Pavel Kutzko – Fuori strada

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… sto uscendo fuori strada.
La vera via passa su una corda, che non è tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta più per far inciampare che per essere percorsa.
(Kafka)

Ci sono vie, e di queste – si dice – una sola è la Retta: la Rettitudine è dunque una diceria, una di quelle favole che si raccontano «rasoterra». L’«angolo piatto», non lo scopro io, è la negazione di ogni possibile geometria. Ben lo sapeva Euclide che, per far sorgere le montagne e increspare la Pianura Totale, dio dovette rubare un certo «segreto» al diavolo. E, se pure indirettamente, dovette scendere a patti con lui. Dio stesso si rassegnò alla mediazione. Dovette lui per primo inciampare. Se tutto il suo creato fosse stato divino, retto, chiaro e luminoso, se tutte le tenebre «piattamente» l’avessero accolto … non si sarebbe potuta tracciare nessuna via a lui. La Rettitudine l’avrebbe impedito. Il retto che non cessa mai di essere retto, nulla può sapere di chi lo regge. Deve piegarsi, uscire di strada, deviare, per saperne qualcosa.

Ecco perché Dio mandò l’ape dal riccio. Perché la sua Pianura ideale si arricciasse, dio inviò la Signora del Miele a Casa del diavolo.
mani-volto-trasparenteLo so, è un modo, questo, un po’ «diabolico» di raccontare come andarono le cose. E so pure che, se ora qui io fossi un sumero, dovrei dire che inviò Inanna a far visita a Enki/Ea.
Dovrei dire che dio mandò la Stella giù in fondo al mare, che dio la precipitò nell’oceano d’acqua salata, perché andasse a carpire al Grande Vecchio i segreti della sua sapienza «subacquea».
Poiché non c’è sapienza senza sale, neanche dio dunque sapeva come poteva egli essere saputo senza bagnarsi in mare. Doveva disgiungersi dalla sua pura divinità, disgiungersi dalla sua immacolata dolcezza: senza però celarsi nelle pieghe salmastre e nelle opacità del mondo, ma occultandosi nella trasparenza delle sue onde.

Ma cosa vi è di più trasparente della luce?
Se ora qui io non fossi un semplice mago della pioggia, dovrei rispondere: le Acque della luce. Dovrei ammettere che di più trasparente della Luce v’è solo l’«acqua dolce» che sorge da un pozzo miracoloso scavato in mezzo al mare. Che tra le mille diavolerie e tentazioni, una goccia di miele discesa in fondo al mare, la bella Inanna, la Seducente Donna-Angelo della nostra Specie, ha trovato un’altra acqua, un’acqua che non cade, un’acqua che non scade, un’acqua che all’incontrario viene su, prodigiosamente, dal fuoco dell’inferno.

In un recinto di scongiuri e di anatemi, e di non so quante maledizioni, bisognerebbe fare breccia per giungere a capire un solo vocabolo dei nostri sogni o dei miti antichi.
I sacerdoti di mille fedi, e i poeti di mille incantesimi, hanno tracciato la via della pioggia, e i maghi come me, da allora, danzano perché dio piova e ci disseti. L’acqua che cade, l’acqua che scade, l’acqua che s’impantana e si fa melmosa, questa è l’acqua che noi maghi, uscendo fuori strada, sappiamo evocare. Sappiamo fare metafisica e immaginazione. Sappiamo idealizzare forme di miraggi ed illusioni, sappiamo mitizzare le Forme che ci piovono addosso.
Ma la Luce piovana che noi evochiamo, una volta caduta, ristagna. E in uno dei suoi Stagni, prima o poi, ci specchiamo. E nell’opacità dei suoi riflessi speculari ci astraiamo, ci tiriamo fuori e ci accechiamo alla Trasparenza. Sì, ci assentiamo all’Evidenza.

