Platone – I due Amori da non confondere

Platone-Simposio

Tutti sappiamo che non c’è Afrodite senza Amore. Ora, se ci fosse una sola Afrodite, unico sarebbe Amore; ma dal momento che ve ne sono due, ne consegue che vi sono anche due Amori. E come potrebbero non essere due, le dee?
Una è più antica e non ha madre, in quanto figlia del Cielo, ed è quella che chiamiamo [Afrodite] Celeste [o Urania]; l’altra è più recente ed è figlia di Zeus e di Dione, ed è quella che chiamiamo Pandemia [Popolare]. Ne consegue che anche l’Amore complice di quest’ultima sia correttamente detto Popolare, per distinguerlo dall’altro Celeste.

Certamente tutt’e due gli dèi sono da elogiare, ma si deve pur cercare di dire in cosa ciascuno dei due si differenzia dall’altro. È ciò che vale per ogni atto: preso in sé e per sé, un atto qualunque non è né bello né brutto.
Prendi quello che stiamo facendo adesso, bere cantare e dialogare: niente di tutto ciò è di per sé bello, ma tale diventa solo nei fatti, a seconda di come lo si fa. Fatto bene e nel modo giusto, diventa bello; nel modo sbagliato è brutto.
E così, dunque, l’atto di amare e Amore stesso non è ovunque e comunque bello e degno di essere elogiato, ma solo quello che ama osservando la bellezza.

Sicché, quello dell’Afrodite Pandemia è palesemente pandemico e opera alla cieca: è l’amore di cui amano gli uomini meschini. Costoro amano anzitutto le donne non meno coppia-afrodei ragazzi, e poi ne amano i corpi più che le anime, e per giunta li amano quanto più sono tardi di mente, mirando solo a possederli e senza curarsi se in modo bello o no. Ecco perché accade loro di agire a casaccio, amando indifferentemente il buono e il contrario del buono.
E tutto questo perché il loro amore proviene dalla dea che è molto più giovane dell’altra e, nella sua natura, partecipa sia della Donna che del Maschio. L’altro Amore invece proviene dall’Afrodite Celeste che in primo luogo non partecipa della Donna, ma solo del Maschio – tale è l’amore per i ragazzi – e in secondo luogo è più vecchia e immune da incontinenza: ecco perché coloro che s’ispirano a questo Amore tendono al Maschio. Essi amano ciò che di natura è più forte e più versato nel pensiero […].

Non si tratta dunque di cosa univoca, ma come dicevo all’inizio l’atto d’Amore di per sé non è mai né bello né brutto, ma fatto bene è bello, fatto male è brutto. Farlo male vuol dire compiacere in modo perverso le perversioni del partner, farlo bene invece è compiacere di bellezza i buoni sentimenti dell’altro.
Perverso è l’amante pandemico [quello che ama perché in piazza ha sentito dire che è così che si fa all’Amore]: perverso perché egli s’innamora del corpo piuttosto che dell’anima; perverso, inoltre, perché è pure incostante, dal momento che si è invaghito di qualcosa che costante non è. Non appena appassisce il fiore del corpo di cui era innamorato, se la squaglia, smentendo giuramenti e promesse, laddove invece colui che s’innamora di un’indole buona, ne resta amante per tutta la vita, in quanto è rivolto a cosa che dura.

(Platone, Simposio, 180d-181bc; 183de)

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Forse un giorno scopriremo che le cose stanno all’incontrario di come le mette Platone. Forse ci diverrà chiaro che l’Amore che lui chiama «celeste», l’Amore che noi appresso a bellezza-afrolui chiamiamo «platonico», è quello complice, non della più antica, ma della più recente Afrodite. E che, se c’è qualcosa di pandemico, è proprio la chiacchiera messa in giro sull’Amore «virtuoso».
La virtù, il bello, il bene sono «nozioni generali», e solo a questa condizione sono diventati concetti popolari: solo oscurando le differenze «erotiche» da individuo a individuo, solo mettendo a tacere le singolarità «estetiche» di ciascun «amante», è possibile estrarne qualcosa di nobile e puro come l’amore platonico. Qualcosa che, però, per quanto nobile, rimane una conquista più recente (e insieme più artificiosa) della bruta pulsione erotica «naturale».

Forse allora scopriremo che il Mito non mente, e che è Platone che ne falsifica i tempi. Il Mito non mente là dove dice che la «prima», la più «arcaica», Afrodite è «figlia del Cielo»: è quella che Freud chiamerebbe la libido narcisistica (desiderio della propria immagine riflessa). Confonderla, come fa Platone, con l’Amore omosessuale è il tributo che egli paga alla costumanza pandemica dell’Atene dei suoi tempi. Questa «figlia del Cielo» è l’Immagine-Donna che piove dalle nuvole addosso ai bambini, tra i sei e i diciotto mesi (più antica di così, non ne vedo!).

Se c’è un’Afrodite pandemica, una Venere volgare, una Femmina sexy pop, è quella che subentra con la trasformazione (e la maturazione) «sessuale» della libido. La piazza, il demo, non conosce che questa: la chiacchiera non chiacchiera che di questa «seconda Sophia». Anche quando, filtrata delle volgarità, se ne estrae qualcosa di «puro» (e perciò di astratto) come l’amore platonico, con tutto il rispetto che al Maestro si deve, rimane qualcosa di «pubblico», qualcosa di cui «si dice» in piazza a proposito della direzione da dare al proprio sesso, a un Eros che si è sessualizzato e che ha solo da decidere se tendere al proprio o all’altro sesso.
Mi dispiace, ma Afrodite Urania è più antica delle nostre tendenze sessuali. Afrodite Urania è negli occhi di Narciso, nel suo desiderio immaginale, libido sì ma di un’immagine! – non c’è masturbazione né stupro, né omosessualità né altra preferenza sessuale.
Afrodite Urania è tutta «lussuria» immaginale.