Bretagna – L’addio di Merlino a questo mondo

Merlino andò a dire al Re e alla Regina che doveva lasciarli. Essi lo pregarono dolcemente di tornare presto, ché l’amavano di tenero amore.
«Bell’amico Merlino – gli disse il Re – voi ve ne andrete, non voglio trattenervi contro il Merlino-paintvostro desiderio; ma io sarò dolente fino a quando non vi rivedrò. Per l’amor di Dio, affrettatevi a tornare!».
«Sire – rispose egli piangendo – ahimé! è l’ultima volta e vi raccomando a Dio».

Udendo «è l’ultima volta», il Re fu sorpreso, ma credette d’aver compreso male. Eppure, quando vide che erano passate sette settimane e che Merlino non tornava, si ricordò di quelle parole e rimase a lungo pensieroso e triste.
Infine messer Galvano gli chiese cosa avesse.
«Bel nipote – rispose il Re – penso che ho perduto Merlino e che preferirei aver perduto al suo posto la città di Logres».
«Sire, vi giuro in nome del giuramento che vi feci il giorno in cui mi armaste cavaliere che lo cercherò con tutte le mie forze per un anno e un giorno».
E, insieme a messer Galvano, giurarono i suoi fratelli e molti altri cavalieri. Poi tutti si allontanarono da Camelot lo stesso giorno; ma si separarono a un crocicchio da dove si dipartivano diverse vie. Dopo che si furono raccomandati a Dio, ognuno se ne andò verso la propria avventura. […]

Quando Galvano si fu separato dai compagni, errò a lungo nella terra di Logres alla ricerca di Merlino.
Un giorno che pensoso cavalcava in una foresta, meditando tristemente che non ne aveva notizie, incrociò una damigella che cavalcava il più bel palafreno del mondo, nero, bardato d’una sella d’avorio dalle staffe dorate, la cui gualdrappa scarlatta toccava terra, e il cui morso era d’oro e le redini di ricca passamaneria.
La damigella era vestita di sciamito bianco e, per ripararsi dall’aria e dal sole, aveva la testa velata di lino e di seta. Galvano, perso nella propria fantasticheria, non la vide nemmeno.

Allora, dopo averlo superato, ella fece voltare il palafreno e gli disse: «Galvano, assicurano che tu sei il miglior cavaliere del mondo, ed è vero; ma si aggiunge che sei il più cortese, e qui la tua fama vacilla, ché sei il più scortese. Mi incontri sola in questa foresta, lontana da tutti, e non hai neppure la grazia e l’umiltà di salutarmi e di parlarmi!».
«Damigella – disse Galvano tutto confuso – vi supplico di perdonarmi».
«Se piacerà a Dio, la pagherai cara! E un’altra volta ti ricorderai di salutare le dame quando le incontri. Ti auguro di somigliare al primo che vedrai».

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Kandinskji – Il cavaliere errante

Ora, messer Galvano non aveva cavalcato una lega gallese che incontrò un nano e la sua amica. Appena scorse la damigella, si ricordò il castigo che s’era appena meritato e s’affrettò a salutarla: «Che Dio vi dia gioia, a voi e alla vostra compagnia!».
«Che Dio vi conceda buona maniera», replicarono cortesemente il nano e la damigella. E l’avevano appena superato, che il nano sentì che riprendeva la forma primitiva [era stato vittima di una maledizione], e che tornava a essere il giovane che era, di ventidue anni, dritto, alto e largo di spalle, tant’è che dovette togliersi le armi che non era più della sua taglia.
Quando la damigella vide che l’amico aveva ritrovato così la sua bellezza, gli gettò le braccia al collo e lo baciò più di cento volte di seguito; e tutt’e due ringraziarono Nostro Signore e se ne andarono in gran letizia, benedicendo il cavaliere che aveva portato loro fortuna.

