla è ingannata!
Egli le ha così mentito col suo doppio agire, con gli sguardi e le parole, che ella si ritiene sicura del suo cuore e del suo intento.
Fra tutti gli inganni di Tristano, quello che più d’ogni altro induce il suo cuore ad amarlo, è la canzone che egli si compiace di cantare:

Îsôt ma drûe, Îsôt m’amîe,
en vûs ma mort, en vûs ma vie!

È questo che le invola il cuore, e dà vita all’amore, ché ella prende le parole tutte per sé, e segue sì da vicino colui che la diserta, e con tale tenerezza, che lo raggiunge al quarto passo dell’amore, proprio mentre egli nuovamente fugge e si ritrae, sì che Tristano è di nuovo preso e attratto e, giorno e notte, torna a meditare e a ragionare inquieto sulla propria vita e sulla propria sorte.

«Ah, Signore onnipotente – pensa – come mi sono smarrito a causa dell’amore! Se mai questo sentimento che mi confonde, e mi prende il corpo e la mente, e che tanto mi opprime, potrà essere placato su questa terra, sarà certo in virtù di un amore nuovo! Ho letto più volte e ne sono ben certo, che un vincolo d’amore toglie vigore all’altro. Il flusso e le acque del Reno non sono mai sì grandi in alcun punto che non si possano dividere in doppio-calicediversi rivi, sì da indebolire la corrente e moderarne la forza. Così il possente e grande Reno diventa un piccolo fiume! Nessun fuoco ha pure tanta forza che, se ci si pensa, non arderebbe in singoli tizzoni, seppure più debolmente, fino a estinguersi.

«Così accade a colui che ama: gioca un’identica partita. Può tanto e tanto spesso incanalare il desiderio in singoli rivi, può dividerlo e rimpicciolirlo in tanti modi, finché esso si indebolirà e causerà poco danno. È quanto potrà accadere anche a me, se vorrò dividere e distribuire il mio amore e la mia devozione tra molte, invece di dedicarli a una sola. Se rivolgessi il pensiero a più di un amore, potrei forse divenire uno spensierato Tristano!

«Ora devo tentare la prova; se la fortuna m’arride, è tempo di cominciare. L’amore e la fedeltà per la mia dama non possono giovarmi: vanamente consumo per lei il corpo e la vita, e non so procurare a me stesso alcun conforto che mi aiuti a vivere. Con ben poca speranza soffro questo tormento e questa pena. Ah, dolce amie, amata Isotta, la nostra vita patisce una troppo dura separazione. Ora è ben diverso dal passato, quando insieme portavamo un unico bene e un unico male, una gioia e un dolore. Ahimé, non è più così!

«Ora io sono triste, e voi lieta. La mia mente si strugge per il vostro amore, mentre credo che la vostra ben poco si strugga per me. Il piacere a cui per voi rinuncio, voi lo perseguite, ahimé, ogni volta che vi piace. Per questo siete in due: Marco lo sposo vostro e voi siete in patria indivisibili compagni, mentre io vivo in terra straniera, e solo. Credo che in voi troverò scarso conforto, pure non posso distogliere il mio cuore. Perché mai mi avete rapito a me stesso, se sì poco mi desiderate e potete facilmente fare a meno di me?

«Dolce regina Isotta, tra innumerevoli pene si consuma la mia vita a causa vostra, mentre voi vi curate sì poco di me che non avete neppure inviato un messaggero per informarvi della vita che conduco!
Ella mandare a cercarmi! Ah, che dico! Dove mi cercherebbe, e come potrebbe chiedere della mia vita? Da troppo tempo sono in balia di venti incostanti; come potrebbe dunque trovarmi? Dove sarei?
Qui dove sono: i paesi non fuggono, e io mi trovo pure in un paese; qui possono dunque trovare Tristano. Sì, se solo si cominciasse a cercare, finirebbero per trovarmi, ché chi vuole trovare un pellegrino non si pone una meta sicura, ma deve, bene o male, dedicare ogni sforzo se vuole ottenere qualcosa.

«La mia dama, dalla quale dipende la mia vita, in tutto questo tempo avrebbe dovuto, Iddio sa, farmi segretamente cercare in tutta la Cornovaglia e l’Inghilterra, la Francia e la Normandia, nella mia terra di Parmenia o ovunque corresse voce che vi fosse il suo amico Tristano. Avrebbe dovuto cercare da lungo tempo, se solo le fosse importato!
Ma poco si cura di me colei che io amo più del mio corpo e della mia anima. Per lei, io evito ogni altra donna, pure devo rinunciare a lei. Non posso chiederle quel che in questo mondo mi dovrebbe dare gioia e vita felice …

[Qui s’interrompe il manoscritto]

(Goffredo di Strasburgo, Tristano)