Ceccardino – Che fine fanno i desideri non detti?

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Non ci rendiamo conto del male che ci fa tacere un desiderio.
Volerlo e, insieme, negare di volerlo è molto più di una semplice contorsione. È la disperazione in cammino nella nostra parola.
La parola che tace, la parola che non nomina i suoi desideri, la parola che si torce a negarli e contraffarli, finisce per non avere più desideri con cui sposarsi. Si è da sé condannata a sparlare degli altrui desideri, a disonorarli e disprezzarli. Si è da sé relegata a non desiderare altro che di scippare gli «oggetti» agli altrui desideri.
Che muoia Sansone con tutti i filistei! – questa, è la sua «filosofia di vita».

Ma tu, scusa, quanti dici che saranno, nella cerchia dei tuoi amici, quelli che «nominano» i loro desideri? Ma sì, hai capito, ti sto chiedendo brutalmente: quanti uomini ti è toccato in sorte di frequentare?
Non credi anche tu che «realizzare» umanamente un desiderio, è nominarlo? e che basta dire «ti desidero», perché al desiderio sia riconosciuto il diritto a circolare nella «realtà»?
Che ne è di un desiderio non-detto? che fine fa il senno di Orlando, se alla sua amata Angelica non dichiara il suo amore?

Se il desiderio non è «nominato», il suo volere – l’immaginario in cui è preso – diventa sempre più incapace di riconoscersi, e il desiderio così misconosciuto, rotto, deturpato e surreal-ottomanosfigurato, continuamente rifratto dallo specchio infedele delle parole come un’immagine nell’acqua torbida di un pantano, ristagna ma senza mai farsi afferrare, sempre più opaco, sempre più inconscio a se stesso, oltre che agli altri.

Una cosa è necessaria alla nostra «umanità». Una sola.
Riconoscere i propri desideri.
Il modo «umano» di riconoscere un desiderio non è trattenerlo nel silenzio in modo da poterlo privatamente consumare nell’immaginario. Se c’è un modo di pervertirlo, un modo quantomeno di trattenerlo nel «bestiale», è questo. Se c’è un modo di piegarlo e di umiliarlo, è questo. Se c’è un modo d’insudiciarlo, è macchiarlo di silenzio.
E poi, che razza di desiderio è questo, se non desidera esporsi e farsi sapere?
Che tesoro è mai quello che non desidera essere scoperto?

A volte, uno il proprio desiderio lo tace «per quieto vivere». Lo tace, per es., perché illegale o trasgressivo. Ma lo può tacere anche per timidezza, e per molte altre, anche buone, «ragioni». In tutti i casi, però, questo silenzio rimuove l’Immagine desiderata e la rimpiazza, la copre, con un’altra immagine, una sua copia contraffatta, in cui far convergere, spostati e travestiti, i suoi investimenti immaginari. Questo silenzio lascia galleggiare la «seconda Afrodite», mentre quell’altra immagine, l’Afrodite Urania, affonda nel mare magno del non-detto, in preda alle oscure tensioni che agitano gli strati più profondi dell’Oceano delle relazioni «non (ancora) realizzate».

Quando il desiderio è sentito da un «essere umano», non lo può essere senza la parola. Può metterci dei decenni, ma prima o poi la parola verrà a fare eco a quel «sentire». Verrà a farsi «sentire» come il ritornello di quella certa strofa, che ha dovuto fare mille girotondi su se stessa, per non lasciarsi udire se non «coperta» dai rumori di fondo.
Il desiderio sorge nell’immaginario, si nutre dei suoi riflessi narcisistici allo specchio. Ma quando l’immagine, non repressa, non deformata, non negata, è lasciata sorgere alla sua stessa luce, e per così dire giunge a splendere in tutto il suo splendore, allora – se non parla – il momento è fecondo – ma se non parla – cade in preda alla più nera angoscia.

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È l’immagine che desidera simboleggiare, è essa che vuole parlare, è essa che vuole disporre di tutti i segni di tutti gli alfabeti del mondo per «realizzare» la sua eccentrica smania d’enunciarsi.
Se la taci, non t’illudere, non la salvi.
La soffochi. E se ti pare che, così soffocata, va bene lo stesso, presto scoprirai che l’Immagine si vendica di chi non la venera.
Ti avvelena il sangue, ti inacidisce la lingua, e ti mette in guardia, vigile e sospettoso verso tutti. Ma soprattutto ti mette contro i tuoi stessi desideri, visto che ti costa tanta pena desiderarli.

(Ceccardino, La settima Novena)