Isole Figi – La tartaruga del Re del Cielo

Samoa

Lebakai era uscito a pescare con la sua piccola canoa, e non s’era ancora allontanato dal suo villaggio nelle Samoa, quando all’improvviso si levò una bufera che lo spinse al largo. La canoa fu dapprima sommersa d’acqua e poi addirittura si sfasciò, andando a sbattere contro uno scoglio, proprio lì: in mezzo al mare.
Lebakai, allo stremo ormai delle forze, riuscì a stento ad aggrapparsi alla roccia. E solo quando si fu ripreso, cominciò ad arrampicarsi: la roccia si levava alta perdendosi tra le nuvole.
Non trovò niente con cui sfamarsi, ma almeno spense la sete bevendo l’acqua piovana raccolta nelle piccole pozze.

Continuò così a salire per giorni e giorni, finché non raggiunse le nuvole e andò oltre. E di lassù, levando lo sguardo al cielo senza nubi, s’accorse che non c’era fine alla montagna.
Lebakai era già debole e a quella vista, sentendosi ancora più sconfortato, si lasciò andare e svenne.

Quando si svegliò, si trovò disteso in un prato. Il sole splendeva, gli uccelli cantavano sugli alberi e una piacevole brezza spirava tra i rami. Era uno spettacolo che avrebbe rallegrato il cuore di chiunque, ma non quello di Lebakai che ormai disperava di ritrovare la via di casa.
Aveva tanta nostalgia, gli mancavano le onde che si frangevano sulla spiaggia del suo villaggio, e gli alberi di cocco, e le voci degli amici.
La bella Terra celeste non era adatta al naufrago samoano.

Il suo pianto giunse però all’orecchio del Re del Cielo che, facendo uno strappo alla tartaruga-Lebakairegola, si recò da lui e gli chiese: «Perché piangi?».
Lebakai lo guardò tra le lacrime e riconobbe che chi gli aveva rivolto la parola era un dio. Perciò gli rispose sinceramente: «Piango perché questa è una Terra strana per me, e mi manca molto la mia terra delle Samoa».
«Presto, asciugati le lacrime! – gli disse il Re del Cielo. – Ti presterò la mia tartaruga: ti riporterà essa nella tua isola. Devi soltanto salirle sul dorso e ricordarti di queste due cose: di tenere sempre gli occhi chiusi finché la tartaruga non approderà alla tua isola; li potrai aprire solo nel momento in cui potrai levare lo sguardo su tua moglie e i tuoi amici. Se non lo farai, la tua vita sarà in pericolo».

«E qual è la seconda cosa?», domandò Lebakai con l’ansia di chi, ritrovata una speranza, ha fretta di assecondarla.
Il Re del Cielo gli sorrise. Poi aggiunse: «Avrai notato che in questa Terra non ci sono alberi di cocco. Quando la tartaruga inizierà il suo viaggio di ritorno, ricordati di darle una noce di cocco e una stuoia intrecciata con foglie di cocco. Pianteremo il cocco e impareremo a tessere le stuoie imitando quella che ci avrai mandato».

Lebakai salì in groppa alla tartaruga e si nascose il volto tra le mani come gli aveva ordinato il Re del Cielo. Per un momento ebbe paura di morire, ma poi sentì sotto di sé il guscio dell’animale e si rassicurò.
Scesero insieme a volo dalla Terra celeste e sprofondarono lontano, sotto le onde. I pescecani, passandogli accanto, li sfioravano, ma Lebakai continuava a tenere gli occhi chiusi, per evitare i pericoli delle profondità marine.

La tartaruga risalì poi in superficie, dove i delfini si tuffavano tra le onde dicendo: «Lebakai, guarda! Ecco la tua isola di Samoa! Apri gli occhi: i tuoi amici ti stanno aspettando!».
Ma Lebakai non guardava.
Allora il vento cominciò a ululare: «Sta’ attento, Lebakai! Ti butterò in mare se non apri gli occhi!».
Ma lui seguitava a non aprirli.