Intanto messer Galvano non aveva cavalcato tre tiri d’arco che sentì le maniche del giaco scendergli oltre le mani, e le falde coprirgli le caviglie; i piedi non raggiungevano più le staffe e ora lo scudo si alzava al di sopra della testa: di modo che comprese d’esser divenuto nano.
Ne ebbe sì gran pena che poco mancò che s’uccidesse!
Al limitar della foresta s’avvicinò a una roccia sulla quale smontò, e là accorciò gli staffili, sollevò le maniche e le falde del giaco e anche le calze di maglia di ferro, che fissò con le corregge; in breve si sistemò come meglio poté; dopo di che riprese la strada, tutto angosciato, per tener fede al giuramento.

Merlino-Viviana-VivienMa invano chiedeva a tutti notizie di Merlino: non riceveva che scherni e frecciate, e del resto nessuno ne aveva. Quando ebbe percorso tutto il regno di Logres e vide che s’avvicinava il giorno del ritorno, si disperò più che mai.
«Ah! – pensava. – Cosa farò? Ho giurato a monsignore mio zio di ritornare dopo un anno e un giorno, pure come oserò mostrarmi alla sua corte, ridicolo e sfigurato come sono? Ma certo non sarò spergiuro».

Così meditando, era entrato nella foresta di Brocelandia.
D’improvviso si sentì chiamare da una voce lontana, e scorse davanti a sé una sorta di vapore che, per quanto fosse aereo e traslucido, impediva al cavallo di passare.
«Come! – diceva la voce – non mi riconoscete più? è ben vero il proverbio del saggio: chi corte lascia, da corte è obliato!».
«Ah! Merlino, siete voi? – esclamò messer Galvano. – Vi supplico di mostrarvi, ché io possa vedere».

«Ahimé! Galvano – riprese la voce – non mi vedrete mai più, e dopo di voi non parlerò ad altri che alla mia amica. Il mondo non ha torri sì forti quanto la prigione d’aria in cui ella mi ha rinchiuso».
«E che? bello e dolce amico, siete forse trattenuto sì bene da non potervi mostrare a me? voi, il più saggio degli uomini!».

«A dire il vero, il più folle – riprese Merlino – ché ben sapevo quel che mi sarebbe accaduto. Un giorno che erravo per la foresta con la mia amica, mi addormentai ai piedi Merlino-nanodi un cespuglio di rovi, la testa nel suo grembo; allora ella s’alzò cautamente e col velo tracciò un cerchio intorno al cespuglio; e quando mi svegliai, mi trovai su un magnifico letto, nella più bella e preclusa camera che vi sia mai stata: “Ah, signora – le dissi – m’avete ingannato! Ora, che sarà di me se voi non resterete qui?”. “Bello e dolce amico, io verrò spesso, e voi mi terrete nelle vostre braccia, ché d’ora in poi mi troverete pronta al vostro piacere”. E non vi è quasi giorno né notte che io non abbia la sua compagnia, in verità. E sono più folle che mai, ché l’amo più della mia libertà».

«Bel signore, ne ho gran duolo, e il Re mio zio, cosa ne penserà quando lo saprà, lui che vi fa cercare per tutte le terre e i paesi?».
«Lo dovrà sopportare, ché non mi vedrà mai più, né io lui, e dopo di voi nessuno mi parlerà. Ora tornate. Salutate per me il Re e madama la Regina e tutti i baroni, e raccontate loro la mia avventura. Li troverete a Carduel nel Galles. E non disperatevi di quanto vi è accaduto. Ritroverete la damigella che vi ha incantato; questa volta però non dimenticate di salutarla, ché sarebbe follia. Andate con Dio, e che Nostro Signore conservi re Artù e il regno di Logres, e voi e tutti i baroni, come le genti migliori che mai vi furono!».

Queste furono le ultime parole dell’Incantatore.
E Galvano il nano si rimise in cammino verso Carduel, felice e insieme dolente: felice, perché Merlino gli aveva predetto la fine della sua sventura, e dolente che l’amico fosse perduto così per sempre.

(Merlino l’Incantatore, 47; 49-50)