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Ma cosa vi è di più evidente della Luce?
La trasparenza delle Acque che la generano, istante per istante. Ecco cosa c’è.
Nulla c’è di più trasparente della bolla di silenzio che è la Casa di Vetro del più vecchio di tutti i Desideri.
Solo la Fanciulla, si dice, dà senso alle vie del mondo. Un nuovo senso alla sapienza del vecchio mondo. Perciò, qui, rasoterra, non v’è dignità che non sia acqua di fonte, acqua sorgente dal profondo, acqua chiara, fresca e dolce lingua nuova in cui ringiovanire ogni vecchia canzone. Non una cosa degna d’essere vissuta, che non sia una goccia del Mondo di Cristallo dove, addormentati, Inanna e il vecchio Enki/Ea, Viviana e il vecchio mago Merlino, da sempre «fanno all’amore», da che mondo è mondo senza mai sfiorarsi.

Chi ha detto che gli Angeli non fanno sesso?
Gli Angeli fanno sesso senza però mai toccarsi che al modo in cui la loro goccia di desiderio, illuminata da se stessa, rimane miele che non si scioglie nell’acqua salata dei loro genitali.
Fanno sesso e producono seme che non cade, acqua che non scende, gioia che risale al suo donde.

Risalendo da Apsû, dal fondo di quegli oscuri abissi profondi, la bella Inanna zampilla sulla sua via di ritorno alla Fonte delle fonti.
Inanna non si ferma qui, rasoterra.
Dal fondo risale, e solo in un punto tocca terra. Poi, è subito, di nuovo cielo.
Oszvald-donna-angeloNon ci sono terre per Lei. Non ci sono che cieli e desideri in Lei. Lei è la sola Forma in cui il «segreto diabolico» che si annida in tutte le Forme della nostra immaginazione, può divenirci trasparente.
Se usciamo dalla sua traccia, siamo perciò per forza fuori strada.

Perché, al di là delle favole, c’è la Matrice fiabesca. E al di là dei cieli stellati, c’è un altro cielo ancora: il Cielo cristallino, il Cielo senza stelle.
Al di là dei cieli della pioggia, al di là del Paese delle Stelle, al di là delle luci, c’è il Cielo delle Acque trasparenti.
Al di là di tutte le montagne, più su della Montagna più alta del Mondo, c’è una Montagna Verde, di cui si dice che «secerne luce e s’illumina da sé».
Le stelle che vediamo sono le luci di frontiera – le epifanie, le apparenti che nuotano nell’Oceano d’acqua salata: nel Racconto Umano, nel sale della sapienza umana.

Ce n’è una, però, almeno così dice il Racconto, una sola che è detta Stella maris. È la Stella che misura le «profondità inconsce» dell’Oceano delle lingue di Babele. È la Fanciulla, è Venere – è Lei, la Trasparente. Lei, la Traccia. Lei, il Solco (Sîtâ, la chiamano in India, e di lei raccontano che divenne Sposa di Râma).
Non vedi mai Venere, vedi solo e sempre la sua Stella. Perché Venere non è Sirio, non è Canopo, e non è neanche il suo pianeta omonimo.
Di Venere non si vedono che le Forme in cui la sua trasparenza si opacizza – e queste Forme, in cielo, prima di piovere o di far piovere in terra i loro raggi illuminanti, sono le Figlie della Luce, sono le Stelle. Le visibili che «traducono» ai nostri occhi l’invisibile Venere.
Sirio, Canopo e Venere stanno a Venere l’invisibile – come l’opaco al trasparente. Le Stelle sono le «evidenze» di Venere, le sue «discendenti» più vicine, e se, come si racconta, di lassù la notte, ogni notte, commiserano l’infelice sorte della loro Matrice, è perché Venere è sprofondata negli strati più profondi dei nostri racconti. Insudiciata, infangata e sfigurata è, a ogni parola del Racconto, la sua indicibile trasparenza.

Le Stelle sono Angeli che tracciano le vie del mondo. Solo una stella però è la Stella che «esce fuori strada». Niente paura! è dio che l’ha inviata a Casa del diavolo. L’ha mandata sotto terra, addirittura. Dal riccio in persona, per rubargli il segreto dell’increspatura delle onde dell’Oceano.
Dio è la Pianura totale. Per farsi vedere, ha dovuto «angolare» il mondo. L’ha dovuto, in certi casi, «angosciare» perché qualcuno lo vedesse trasparire al di là delle evidenze. Perché uno sguardo lo raggiungesse fino o quasi al Loto del Termine.

(Pavel Kutzko, Linee di fuga da al-Manalkan)