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Giunse la notte, e la mattina successiva gli uccelli gli volarono intorno gridandogli: «È forse questa la terra che cerchi? Ci sono palme e spiagge sabbiose. Lebakai, guarda! Ci sono anche le montagne. Apri gli occhi! è questa la tua terra».
Lebakai, memore delle parole del Re del Cielo, premeva le mani sugli occhi e non prestava ascolto agli uccelli, al vento e ai delfini, finché non sentì le onde frangersi sulla spiaggia e la sabbia della sua spiaggia sotto i piedi.

Lebakai riconobbe quella sabbia e, mentre la tartaruga usciva dall’acqua, spalancò gli occhi e vide gli alberi e le canoe della sua gente tirate a riva. Balzò a terra e raggiunse in fretta il villaggio, dove lo accolsero come fosse tornato dalla Terra degli Spiriti.
La moglie e i figli lo attendevano. Trascorsero tutta la giornata fra lacrime e risate, mangiando e bevendo in onore di Lebakai.

Solo verso il tramonto Lebakai si ricordò della tartaruga, della noce di cocco e della stuoia che aveva promesso al Re del Cielo. Lasciò allora la festa e si precipitò alla spiaggia, ma la tartaruga non c’era più.
Si era stancata di aspettarlo ed era andata verso la scogliera in cerca di alghe da mangiare, ma qui alcuni pescatori l’avevano uccisa con le lance, e adesso stavano preparando un forno per cuocerla.

Di lontano Lebakai vide la tartaruga morta e corse verso i pescatori urlando: «Povero me! povero me! Fermatevi! Questa è la mia amica tartaruga che mi ha riportato qui dalla Terra del Cielo. Che cosa le avete fatto? Il Re del Cielo adesso s’infurierà con noi, e venendo a sapere che la tartaruga è stata uccisa, vorrà vendicarsi».
tartaruga-disegnoGli amici si unirono al suo pianto.
Poi Lebakai aggiunse: «Ormai abbiamo pianto abbastanza, e non serve più a nulla piangere. Spegnete il forno e seppelliamo la tartaruga. Il Re del Cielo non deve venire a sapere che è morta. Se la sotterriamo in una tomba profonda, non saprà mai quello che è successo».

Gli abitanti del villaggio, terrorizzati, scavarono per ben cinque giorni. Mentre la buca diventava sempre più profonda, vi calarono una palma di cocco, per poi poter risalire con la terra scavata.
Al sesto giorno deposero la tartaruga sul fondo e poi riempirono la buca di terra. Per essere sicuri che il Re del Cielo avrebbe mitigato la sua collera se fosse venuto a saperlo, misero anche una noce di cocco e una stuoia accanto al corpo della tartaruga.

Ma il Re del Cielo era già a conoscenza di ogni cosa. Inviò dal cielo un piro-piro, che arrivò proprio quando la tomba era stata ricoperta; l’uccello toccò un bambino, che si chiamava Lavai-pani, e poi fece ritorno dal suo maestro.
Forse il Re del Cielo restò soddisfatto dei doni sepolti accanto alla tartaruga, perché non punì Lebakai. Ma Lavai-pani, il ragazzo toccato dal piro-piro, non diventò mai un uomo, restò sempre un bambino. Mentre gli amici crescevano, lui restava sempre piccolo.

Anche Lebakai morì. Spesso si sentivano gli uomini raccontare la sua avventura nella Terra Celeste, e il suo ritorno a casa in groppa alla tartaruga, che poi era stata uccisa e sepolta. Ma tutti, col tempo, avevano dimenticato il posto in cui la tartaruga era stata sepolta – tutti, tranne il piccolo Lavai-pani, che non l’aveva rivelato a nessuno.

La storia della tartaruga del Re del Cielo un giorno giunse all’orecchio del Re delle isole di Tonga. Gli brillarono gli occhi, sentendo narrare della tartaruga. Chiamò a sé la sua gente e disse: «Dovete attraversare il mare e andare sino a Samoa, e trovarmi una tartaruga sotterrata tempo fa. Scavate e portatemi il suo guscio, che dovrebbe essersi ben conservato: ne voglio fare uncini da pesca grandi come quelli dei nostri antenati».

