Corbin – Le Forme immaginali

Nella topografia immaginale i «luoghi» dell’essere si scaglionano in una serie di universi che alla fine terminano tutti in scala discendente sulla nostra Terra terrestre. Questa cilindro-magonostra Terra è, dunque, come la «tomba» a cui essi sono stati affidati. È da questa «tomba» che essi devono riemergere e risuscitare.
Tale resurrezione però non è concepibile se non si è compresa, nel suo vero senso, la «discesa» delle Forme eterne su questa Terra.
Non diversamente da come la massa astrale del sole non «discende» dal suo cielo, la «discesa» delle Forme non comporta né una «fissazione», né una «infusione», né una incarnazione materiale, idea a cui la filosofia «orientale» si rifiuta decisamente.

È invece l’idea di teofania, di epifania divina, a dominare il suo modo di percezione, ed è per questo che ci viene sempre proposto il paragone dello specchio.
Le anime umane, eterne, non si mescolano esse stesse, per così dire «in persona», al mondo delle cose materiali, temporali e accidentali. Sono la loro sagoma, la loro Immagine e la loro ombra che vi si proiettano.
Ciascuna ha una attività e una perfezione ad essa proprie, che sono un effetto e un influsso dell’attività universale e assoluta dell’Anima del Mondo.

Ora, è questa attività psichica assoluta che, nella mappa immaginale, viene chiamata «mondo» [e la sua «produzione» verbale è ciò che viene chiamato Racconto].
Il Mondo, preso come tale, è insieme al di sotto dell’Anima di cui è l’attività, e al di sopra delle materie terrestri accidentali dove lo trovano le facoltà sensibili di percezione.
Il Mondo come attività psichica assoluta [quello che gli orfici chiamavano Okéanos] è, nel gergo dei «filosofi orientali», un barzakh, una fascia di mezzo.

Kush-Oceano
Vladimir Kush – Oceano

E questo significa: come la sostanza materiale e la forma dello specchio non sono né la materia né la forma dell’Immagine che vi si riflette e che vi è percepita, ma semplicemente il luogo privilegiato dove questa Immagine si manifesta, così le materie sensibili non sono che il veicolo e il luogo o, ancor meglio, il luogo epifanico per le forme prodotte dall’attività assoluta dell’anima.
Sarebbe la più grave confusione prendere lo specchio come ciò che qui costituisce la sostanza e la consistenza delle Immagini che vi appaiono. Lo specchio può non esserci più, può rompersi: le forme dell’anima, non essendo inerenti né consustanziali allo specchio, continuano a sussistere.

Per cogliere l’Immagine nella sua realtà «assoluta», cioè «sciolta», staccata, dallo specchio sensibile in cui si riflette, ci vuole indubbiamente l’«occhio d’oltremondo», vale a dire un organo di visione che faccia esso stesso parte dell’attività assoluta dell’anima, e che corrisponda alla nostra Imaginatio vera.
Notiamo bene che questo non è conoscere le cose nella loro idea astratta, nel loro concetto filosofico, ma sotto i tratti perfettamente individuati della loro Immagine Anima-mundi-surrealmeditata, o piuttosto pre-meditata dall’anima, cioè la loro Forma immaginale.
È per questo che in questo Mondo di Mezzo ci sono Cieli e Terre, animali, piante e minerali, città, borghi e foreste.

Ma questo vuole proprio dire che, se altrettante cose corrispondenti sono visibili e viste in questo nostro mondo, su questa Terra terrestre, è che infine ciò che noi chiamiamo physis e fisico è solo il riflesso del mondo dell’Anima; non vi è fisica pura, ma sempre la fisica di una certa attività psichica.
Prenderne conoscenza è allora vedere il mondo dell’Anima, è vedere tutte le cose così come sono nella Terra di Hûrqalyâ, la Terra delle città di smeraldo; è la visio smaragdina che è l’assurgere e il risorgere del mondo dell’Anima.
Allora quella realtà, che la coscienza comune conferisce alle cose e agli accadimenti fisici come a realtà autonome, dimostra di essere di fatto la realtà visionaria dell’anima.

