Santillana – L’enigma della testa di cavallo

In India, dove la parola «eternità» non è mai usata alla leggera, come invece accade nelle leggende europee, lo Harimvaša narra quanto segue della progenie del saggio Aurva (cioè «nato dalla coscia», uru):

«Il saggio fu esortato dagli amici a procreare. Acconsentì, ma pronosticò che la sua progenie sarebbe vissuta in virtù della distruzione di altri. Produsse allora dalla propria Visnu-Parasuramacoscia un fuoco divoratore che esclamò a gran voce: “Ho fame, fatemi consumare il mondo”.
Ben presto le varie regioni furono in fiamme: Brahmâ intervenne per salvare la sua creazione e promise al figlio di Aurva una sede e un sostentamento degni di lui. La sua dimora fu posta a Badavâmukha, la bocca dell’oceano.

«Brahmâ infatti nacque e dimora nell’Oceano, ed egli e il novello fuoco [il figlio sottomarino di Aurva] erano destinati a consumare insieme il mondo alla fine di ogni era, e a divorare tutte le cose – dèi, Asura e Râksasa compresi – alla fine dei tempi.
Così, il nome Aurva significa, in breve, il fuoco sottomarino, chiamato anche Badavânala e Samvartaka e raffigurato come una fiamma dalla testa di cavallo; è detto anche Kâka-dvaja poiché porta uno stendardo recante la figura di un corvo».

Nel Mahâbhârata (I, 180-182), questo stesso racconto viene narrato da Vasistha (ζ Ursae Maioris) allo scopo di placare il nipote, anch’egli desideroso di distruggere il mondo intero senza indugio: «Allora, o figliolo, Aurva gettò il fuoco della sua ira nella sede di Varuna [nelle acque da cui ha origine il mondo]. E quel fuoco che consuma le acque del grande Oceano divenne come una gran testa di cavallo che coloro che conoscono i Veda chiamano Vadavâmuka. E fuoriuscendo da quella bocca esso consuma le acque del possente Oceano».

Questa testa equina di fuoco porta i curiosi nel bel mezzo dei labirinti del Mahâbhârata e dello Satapatha-Brâhmana, là dove essi sono maggiormente impenetrabili, perché trattano dell’enigmatica storia del rsi Dadhyac, la cui testa equina dimorava nel Lago Saryanâvat dopo che ebbe rivelato il«segreto del madhu» (madhuvidyâ = «scienza del madhu», l’idromele) agli Asvin, i «Dioscuri»; dalle ossa del suo cranio Tvastr aveva foggiato la saetta che consentì a Indra di uccidere i «99 Vrtra» (così come Sansone aveva testa-cavallo-disegnosterminato i Filistei con una mascella d’asino), mentre Visnu si era servito di questa testa per recuperare i Veda che erano stati trafugati da due Daitya durante uno dei suoi «sonni yogici» ingoiatori del tempo.

Privato dei Veda, che gli fungevano da «occhi», Brahmâ non fu più in grado di continuare l’opera della creazione, cosicché implorò il Signore dell’universo di destarsi.
«Lodato da Brahmâ, l’illustre Purusa […] si scosse dal sonno, risolvette di recuperare i Veda (dai Daitya che li avevano rapiti con la forza). Applicando la sua forza yogica, assunse un seconda forma […]. Assunse una testa equina di grande fulgore la quale era chiamata la dimora dei Veda. Il firmamento, con tutti i luminari e le costellazioni, divenne il cocuzzolo del suo capo […]. Assunta questa forma provvista di testa equina […] il Signore dell’universo scomparve senza indugi, e si recò alle regioni infere» (Mahâbhârata, XII: 348) – per poi ritornarsene vittorioso con i Veda e riprendere il suo sonno, ovviamente.

In altre parole, la «testa equina» è una «forma» di Visnu tanto importante quanto enigmatica, al punto anzi che la tradizione più «popolare» sembra ignorarla, benché il Gran Poema Epico narri quanto segue:

«Nei tempi antichi, Nârâyana [Visnu] per fare del bene al mondo nacque come il grande rsi Vadavâmuka [vedi sopra, il figlio di Aurva, la bocca dell’oceano, Vadavâmuka]. Mentre era intento a compiere dure penitenze sul fianco di Meru, egli convocò alla propria presenza l’Oceano. Questi, tuttavia, non obbedì alla chiamata [anche l’Okéanos greco era solito non comparire quando Zeus convocava tutti in assemblea].
Adirato per questo fatto, il rsi, col calore del suo corpo, fece diventare le acque dell’Oceano di sapore salato quanto il sudore umano. Disse inoltre il rsi: “Le tue acque d’ora in avanti non saranno più potabili; solo quando le berrà la testa equina che vaga dentro di te le tue acque saranno dolci come miele”.
È a causa di questa maledizione che le acque dell’Oceano sono ancor oggi di sapore salato, e nessuno le beve all’infuori della testa equina» (Mahâbhârata, XII: 343).

