Weil – L’abuso della forza

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Lefebvre – La morte di Priamo

Il vero eroe, il vero argomento, il centro dell’Iliade, è la forza.
La forza adoperata dagli uomini, la forza che piega gli uomini, la forza dinanzi alla quale si ritrae la carne degli uomini.
L’anima umana vi appare continuamente modificata dai suoi rapporti con la forza: travolta, accecata dalla forza di cui crede disporre, si curva sotto l’imperio della forza che subisce.
Chi aveva sognato che la forza, grazie al progresso, appartenesse ormai al passato, ha voluto vedere in questo poema un documento; chi sa discernere la forza, oggi come un tempo, al centro di ogni storia umana, vi trova il più bello, il più puro degli specchi.

La forza è ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa. Quando sia esercitata fino in fondo, essa fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale della parola, poiché lo trasforma in un cadavere.
C’era qualcuno, e un attimo dopo non c’è nessuno. […]

La forza che uccide è una forma sommaria, grossolana della forza. Quanto più varia nei suoi procedimenti, quanto più sorprendente nei suoi effetti, è l’altra forza, quella che guerriero-acheonon uccide, cioè quella che non uccide ancora!
Ucciderà sicuramente, o ucciderà forse, ovvero è soltanto sospesa sulla creatura che da un momento all’altro può uccidere; in ogni modo, muta l’uomo in pietra.
Dal potere di tramutare un uomo in cosa facendolo morire, procede un altro potere, e molto più prodigioso: quello di mutare in cosa un uomo che resta vivo.

È vivo, ha un’anima; è, nondimeno, una cosa.
Strana cosa una cosa che ha un’anima; strano stato per l’anima.
Chi sa quale sforzo le occorre a ogni istante per conformarsi a ciò, per torcersi e ripiegarsi su se stessa?
L’anima non è fatta per abitare una cosa; quando vi sia costretta, non vi è più nulla in essa che non patisca violenza.
Un uomo inerme e nudo sul quale si punti un’arma, diventa cadavere prima di esser toccato. […]

Vi sono esseri sventurati che, senza morire, sono divenuti cose per tutta la loro vita. Nelle loro giornate non vi è alcuno spazio, alcun vuoto, alcun campo libero per qualcosa che proceda da loro.
Non si tratta di uomini che vivano più duramente di altri, posti socialmente più in basso di altri; si tratta di un’altra specie umana, un compromesso tra l’uomo e il cadavere.

Che un essere umano possa essere una cosa, è da un punto di vista logico una contraddizione; ma, quando l’impossibile è diventato realtà, la contraddizione diventa strazio nell’anima.
Questa cosa aspira ogni momento a essere un uomo, una donna, e in nessun momento vi riesce. È una morte che si allunga, si stira per tutto il corso di una vita; una vita che la morte ha raggelato molto prima di averla soppressa. […]

In nessuna occasione lo schiavo ha il permesso di esprimere qualcosa, se non ciò che può piacere al padrone.
Ecco perché, se in una vita così tetra un sentimento può germogliare e animarla un poco, schiavo-catenenon potrà essere se non l’amore per il padrone; ogni altro cammino è sbarrato al dono d’amare, così come a un cavallo attaccato al carro le stanghe, le redini e il morso sbarrano tutte le vie tranne una.
E se per miracolo si mostra la speranza di ridiventare un giorno qualcuno per un atto di grazia, la riconoscenza e l’amore verso uomini, il cui passato più che recente dovrebbe ispirare orrore, giungeranno a un grado incredibile. […]

Il forte non è mai assolutamente forte, né il debole assolutamente debole, ma l’uno e l’altro l’ignorano. Essi non si credono della medesima specie. Né il debole si considera il simile del forte, né da lui è considerato suo simile.
Colui che possiede la forza avanza in un ambiente privo di resistenza senza che nulla, nella materia umana intorno a lui, sia di natura tale da suscitare tra l’impeto e l’atto quel lieve intervallo in cui s’inserisce il pensiero. E dove non ha dimora il pensiero, non ne ha né la giustizia né la prudenza.
Perciò gli uomini armati agiscono duramente e follemente. La loro spada affonda in un nemico inerme ai loro ginocchi; trionfano di un moribondo descrivendogli le offese che subirà il suo corpo; Achille sgozza dodici adolescenti troiani sopra il rogo di Patroclo con la stessa naturalezza con cui noi tagliamo fiori per una tomba. Usando del loro potere, essi non dubitano mai che le conseguenze dei loro atti li faranno a loro volta piegare.

Quando con una sola parola si può far tacere, tremare, obbedire un vecchio, si riflette forse che le maledizioni di un sacerdote hanno importanza agli occhi degli auguri? Ci si astiene forse dal togliere la donna amata ad Achille, quando si sappia che l’uno e l’altra non potranno far altro che obbedire?
E quando Achille gode a veder fuggire i miseri Greci, può forse immaginare che quella fuga, che durerà o finirà a suo piacere, farà perdere la vita al suo amico e a lui stesso?
Ecco in qual modo coloro a cui la forza è prestata dal destino, periscono per troppa sicurezza.

Non possono non perire. Essi infatti non considerano la propria forza come una quantità limitata, i loro rapporti con gli altri come un equilibrio tra forze impari. Dato che gli altri elmi-troianiuomini non impongono ai loro movimenti quella battuta d’arresto da cui solo può nascere il rispetto verso il prossimo, essi concludono che il destino ha dato a loro ogni diritto e nessuno ai loro inferiori.
Da quel momento essi vanno al di là della forza di cui dispongono. È inevitabile, perché ignorano che quella forza ha dei limiti. Sono allora abbandonati al caso senza rimedio e le cose non gli obbediscono più. Talvolta il caso li serve; talvolta li danneggia; eccoli esposti nudi alla sventura, senza quella corazza di potenza che proteggeva la loro anima; senza più nulla ormai che li separi dalle lacrime.

Tale castigo, di un rigore geometrico, che punisce automaticamente l’abuso della forza, fu il primo oggetto della meditazione dei Greci. Esso costituisce l’anima dell’epopea; sotto il nome di Nemesi è la molla delle tragedie di Eschilo; i Pitagorici, Socrate, Platone ne fecero il loro punto di partenza per pensare l’uomo e l’universo. La nozione ne è divenuta familiare ovunque sia penetrato l’ellenismo.
Forse, proprio questa nozione greca sussiste, sotto il nome di karma, in paesi d’oriente impregnati di buddismo; ma l’occidente l’ha perduta e non ha neppur più, in nessuna delle sue lingue, parola che la esprima; le idee di limite, di misura, di equilibrio, che dovrebbero determinare la condotta della vita, non hanno più che un impiego servile nella tecnica.
Noi siamo geometri solo di fronte alla materia; i Greci furono prima di tutto geometri nell’apprendimento della virtù.

Il corso della guerra nell’Iliade non è altro che questo gioco pendolare.
Il vincitore del momento si sente invincibile, anche se ha conosciuto la disfatta qualche ora prima; dimentica di usare la vittoria come una cosa destinata a passare.

(Weil, L’Iliade poema della forza, in La Grecia e le intuizioni precristiane)