Lavai-paniUna grande canoa partì immediatamente per Samoa, e quando gli uomini di Tonga sbarcarono, dissero agli abitanti la ragione del loro viaggio. Ma quelli scoppiarono a ridere: «Ma quale tartaruga cercate? Sono chiacchiere senza fondamento – dissero i figli dei figli dei figli di Lebakai. – Può anche darsi che un nostro antenato sia andato, come voi dite, nella Terra Celeste e sia poi tornato in groppa a una tartaruga gigantesca, ma oggi nessuno saprebbe dirvi dov’è stata sepolta».

Gli abitanti di Tonga tornarono dal Re e gli riferirono che non avevano trovato la tomba della tartaruga.
Il Re si arrabbiò molto con loro: «Ritornate subito a Samoa! – disse con voce imperiosa. – E se questa volta non mi portate il guscio della tartaruga, vi farò uccidere!».

Ritornarono a Samoa, ma anche questa seconda ricerca non diede alcun frutto. Andarono dai vecchi del villaggio e li supplicarono di cercare se fra i loro ricordi c’era qualche indicazione sul posto dove la tartaruga era stata sepolta.
Ma anche gli uomini più vecchi scoppiarono a ridere: «Noi – dissero – della vostra tartaruga non sappiamo niente».
Allora Lavai-pani, il ragazzo che viveva con loro da quando avevano memoria, disse: «Non vi avvilite, uomini di Tonga! Io ero qui prima che questi uomini nascessero, e posso dirvi dove si trova la tartaruga».

Li condusse in un posto accanto alla spiaggia e disse: «Si trova qui, potete scavare».
Scavarono per tutto il giorno, mentre la gente di Samoa li prendeva in giro: «Dov’è la vostra tartaruga? – chiedevano facendosi beffe di loro. – Il lavoro vi fa bene, ma siete dei sempliciotti a credere a questo ragazzo».
A quelle parole gli uomini di Tonga si girarono verso il ragazzo e lo rimproverarono: «Ci hai ingannati. Dicci dov’è sepolta. Se non la troviamo, siamo degli uomini morti e ti porteremo con noi nella Terra degli Spiriti».

Fu in quel momento che Lavai-pani, che nessuno aveva mai visto sorridere, rise per la prima volta. Poi, indicando quelli di Tonga alla sua gente, disse: «Vedete come sono sciocchi questi uomini di Tonga. Hanno attraversato il mare per ben due volte e ora, dopo aver scavato così poco, sono già pronti a rinunciare alla loro ricerca».
Si girò poi ai Tongani e disse: «Tornate pure dal vostro Re e ditegli che la vostra impresa è fallita. Ma io vi dico che, se continuate a scavare ancora per quattro giorni, troverete il guscio».

Ricordandosi che il Re avrebbe mantenuto la parola se fossero tornati a mani vuote, ripresero a scavare tra lo scherno dei Samoani.
Finalmente, alla sera del quinto giorno, trovarono il guscio e le ossa di una tartaruga gigantesca. Non c’era invece traccia né della stuoia né della noce di cocco.
mappa-Figi-Tonga-SamoaSulla via del ritorno, discussero a lungo tra loro e decisero di tenersi un pezzo del guscio, perché tanto il Re non se ne sarebbe accorto.

Invece il Re se ne accorse e non si lasciò imbrogliare: «Qui ci sono soltanto dodici pezzi – disse. – Via, tirate fuori il tredicesimo!».
Gli uomini si scambiarono uno sguardo, senza però parlare. Poi uno, più coraggioso degli altri, rispose al Re: «È colpa della gente di Samoa, che ci ha detto: “A voi bastano dodici pezzi: uno ce lo teniamo noi per farci degli uncini da pesca”».
Il Re allora: «Se le cose stanno così – disse – tornate a Samoa e portatemi anche il tredicesimo pezzo».

Gli uomini dovettero rimettersi in mare, ma non sapevano da che parte andare, perché non osavano più farsi vedere a Samoa e nello stesso tempo non volevano tornare a Tonga.
Così navigarono per diversi giorni, finché scorsero della terra. Erano stanchi di essere sballottati dalle onde e sbarcarono volentieri.
Il posto in cui erano giunti era Kadavu, sotto il dominio del Re di Rewa, che accolse nel suo paese gli esuli di Tonga e assegnò loro della terra da coltivare. In seguito essi si sposarono, costruirono le loro abitazioni e vissero in pace con la gente di Rewa.
In questo modo arrivarono alle Figi i primi abitanti di Tonga.