Caucaso – Soslan in cerca di uno più forte di lui

Picasso-acrobata
Picasso – Acrobata

Tutta la gioventù narte era riunita nella Piazza dei Giochi.
Vi si danzava la grande danza chiamata simd e nessuno tra quei giovani la danzava meglio di Soslan: egli sapeva danzare non solo per terra, ma sulle spalle dei Narti.
«Adesso andiamo a prendere le nostre frecce!», dissero i giovani, dopo aver a lungo danzato. Collocarono un bersaglio e tirarono con l’arco. Tutti, certo, si rivelarono buoni tiratori, ma nessuno eguagliò Soslan: tutti i suoi colpi andavano a segno.

Poco lontano, lungo il fiume, riposava una mandria.
«Proviamo anche la nostra forza – dissero i giovani. – Andiamo sulla riva!».
Là, ognuno prese dalla mandria un toro giovane non castrato. Afferrandolo per le corna, tentarono di lanciarlo al di là del fiume, ma nessuno vi riuscì.
Allora Soslan prese per le corna il torello più grande e lo lanciò sull’altra riva.

Così Soslan trionfava sulla gioventù narte nella Piazza dei Giochi. Si sentiva al di sopra dei migliori, ed era ormai un proverbio dire che Soslan non avrebbe trovato in nessun posto qualcuno più forte di lui.
«È vero – egli si diceva tornando dalla Piazza dei Giochi al villaggio narte – non ho rivali, ma bisogna che io giri il mondo alla ricerca di uno più forte di me».
Fece i suoi preparativi, e un giorno partì all’alba.

Camminò, camminò. Nessuno sa quanta strada fece, ma alla fine si trovò sopra un grande fiume.
«Scendiamo sulla riva – si disse – forse vi incontrerò qualcuno».
Scese sulla riva, continuò a camminare e, improvvisamente, si vide venire incontro un pescatore che teneva come canna da pesca un albero intero e il cui amo, per esca, aveva il corpo di un montone.

Quando s’incontrarono, Soslan lo salutò.
«Sii il benvenuto – rispose quello. – Da dove vieni?».
surreal-gigante«Sono in cerca di uno più forte di me – disse Soslan – e, a quel che vedo, non incontrerò nessuno più forte di me».
«Io non sono niente – disse il pescatore. – Continua a scendere lungo il fiume; mio fratello maggiore pesca più a valle, lui è più forte di me».

Soslan scese lungo il fiume e arrivò presso un altro pescatore. La sua canna era un albero più grande del primo, e all’amo, come esca, era appeso il corpo di una mucca.
Si scambiarono dei saluti e il pescatore domandò: «Dove vai così in fretta? Che cosa cerchi?».
«Sono in cerca di uno più forte di me – rispose Soslan – e, a quel che vedo, non incontrerò nessuno più forte di me».
«Io non sono niente, ma continua il tuo cammino sulla sponda del fiume: mio fratello maggiore pesca laggiù, lui è più forte di me».

Soslan proseguì e arrivò presso un terzo pescatore: la sua canna era un albero ancora più grande e, all’amo, era appeso l’intero corpo di un bue.
Si salutarono e il pescatore domandò: «Da dove vieni?».
«Sono in cerca di uno più forte di me – rispose Soslan. – A quel che vedo, non incontrerò nessuno più forte di te».
«Prova ad andare fino a casa nostra – disse il pescatore – e stasera vedrai!». E gli indicò la strada.

Continuando a camminare lungo il fiume, Soslan arrivò a una casa. Entrò. All’interno, era seduta una donna. Le disse: «Buon giorno a te, madre mia».
«Se non mi avessi detto “madre mia” – rispose la donna – mi saresti servito per ingrassare la ruggine dei miei denti! Ma ora sei mio ospite, sii il benvenuto. Da dove vieni, e che cosa cerchi?».
«Vengo dal paese dei Narti – disse Soslan – in cerca di uno più forte di me. Nel nostro paese non c’è, e per questo io viaggio, per mettere alla prova la mia forza».
«Oh, non dir così! I miei figli sono a pesca. Rientreranno stasera e se ti prendono, Narte, non resterà di te nemmeno uno scheletro, perché ti mangeranno. Prendi un po’ di cibo, riposati, e io troverò il modo di proteggerti dai miei figli».

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Preparò una tavola alla quale Soslan fece onore. Poi lo nascose sotto un setaccio. Soslan cercò in ogni modo di sollevarlo: non riuscì a smuoverlo.
La sera, i tre fratelli rientrarono e dissero alla madre: «Abbiamo mandato qui, oggi, un uccello delle montagne. Daccelo, vogliamo pulirci i denti! È da molto tempo che non gustiamo carne umana!».
«Mangiate prima qualcos’altro: non c’è pericolo che scappi! L’ho rinchiuso sotto il setaccio per la vostra prima colazione di domani».
Li fece cenare e li mandò a letto. Quando si furono addormentati, tirò fuori Soslan, gli indicò la strada e gli disse: «Va’, solo le tue gambe possono salvarti, nient’altro!».