Oceano-Samudramanthana

In una nota, il traduttore, Pratap Chandra Roy, senza far riferimento al primo libro del poema, osserva: «Le Sacre Scritture indù parlano dell’esistenza di una testa equina di vaste proporzioni che vaga per i mari. Dalla sua bocca escono di continuo fuochi ardenti che bevono l’acqua marina. Emette sempre un rumore fragoroso. Si chiama Vadavâmukha, e il fuoco che da essa esce ha nome Vadavânala. Le acque dell’Oceano sono come burro chiarificato, e la testa equina le beve come il fuoco sacrificale beve le libagioni di burro chiarificato che vi vengono versate. L’origine del fuoco Vadabâ viene talvolta attribuita alla collera di Urva, un rsi della stirpe di Jamadagni: pertanto esso viene a volte chiamato “fuoco Aurvya”».

Nessuna delle fonti succitate ha ritenuto valesse la pena accennare alla sede presunta di questo Vadavâmukha, e fu soltanto nel controllare la parola sul Practical Sanskrit Dictionary di Macdonell (p. 267) che apprendemmo – proprio come prevedevamo (benché Macdonell si riferisca presumibilmente a un Polo Sud terrestre) – che «vadabâ, f., cavalla; moglie di Vivasvat che sotto forma di cavalla divenne la madre degli Asvin […]; vadabâ-agni, m., fuoco sottomarino (che si ritiene situato al polo sud) […]; vadabâ-mukha, n., bocca di cavalla = l’entrata degli inferi al polo sud».

Non riusciremo certo a trasformare queste oscure trame in una storia limpida e coerente se ci occuperemo a questo punto più da vicino di Dadhyac, il cui nome pare significhi assetato-paint«che caglia il latte» e che è un «produttore di Agni», né se confronteremo tra loro i diversi personaggi accusati di aver inghiottito l’Oceano; speriamo soltanto di guidare l’attenzione verso uno dei molti problemi concreti di cui nessuno si è accorto.

Potremmo venir sospettati di voler proporre, per semplificare la cosa, l’identificazione della testa di cavallo che inghiottisce il mare con l’altrettanto assetato Agastya-Canopo, ed esistono elementi che invitano a una simile «soluzione». Ma il cavallo è l’animale di Marte, ed è lo «xšaθrya Apam Napât dai veloci cavalli» che «s’impadronisce dello xvarnah» nascondendolo «nel fondo del mare profondo, nel fondo del lago profondo» (Yašt, XIX: 51): è il «nipote» (napât) delle acque (apam), non l’originario (e sommo) sovrano della «bocca dell’Oceano» ossia pî nârâti, la «confluenza dei fiumi», cioè Canopo, chiamato dagli antichi abitanti di Tahiti «Festa donde proviene il flusso del mare».

Inoltre, come si è visto, il figlio spaventoso di Aurva è un «fuoco novello» [fuoco di nuova produzione], e Apam Napât non è affatto l’unico «Agni» [cfr. latino ignis] di cui si abbia notizia: il Rig Veda conosce quattro «fuochi», Agni, consumati l’uno dopo l’altro, a quanto si dice, dal servizio sacrificale.
Ma sarà ben difficile arrivare a una vera comprensione, se si continuerà a trascurare l’unica dimensione mitica che conta: il tempo.
E poiché il nesso tra le teste di cavallo e le acque profonde è tutt’altro che «naturale», potremmo concludere con alcune storie raccontate da Jakob Grimm (Teutonic Mythology, pp. 597 ss.) ove si dimostra quanto segue:

«I laghi non tollerano che si misuri la loro profondità. Sul Mummelsee, allorché gli scandagliatori ebbero calato con una zavorra tutta la corda di nove reti senza riuscire a toccar fondo, ecco che la zattera incominciò ad affondare ed essi dovettero trarsi in salvo fuggendo rapidamente a terra […]. Un uomo si recò in barca nel mezzo del Titisee e fece scorrere dietro al peso un tratto lunghissimo di cima, quando dalle onde si levò un grido terribile: “Misurami, e io ti divorerò!”. Spaventatissimo, l’uomo desistette, e da allora nessuno ha mai osato sondare la profondità del lago […]. Vi è una storia simile […] sullo Huntsöe, concernente alcune persone che cercarono di scandagliarne la profondità con un vomere legato alla cima: da sotto venne il suono di una voce spiritica: “I maale vore vägge, vi skal maale jeres lägge!”. Atterriti, essi ritirarono la cima, ma invece del vomere vi trovarono attaccato un vecchio cranio di cavallo».

(Santillana-von Dechend, Il mulino di Amleto)