La dialettica dei buchi

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… oggi è un giorno buono per navigare.
Un soffio e via, dall’Africa approderemo in Sudamerica, e dal Sudamerica rimbalzeremo di nuovo in Africa … finché il «buco» di questo andirivieni non sarà otturato. Solo allora potremo trattenere un «ricordo» di tutto questo ambaradan.

Africa: Joruba – L’antilope Galla
Oruko (il caprone), Erri (l’elefante) ed Effa (il bufalo) sono tutt’e tre figli di una stessa Madre. Abitano e coltivano lo stesso campo, dove hanno piantato tre specie di pomodori, gialli rossi e verdi.
Tutte le piante germogliano, e la Madre ogni giorno guarda se tutto procede bene, e se trova dei pomodori maturi li coglie e porta a casa.
Una notte però viene l’antilope Galla e si divora tutte le piante.

La mattina dopo, la madre va come al solito al campo e trova la brutta sorpresa: «Chi ha mangiato tutto quanto? – esclama. – Che Dio lo punisca!».
Galla la sente e, balzando all’improvviso fuori dalla macchia, percuote la donna, tanto che questa, per lo spavento, se la fa addosso. Non paga, Galla la costringe a mangiare i propri escrementi, prima di dileguarsi nel bosco.
gazzellaLa madre torna a casa e racconta tutto all’elefante. L’elefante va assieme a lei al campo di pomodori, e le dice di ripetere la sua maledizione.
La madre ripete: «Che Dio lo punisca!».

Allora Galla esce di nuovo allo scoperto e salta addosso all’elefante, e lo picchia più e più volte, cosicché l’elefante e sua madre corrono a casa atterriti.
«Cos’è successo?», domanda loro il bufalo quando li vede rientrare con quell’aria stravolta.
La donna racconta tutto al bufalo, e il bufalo le dice: «Vieni con me! torniamo al campo! Voglio che tu ripeta assieme a me la maledizione».
Ritornano dunque al campo, e la donna ad alta voce ripete: «Che Dio lo punisca!».

Ancora una volta, però, la vendetta fallisce, perché Galla salta addosso al bufalo e lo percuote con una tale rapidità che al bufalo, scornato, non resta che darsela a gambe, lui e con lui sua madre.
Di ritorno a casa, stavolta ad accoglierli c’è il caprone: «Madre – domanda – cosa vi è successo?».
La donna racconta tutto a Oruko, il caprone, il quale si offre prontamente di andare al campo di pomodori con la madre, per porre fine a tutta la storia.
Elefante e bufalo lo prendono in giro: come può quel caprone riuscire là dove essi hanno fallito?

Oruko insiste, e alla fine la madre va con lui al campo e ripete la maledizione: «Che Dio lo punisca!».
Galla salta fuori dalla macchia per picchiare anche il caprone, ma il caprone, Oruko, ingoia Galla in sol boccone.
caprone-disegnoGalla però torna fuori dall’ano di Oruko, e a sua volta ingoia Oruko.
Oruko torna fuori dall’ano di Galla, e l’ingoia un’altra volta.
Nell’assistere a questa scena, la madre si spaventa e vuole correre a casa. Oruko però la trattiene. Le dice di appallottolare il suo vestito e di turargli l’ano, in modo che Galla non possa più uscire.

Così accade. Dopodiché, Oruko torna con la madre a casa. Torna che ha l’antilope Galla in corpo, e lo scialle della madre ficcato nel buco del culo.
L’elefante e il bufalo, vedendolo in queste condizioni, corrono spaventati nella macchia e da allora diventano animali selvaggi.
Intanto Galla, non trovando altra via d’uscita, scivola nello scroto di Oruko: è per questo che è così grande lo scroto del caprone!

[fonte: Frobenius, Storia delle civiltà africane]

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Sudamerica: Matako – L’ingannatore imbottigliato

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Ziziphus mistol

Nel corso delle sue peregrinazioni, Takjuaj (la volpe) scorge un mistol, i cui frutti, caduti, sono sparsi per terra.
Comincia a mangiare, ma deve constatare che il cibo gli esce intatto dall’ano. Per rimediare all’inconveniente impasta un tappo, non si capisce bene se di paglia o di che cosa. Il tappo però funziona talmente bene che Takjuaj in breve ingrassa.

E così ingrassato se ne va in giro, finché incontra l’ape e le chiede del miele.
L’ape finge di accondiscendere e lo fa entrare in un albero cavo che effettivamente è pieno di miele, ma di cui essa si affretta a otturare l’apertura con della creta.
Sicché Takjuaj resta imprigionato per una lunazione, fino a quando un colpo di vento non svelle l’albero e lo libera.

[fonte: Lévi-Strauss, Dal miele alle ceneri]

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Il corpo del caprone africano e quello della volpe sudamericana forniscono «una dialettica dell’apertura e della chiusura, del contenente e del contenuto, dell’esterno e dell’interno».
In parole povere, ci sono buchi che vanno «aperti», e altri che devono essere «tappati» per trattenere (almeno in parte, e possibilmente solo la parte «buona» di) ciò che è stato «incorporato».
È la dialettica del doppio rischio a cui è esposto il nostro corpo: il rischio di essere ridotto a contenente vuoto di contenuto (tutto ciò che «ingoia» lo rilascia intatto, non ne serba memoria e perciò ha sempre fame), e il rischio di essere contenuto di un contenente buco-squarcio«altro» (preda nelle mani di una Forza) da cui non vede nessuna via d’uscita. Ossia: il rischio dell’incontinenza (troppo aperta!) e quello della claustrofobia (troppo chiusa per lasciarlo respirare!).
Il nostro corpo rischia, in un caso, di non dare nessun futuro alle spighe di grano di cui è fatto il «pane» che mangia, ma rischia, dall’altro, anche di essere mangiato mortalmente – di essere lui il «pane quotidiano» di un certo Divoratore (l’Altro, il Drago del Racconto, il Mostro a cui il Racconto appioppa le sue proprie «mostruosità»).

Che ne è, tanto per dire, di Mercurio una volta che è «imbottigliato» e non ha più una via d’uscita dalla bottiglia? e che ne è dell’intelligenza del nostro corpo, una volta che è stata ingoiata dalla Sintassi di una Tribù?
Provo a dirlo in un altro dialetto: come può Väinämöinen, l’Orfico del nord, uscire dalla pancia di Antero Vipunen, il SI dei «si dice»?
Te lo sto dicendo in tutte le lingue, amico mio.
Mentre un vento in poppa ci soffia, chi può dire dove mai ci porterà?

La pazzia è nel Racconto. È nel non vedere (per mancanza di trasparenza) che siamo imbottigliati tutti nella pancia del suo Discorso, e che questo suo discorrere ha i denti e la fame dell’Altro. È l’Altro. E per quanto alcuni lo chiamino dio, altri essere, altri in altri modi ancora, quest’Altro è il cavallo di Troia che ci ha penetrati e saccheggiati, uno per uno, ciascuno nella sua notte, ciascuno nella terribile Notte del suo destino!
Mangiando, ci ritroviamo a essere mangiati. E noi? Noi, come i polli di don Abbondio, stiamo qui ad azzuffarci.

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Tiepolo – Il cavallo di Troia

Che astuzia! La volpe, Ulisse non era astuto come la volpe?, s’è rintanata nella cavità dell’Albero per entrare nella nostra arcaica Troia. La volpe è golosa e va matta per il miele che è «dentro» il nostro Albero.
Vuole prendersi Elena, sennò perché si dà tanto da fare?
La volpe si è travestita di «legno». Anche questo è un indizio: perché c’è il legno loquente e c’è il legno muto, c’è l’Albero che parla (perché è vuoto, è voce senza corpo), e c’è l’Albero muto (che al contrario è corpo pieno, talmente pieno che i tutti i suoi organi otturano ogni possibile apertura, perché niente esca «fuori»).
Ci sono dunque «assenze» che parlano, e «presenze» che osservano il più rigoroso silenzio. Altro che disciplina dell’arcano: questa è stitichezza bell’e buona. Il discorso è lungo, ma lo faremo un’altra volta.

