Platone – Memoria e mania

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Vladimir Kush – Le farfalle

L’anima a cui non è mai avvenuto di «vedere» il ritorno del Rimosso (ἰδοῦσα τήν ἀλήθειαν), non può giungere a [prendere] questa nostra Forma umana.
Bisogna, infatti, che l’uomo comprenda sulla base di detta Forma (εἶδος), grazie a essa procedendo dalla molteplicità delle sensazioni alla loro unità logica.
Questa Forma è un «ricordo» (ἀνάμνησις) di quelle cose che un tempo la nostra anima ha «visto» (εἶδεν) allorché andava appresso a un dio, e le cose a cui noi ora parlando attribuiamo l’«essere», le guardava dall’alto (ὑπεριδοῦσα) con la testa rivolta a quello che è realmente «essere».

Perciò, giustamente, solo l’anima del filosofo mette le ali: grazie al «ricordo» infatti, nella misura in cui gli è possibile, egli è sempre in relazione con quelle «realtà», in relazione a cui anche un dio è divino.
Un uomo che si serva correttamente di tali memorie, in quanto finalizzato a fini che sono già finite [in quanto orientato a terminare ciò che ha già avuto termine, orientato a chiudere un Passato già concluso, orientato a dare un avvenire a ciò che non sarà mai più presente], solo lui che è realmente finito (τέλεος ὄντως) diviene uomo.
forma-uomoE tuttavia, proprio perché si tiene a distanza dalle faccende umane e si volge al divino, è accusato dai più d’essere fuori di testa. Ma ai più sfugge che egli è preso da «entusiasmo» (ἐνθουσιάζων).

È questa la conclusione a cui perviene tutto il discorso sulla quarta Forma di mania, ossia quella mania per la quale, quando uno vede una bellezza di quaggiù, ritornandogli a mente il Rimosso, mette le ali, e desideroso di spiccare il volo, ma al tempo stesso essendone incapace, guardando verso l’alto alla maniera degli uccelli, e non prendendosi cura delle cose di quaggiù, è accusato d’essere in stato di «mania».

E il discorso giunge a dire che, di tutti i tipi di entusiasmo, questo è il migliore e deriva dalle cose migliori, tanto per chi ne è affetto, quanto per chi ne è solidale.
Ed è per questo che, partecipando di tale mania, chi ama le cose belle è detto innamorato. Ed è quanto s’è detto dianzi, quando si diceva che ciascun’anima d’uomo, per sua natura, ha visto (τεθέαται) le cose che «sono» [le ha viste così come sono, non nell’opacità delle loro «apparenze»], altrimenti non sarebbe venuto a far parte di questa [Specie] vivente (ζῷον).

Ricordarsi però di quelle «cose», a partire dalle «cose» di quaggiù non è facile per tutte le anime: non per quelle che allora sbirciarono frettolosamente (βραχέως εἶδον) le «cose» di lassù, né per quelle che, cadute quaggiù, furono sfortunate e, trascinate da cattive compagnie a sbagliare, caddero nell’oblio di quelle sacre [Forme] che videro allora.
Restano poche anime a cui rimane abbastanza memoria. E queste, quando vedono qualcosa che sia un’immagine delle realtà di lassù, ne restano perplesse e non rimangono più in sé. E tuttavia non sanno che cosa sia quello che provano, perché questa loro passione (πάθος) non la percepiscono a sufficienza [per comprenderla tutta].

(Platone, Fedro, 249b-250a)