Soslan corse tutta la notte. Quando i figli della gigantessa si svegliarono e capirono che la loro preda era fuggita, si lanciarono al suo inseguimento.
Soslan corse con tutte le sue forze. Davanti a sé, sulla pianura, scorge un viandante e, voltandosi, si vede i tre giganti alle calcagna. Corre ancora più in fretta e raggiunge il viandante.
Guarda: al viandante manca una mano.
Si avvicina di più: il viandante non ha che un occhio – ed è un gigante.

Picabia-ciclope
Picabia – Ciclope

«Ah – gli disse Soslan – sono tuo ospite, sia tra i morti che tra i vivi. Se mi raggiungono, sono perduto».
«L’ospite viene da Dio – disse il gigante – farò per te quello che potrò».
E si buttò in bocca Soslan, e lo nascose sotto la lingua.

Frattanto i tre fratelli si avvicinarono.
Dissero al gigante monco: «Non hai visto passare di qui il nostro uccello delle montagne?».
«Qui non c’è nessun uccello delle montagne. Non ho tempo da perdere con voi, sgombrate la mia strada».
«Se non ti affretti a darci la nostra bestiola delle montagne, non ti lasceremo partire senza danno», dissero i fratelli minacciosi.
«Andate per la vostra strada! Altrimenti non aspettatevi da me del bene!», disse il gigante monco.
E i tre giganti si gettarono su di lui.

«L’avete voluto», fece.
E, afferrandoli tutt’e tre, li buttò a terra e si sdraiò su di loro.
Tirò fuori Soslan dalla bocca e gli disse: «Sulla mia coscia c’è un pelo: strappalo, così li legherò!».
Soslan afferrò il pelo, lo tirò in tutti i sensi e non riuscì a strapparlo. Se lo passò tre volte attorno alla vita come una corda e prese lo slancio; il pelo non cedette.
«Taglialo con la spada!», disse il gigante.

Soslan prese il pelo con una mano, la spada con l’altra, e colpì col taglio: fu come se avesse colpito col dorso.
Allora il gigante, tenendo i tre fratelli sotto un ginocchio, strappò lui stesso il suo pelo, e li legò così forte che quelli non potevano più muoversi.
Lo supplicarono: «Liberaci, lasciaci tornare a casa, non ti chiederemo più niente!».
Egli li slegò e li lasciò andare, poi continuò la sua strada con Soslan.

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Mirò – La forza

Mentre camminava, gli chiese: «Da dove sei passato, nelle tue peregrinazioni solitarie? Che cosa cerchi?».
«Io sono il narte Soslan. Ho lasciato il nostro paese per cercare qualcuno più forte di me. Un giorno che i giovani Narti esercitavano la loro forza sulla riva del fiume, provammo a lanciare ognuno un giovenco sull’altra riva: tutti fallirono, tranne io. Mi sono fatto da allora un’alta opinione di me stesso, e sono partito per provare la mia forza: hai visto dove sono andato a finire. Ti ringrazio, perché mi hai salvato; senza di te, il mio piede non avrebbe mai più calpestato la terra dei Narti».

«Soslan, nel nostro paese – disse il gigante monco – i bambini di un mese lanciano al di là del fiume tutti i buoi che vogliono, e non siamo particolarmente fieri per questo. Lascia che ti racconti la mia avventura. Ero il più giovane di sette fratelli e nostro padre era ancora vigoroso quanto un cervo. Una volta, partimmo in spedizione. Errammo a lungo senza incontrare nulla.
Un giorno, dopo aver mangiato, vedemmo il cielo che si copriva e cominciò a piovere. Mentre cercavamo un rifugio, tutt’e otto, coi nostri cavalli, scorgemmo una caverna. Vi entrammo.

«Poco dopo, guardando fuori, vedemmo lì vicino un pastore che pascolava il suo gregge. Un dannato capro si diresse verso di noi e si strofinò contro la caverna, che cominciò a dondolare come una culla: quel che avevamo preso per una caverna era il cranio di un cavallo!
Il pastore aveva un bel gridare: “Vattene! vattene!”, il capro, indifferente, continuava a grattarsi.
Allora il pastore si arrabbiò e accorse nella nostra direzione. Il capro se ne fuggì, ma il pastore ficcò il suo bastone nell’orbita del cranio, lo sollevò e lo lanciò.

«Il cranio volò per aria e urtò il corno del dannato capro. Naturalmente cavalli e uomini caddero.
Per disgrazia, il pastore ci vide. Uccise mio padre, uccise i miei sei fratelli, a me non strappò che un braccio, e mi lasciò lì.
Avevo inoltre perduto un occhio: ficcandosi nel cranio del cavallo, il bastone l’aveva fatto scoppiare!
Questa è la nostra avventura. Da allora, non sono mai più partito alla ricerca di uno più forte e a tutti quelli che mi amano e che amo ho dato e do ancora il medesimo consiglio: di non partire anche loro alla ricerca di uno più forte.
Va’, mio sole, e non dire che non c’è al mondo uomo più forte di te!».

Il monco tornò al suo villaggio e il narte Soslan riprese la via del suo paese.

(Fonte: Dumézil, Il libro degli Eroi)