È per questo che possiamo dire che la Terra mistica di Hûrqalyâ rappresenta il fenomeno della Terra allo stato «assoluto», vale a dire sciolto dall’apparenza empirica mostrata ai sensi, ma d’altra parte apparizione reale instaurata dalla sola Immaginazione trascendentale.
Tutte le realtà vi esistono allo stato di Forme immaginali, e queste Immagini sono a priori o archetipiche, vale a dire che sono esse stesse come pre-meditanti nella meditazione dell’anima di cui esse sono il mondo, perché, essendone il mondo, cioè l’attività propria di quell’anima, esse «danno la misura» di quell’anima, ne esprimono la struttura e le energie.

Il risveglio alla coscienza di Hûrqalyâ annuncia un nuovo modo di relazione dell’anima con l’«estensione», con tutto ciò che è corporeo e spaziale, relazione che non può essere un rapporto tra contenuto e contenente.
Il modo di visione della Terra è il modo stesso della visione dell’anima, la visione in cui essa si percepisce; può essere il suo paradiso, e può essere il suo inferno.
L’«ottavo clima» è il clima dell’anima, ed è ciò che il grande mistico Ibn ‘Arabî (1165-1240) ci dice col racconto del sovrappiù d’argilla, o meglio del lievito di quell’argilla con cui fu creato Adamo.

Dalì-geopolitico
Salvador Dalì – Geopolitico che osserva la nascita di un uomo nuovo

È da questo «sovrappiù» che fu creata una Terra il cui nome arabo si può tradurre tanto «Terra di Realtà vera» quanto «Terra di Verità reale».
È una Terra immensa, che contiene essa stessa dei Cieli e delle Terre, dei Paradisi e degli Inferni. Un gran numero di cose di cui è stata dimostrata razionalmente e validamente l’impossibilità per il nostro mondo, esistono tuttavia in quella Terra, che è la prateria della cui visione i mistici non si saziano mai.
Ed ecco la precisazione decisiva: nell’insieme degli universi di questa Terra di Verità, Dio ha creato per ogni anima un universo corrispondente a tale anima. Allorché il mistico contempla tale universo, è se stesso (nafs, la sua Anima) che egli vi contempla.

L’Imago Terrae è dunque l’immagine stessa dell’anima, attraverso cui essa contempla se stessa, le sue energie e i suoi poteri, le sue speranze e i suoi timori.
Ecco perché questa Terra di Verità è il luogo dove realmente esistono tutte le Immagini che l’anima proietta sul suo orizzonte e che le annunciano la presenza di questo o quello dei suoi stati. Le obiezioni razionali o razionaliste non possono prevalere su di essa.

Questa Terra di Verità è la Terra dove fioriscono i simboli contro i quali naufraga l’intelletto razionale, che generalmente crede che nel momento stesso in cui «spiega» un libro-sommersosimbolo lo fa scomparire rendendolo superfluo.
No, in questa Terra di Verità esiste tutto l’universo incantato dell’anima, perché l’anima vi è «a casa sua» e perché le sue proprie Forme immaginali le sono diventate trasparenti, ma allo stesso tempo le restano necessarie perché appunto ne traspaia il loro «esoterico».

Senza tali Immagini essa non realizzerebbe né quei rituali né quelle iconografie e drammaturgie il cui luogo di compimento reale è precisamente la Terra di Hûrqalyâ.
Anche per questo, quella Terra è il luogo dei Racconti visionari, delle orazioni dialogiche; essa non è, dice Ibn ‘Arabî, il luogo degli annientamenti mistici, degli abissi della teologia negativa, ma il luogo delle teofanie, delle Epifanie divine, che non volatilizzano né strappano l’anima alla sua propria visione, al contrario la fanno essere finalmente con se stessa e a casa sua.

Ogni forma di cui si rivestono tali epifanie, così come ogni forma in cui l’uomo si percepisce in sogno, o nello stato intermedio tra la veglia e il sonno, o in quello stato di meditazione attiva che è uno stato di veglia durante il sonno dei sensi – tutto questo appartiene al corpo di questa Terra di Verità.
Il fatto è che non vi si penetra col corpo di materia rozza. L’adepto deve sapere che, se gli accade di vedervi coi suoi occhi qualche entità spirituale, è perché è diventato atto a rivestire lui stesso una di quelle Forme che rivestono gli Angeli quando si rendono visibili alla percezione non-sensibile.

(Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste)