Deleuze – Kierkegaard, Nietzsche e la ripetizione

Una forza comune lega Kierkegaard e Nietzsche, e bisognerebbe aggiungervi Péguy per formare il trittico del pastore, dell’anticristo e del cattolico.
ripetizione-voltoOgnuno dei tre ha fatto, a modo suo, della ripetizione non soltanto una potenza propria del linguaggio e del pensiero, un pathos e una patologia superiore, ma la categoria fondamentale della filosofia dell’avvenire.
A ciascuno corrisponde un Testamento, e anche un Teatro, una concezione del teatro, e un personaggio eminente in questo teatro come eroe della ripetizione: Giobbe-Abramo, Dioniso-Zarathustra, Giovanna d’Arco-Clio.

Ciò che li distingue è rilevante, manifesto, più che noto. Ma nulla potrà cancellare questo loro prodigioso incontro intorno a un’idea della ripetizione: essi oppongono la ripetizione a tutte le forme della generalità. E la parola «ripetizione», essi non l’assumono in senso metaforico; hanno, al contrario, un certo modo di prenderla alla lettera, e di farla passare nello stile.
È possibile, anzi doveroso, recensire innanzitutto le principali proposizioni che sottolineano tra loro la coincidenza:

1. Fare della ripetizione stessa qualcosa di nuovo; legarla a una prova, a una selezione, a una prova selettiva; porla come oggetto supremo della volontà e della libertà.
Kierkegaard precisa: non trarre dalla ripetizione qualcosa di nuovo, non sottrarle qualcosa di nuovo. Poiché soltanto la contemplazione, lo spirito che contempla dal di fuori, «sottrae». Si tratta al contrario di agire, di fare della ripetizione come tale una novità, vale a dire una libertà e un compito della libertà.
E Nietzsche: liberare la volontà da tutto ciò che la incatena facendo della ripetizione l’oggetto stesso del volere. Senza dubbio la ripetizione è già per se stessa ciò che ci incatena; ma se si muore di ripetizione, è essa ancora che ci salva e guarisce, e ci guarisce innanzitutto dall’altra ripetizione. Nella ripetizione v’è dunque a un tempo tutto il gioco mistico della perdizione e della salvezza, tutto il gioco teatrale della morte e della vita, tutto il gioco positivo della malattia e della salute (cfr. Zarathustra malato e Zarathustra convalescente, a causa di una sola e stessa potenza che è quella della ripetizione nell’eterno ritorno).

2. Di conseguenza, opporre la ripetizione alle leggi della Natura.
Kierkegaard dichiara che egli non parla neppure minimamente della ripetizione nella Lost Expresionnatura, dei cicli o delle stagioni, degli scambi e delle uguaglianze. Anzi, se la ripetizione concerne la parte più interiore della volontà, ciò accade perché tutto cambia attorno alla volontà, conformemente alla legge di natura. Secondo la legge di natura, la ripetizione è impossibile. Ecco perché Kierkegaard condanna, sotto il nome di ripetizione estetica, ogni sforzo per ottenere la ripetizione delle leggi della natura, non soltanto alla maniera dell’epicureo, ma anche alla maniera dello stoico, mediante l’identificazione col principio che legifera.

Si dirà che in Nietzsche la situazione non è così chiara. Tuttavia le dichiarazioni di Nietzsche sono formali. Se egli scopre la ripetizione nella stessa Physis, ciò accade perché egli scopre nella Physis qualcosa di superiore al regno delle leggi: una volontà che si vuole essa stessa attraverso tutti i mutamenti, una potenza contro la legge, una tensione interiore della terra che si oppone alle leggi della superficie. Nietzsche oppone la «sua» ipotesi all’ipotesi ciclica. Concepisce la ripetizione nell’eterno ritorno come Essere, ma oppone questo essere a ogni forma legale, tanto all’essere-simile quanto all’essere-uguale.

E in quale modo il pensatore che spinse più lontano la critica della nozione di legge potrebbe reintrodurre l’eterno ritorno come legge della natura? Come potrebbe egli, conoscitore dei Greci, avere fondate ragioni di considerare il proprio pensiero prodigioso e nuovo, se si contentasse di formulare quella piattezza naturale, quella generalità della natura così nota agli Antichi?
Per ben due volte, Zarathustra corregge le cattive interpretazioni dell’eterno ritorno: in collera contro il proprio demone («Tu, spirito di gravità!… non prendere la cosa troppo alla leggera!»); con dolcezza, contro le sue bestie («O voi, maliziosi burloni e cantastorie … voi ne avete già ricavato una canzone da organetto?»). La canzone da organetto è l’eterno ritorno come ciclo o circolazione, come essere-simile e come essere-uguale, in breve come certezza animale naturale e come legge sensibile della natura stessa.

Kierkegaard-Nietzsche

3. Opporre la ripetizione alla legge morale, farne la sospensione dell’etica, il pensiero dell’al di là del bene e del male. La ripetizione appare come il logos del solitario, del singolare, il logos del «pensatore privato».
In Kierkegaard e in Nietzsche si sviluppa l’opposizione tra il pensatore privato, il pensatore-cometa, portatore della ripetizione, e il professore pubblico, dottore della legge, il cui discorso di seconda mano procede per mediazione e attinge la sua fonte moralizzante nella generalità dei concetti (Kierkegaard contro Hegel, Nietzsche contro Kant e Hegel, e da questo punto di vista Péguy contro la Sorbona).

Giobbe è la contestazione infinita, Abramo la rassegnazione infinita, ma essi sono la stessa cosa. Giobbe pone in questione la legge, in maniera ironica, rifiuta tutte le spiegazioni di seconda mano, esautora il generale per rivolgersi al più singolare come principio, come universale. Abramo si sottomette ironicamente alla legge, ma ritrova appunto in questa sottomissione la singolarità del figlio unico che la legge comandava di sacrificare.
Nel pensiero di Kierkegaard, la ripetizione è il correlato trascendente comune alla contestazione e alla rassegnazione come intenzioni psichiche. (E si ritrovano i due aspetti nello sdoppiamento di Péguy, Giovanna d’Arco e Gervaise).

Nell’ateismo clamoroso di Nietzsche, l’odio della legge e l’amor fati, l’aggressività e il consenso sono il doppio volto di Zarathustra, ripreso dalla Bibbia e rivolto contro di essa. senza-voltoIn certo senso, vediamo anche Zarathustra rivaleggiare con Kant, con la prova della ripetizione nella legge morale. Suona l’eterno ritorno: qualunque cosa tu voglia, voglilo in maniera tale che tu possa volerne anche l’eterno ritorno.
Di qui emerge un «formalismo» che rovescia Kant sul suo stesso terreno, una prova che va più lontano, poiché, invece di riferire la ripetizione a una supposta legge morale, essa sembra fare proprio della ripetizione la sola forma di una legge al di là della morale.
Ma in realtà, la cosa è ancora più complessa. La forma della ripetizione nell’eterno ritorno, è la forma brutale dell’immediato, quella dell’universale e del singolare congiunti, che abbatte ogni legge generale, porta a fondere le mediazioni, e a spegnere i particolari sottoposti alla legge. C’è un al di là e un al di qua della legge, che si uniscono nell’eterno ritorno come l’ironia e l’«humour» nero di Zarathustra.

4. Opporre la ripetizione non soltanto alle generalità dell’abitudine, ma alle particolarità della memoria. È probabile, difatti, che l’abitudine riesca a «trarre» qualcosa di nuovo da una ripetizione contemplata dal di fuori.
Nell’abitudine, noi agiamo solo a condizione che ci sia in noi un piccolo Io che contempla: questo io estrae il nuovo, vale a dire il generale, dalla pseudo-ripetizione dei casi particolari. E la memoria, forse, ritrova i particolari fusi nella generalità.
Questi movimenti psicologici, non è che abbiano grande valore, tanto è vero che in Kierkegaard e in Nietzsche vengono meno dinanzi alla ripetizione posta come duplice condanna dell’abitudine e della memoria.

Per questo la ripetizione è il pensiero dell’avvenire, opponendosi all’antica categoria della reminiscenza, e a quella moderna dell’habitus.
Nella ripetizione, e attraverso di essa, l’Oblio diviene una potenza positiva, e l’inconscio, coazione-ripetereun inconscio superiore positivo (per esempio l’oblio come forza fa parte integrante dell’esperienza vissuta dell’eterno ritorno).
Tutto si riassume nella potenza. Quando Kierkegaard parla della ripetizione come della seconda potenza della coscienza, «seconda» non significa una seconda volta, ma l’infinito che si dice di una sola volta, l’eternità che si dice di un istante, l’inconscio che si dice della coscienza, la potenza «n».

E allorché Nietzsche fa dell’eterno ritorno l’espressione immediata della volontà di potenza, volontà di potenza non ha per nulla il significato di «volere la potenza», ma al contrario: qualunque cosa si voglia, elevare ciò che si vuole all’ennesima potenza, vale a dire estrarre la forma superiore, grazie all’operazione selettiva del pensiero nell’eterno ritorno, in virtù della singolarità della ripetizione proprio nell’eterno ritorno.
Forma superiore di tutto ciò che è, in questo sta l’identità immediata dell’eterno ritorno e del superuomo. Non si vuole d’altro canto proporre alcuna analogia tra il Dioniso di Nietzsche e il Dio di Kierkegaard. Al contrario, ci sembra che la differenza sia insuperabile.

Ma allora a maggior ragione si pone la domanda: donde deriva la coincidenza sul tema della ripetizione, su questo obiettivo fondamentale, anche se tale obiettivo è concepito in maniera diversa?

(Deleuze, Differenza e ripetizione)