Per ora, solo questa piccola osservazione: giusto per capire che ci fa Elena a Troia, e perché non c’è rapimento, in senso proprio e in senso figurato, che non la riguardi: che non faccia cioè di lei la Figura di cui «appropriarsi».
Il racconto africano finisce che l’antilope si accomoda, suo malgrado, nello scroto del caprone, quello sudamericano che volpe deve attendere una lunazione per tornare in libertà.
bottiglia-visioneUna lunazione? vuol dire: una mestruazione.
Vuol dire che da quel «buco» a ogni luna si libera il contenuto (femminile), ossia la Volpe che vi è stata imprigionata. L’antilope invece, a cui pure l’astuzia non difetta, rimane intrappolata nei genitali del caprone, in quello scroto che è il contenente (maschile) che la «imbottiglia»: se ne può liberare solo «uscendo» nel seme, come a dire nel «corpo» del desiderio del Maschio.

Si racconta che in principio la Donna, Elena, il primo «fantasma di desiderio», era senza vagina, e che fu incaricato Picchio di aprirvi una porta – di modo che essa fosse «contenente» del seme del maschio, e insieme capace di liberarsi del «contenuto» una volta al mese (salvo trattenere quella «parte» che la feconda, nel qual caso capace di liberarsi anche di questo «frutto», anche di questo «pomodoro», una volta maturo).
Mangiando, ci mangiamo maschi e femmine. Ci mangiamo i desideri di un Demiurgo androgino. Ma se in questo mangiarci niente fosse mai trattenuto, se nessun seme di pomodoro o di mistol germogliasse, se la Volpe divorasse frutti e semi, se Ulisse distruggesse tutta Troia, se morissero tutti gli antichi troiani e nessuno ne sopravvivesse, non ci sarebbe futuro.

Ma perché la Volpe? perché proprio la Volpe che alla nostra Troia ha negato un futuro, perché proprio lei è chiamata a dare un avvenire al Racconto? A dare addirittura tutta una Odissea a quel Nessuno che risponde al nome di Ulisse?
Perché, dice il Racconto, solo la Volpe conosce la mia doppia astuzia, l’ambigua astuzia del «vuoto che parla» e del «pieno che tace».
Giaguaro, SI racconta, il Forte Giaguaro s’era una volta nascosto nella cavità di un albero. Volpe lo stava cercando e a ogni albero a cui si avvicinava, faceva toc-toc e diceva: un albero cavo parla quando è vuoto, e tace invece quanto dentro ospita qualcuno. Giaguaro, il Forte, fece la fesseria di rispondere! E fu così, ed è tuttora così che Volpe stana Giaguaro dalla cavità dell’Albero. Quello è il posto suo: il posto dell’astuzia del Racconto.

Non è difficile da capire.
Se bussi al tuo «corpo», e chi ci «abita» non risponde, vuol dire che sei «invasato» da un demone meno ingenuo di Giaguaro. Vuol dire che sei «posseduto» dall’incontinenza golosa di Antilope e di Volpe. Allora fa’ una cosa: aspetta la prossima luna, può darsi che il vento …
Se invece il tuo «corpo» suona, è perché dentro vi abita Nessuno. Solo il vuoto canta. E il canto, in tanto esce dalla bocca del cantore, sia esso orfico o soltanto un nostro rapper, solo se il suo desiderio è otturato nello scroto. Solo allora, come dice il poeta, il suo è un «respiro a nulla». A nulla volere, a nulla sapere, a nulla avere da dire. Solo allora è un respiro che «libera» i Fantasmi che gli hanno «divorato» l’immaginazione, quella notte, quella terribile Notte del suo destino.