Laing – La paura di non essere visti

In nota al caso del bambino che gioca col rocchetto, Freud aggiunge una cosa importante: che durante il lungo periodo di solitudine il bambino aveva trovato il modo di far sparire se stesso; aveva infatti scoperto il suo riflesso in un grande specchio, che però non immagine-riflessaarrivava fino al pavimento, così che, accucciandosi per terra, poteva far «sparire» la sua immagine.
Così questo bambino gioca a far sparire non solo la mamma ma anche se stesso. L’ipotesi di Freud è che entrambi i giochi debbano essere interpretati come tentativi di dominare l’ansia per una situazione pericolosa, ripetendola molte volte per gioco.

Se è così, la paura di essere invisibile e di sparire è strettamente associata alla paura della sparizione della madre. Sembra che, in una certa fase dello sviluppo, la perdita della madre equivalga per l’individuo a una minaccia di perdita del suo io.
Ma la madre non è semplicemente una cosa, che il bambino può vedere, bensì una persona, che a sua volta può vedere il bambino: suggeriamo perciò, come necessaria componente dello sviluppo dell’io, l’esperienza di se stesso come persona sotto l’occhio amoroso della madre.

Il bambino vive quasi continuamente sotto gli occhi degli adulti. Ma l’essere visto è soltanto uno fra innumerevoli modi di ricevere la loro attenzione: ci sono le cure personali, le attenzioni particolari, il bagno, le carezze; viene cullato e tenuto in braccio; il suo corpo è manipolato come non accadrà mai più in seguito.
Alcune mamme sanno i riconoscere i processi «mentali» del bambino, e rispondere ad essi adeguatamente, ma non fanno altrettanto per la sua realtà corporea concreta, oppure viceversa. Forse è un difetto di risposta di questo genere da parte della madre nei confronti dell’uno o dell’altro aspetto dell’essere infantile, che può avere più tardi conseguenze importanti.

Continuando l’analisi del gioco del rocchetto e del suo significato, si può, con Freud, presumere che il bambino riuscisse a far sparire se stesso non vedendo più il suo riflesso nello specchio.
Se non poteva vedersi, voleva dire che era «andato»: il bambino assumeva cioè, con l’aiuto dello specchio, un presupposto schizoide, in virtù del quale esistevano due «lui», uno e l’altro qui.
Insomma, superando o tentando di superare la perdita (o assenza) dell’altra persona reale, ai cui occhi egli vive, si muove ed ha il suo essere, il bambino diviene un’altra persona ai suoi stessi occhi, e può osservarsi dallo specchio.

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Tuttavia, sebbene la «persona» che egli può vedere nello specchio non sia né il suo io, né un’altra persona, ma solo un riflesso di se stesso, quando non può più vedere riflessa nello specchio quest’altra immagine di sé egli stesso sparisce, forse allo stesso modo con cui sparisce quando sente di non essere più sotto la sguardo attento della madre, o semplicemente in sua presenza.
Ora non importa che il pericolo rappresentato dall’altra persona provenga dal fatto particolare che questa possa andarsene, o morire, o non restituire l’affetto che si prova per lei, oppure dal fatto che essa rappresenti un pericolo diretto di implosione o di penetrazione: in ogni caso, analogamente al nostro bambino, anche lo schizoide usa una specie di specchio: facendo uno specchio di se stesso trasforma il suo io, che è già quasi una dualità vera.

Dei due «io» del bambino, quello vero, quello esterno allo specchio, è anche quello, come si può immaginare, che più facilmente si identifica con la madre, e l’identificazione dell’io con l’immagine fantastica della persona dalla quale egli è visto può contribuire in maniera decisiva alle caratteristiche che verranno assunte dall’io osservatore.
Come si è già detto, accade spesso che l’io osservatore inaridisca e uccida tutto ciò che entra nel suo campo di osservazione; in tal caso l’individuo possiede dentro di sé un’arma di sterminio.

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Picasso – Donna con cappello giallo

Forse il bambino è caduto in potere di questa presenza estranea e distruttiva, di questo osservatore maligno che ha preso il posto dell’io osservatore: il bambino fuori dallo specchio.
In questo caso il bambino conserva la consapevolezza di sé, come oggetto agli occhi di un’altra persona, osservandosi come questa lo osserva: le presta i suoi occhi per poter continuare ad essere visto, e così diviene un oggetto ai suoi stessi occhi.
Ma quella parte di sé che lo guarda ha assunto le stesse caratteristiche persecutorie che egli ormai attribuisce alla persona reale esterna a lui.

Il gioco dello specchio può avere strane varianti.
La malattia di un paziente si manifestò per la prima volta un giorno che, guardandosi allo specchio, vide nel suo riflesso un altro «lui».
Questo «lui» doveva diventare, quando la psicosi paranoide si fu stabilizzata, il suo persecutore: era l’istigatore di un complotto che aveva lo scopo di uccidere il paziente, e questi aveva deciso di «farlo fuori con una pallottola» (di far fuori «lui», cioè il suo io alienato).

Ma anche il bambino del gioco, ponendosi nella posizione della persona che lo vedeva (cioè sua madre), in un certo senso, e magicamente, uccideva se stesso, o l’immagine di se stesso nello specchio.
La scomparsa e la riapparizione di se stesso doveva avere un significato analogo a quello dell’altro gioco, che consisteva nel far sparire e poi riapparire, simbolicamente, la mamma.
Comunque il gioco prende questo significato soltanto assumendo che la situazione sia pericolosa per il bambino, non solo perché non può vedere la mamma ma anche perché non si sente visto da lei.

Una delle mie figlie faceva un gioco simile a due anni e mezzo.
Al suo comando «non vedermi!» dovevo coprirmi gli occhi con le mani; poi, al comando «vedimi!» dovevo togliere di colpo le mani dal viso ed esprimere sorpresa e piacere nel vederla. Dovevo anche guardarla e far finta di non vederla.
Anche altri bambini mi hanno fatto fare giochi di questo genere. Non si tratta di non farsi vedere mentre fanno qualcosa che non va bene: il punto della questione sembra consistere interamente nell’esperienza temporanea di non essere visto. Non si tratta nemmeno del fatto che il bambino non vede me.
Si può inoltre notare come il gioco non comporti nessuna separazione fisica di fatto: né l’adulto né il bambino devono nascondersi o sparire veramente.
Si tratta di una versione magica del giocare a nascondersi.

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Picasso – Busto di donna

Il bambino che piange quando la mamma scompare dalla stanza, si sente minacciato dalla scomparsa del suo essere, perché per lui esse = percipi.
Solo in presenza della madre può pienamente vivere, muoversi ed avere il suo essere.
Perché i bambini vogliono la luce accesa di notte, o vogliono che i genitori stiano accanto a loro finché non si sono addormentati?
Forse una ragione di questi desideri è che il bambino ha paura se non può più vedersi, oppure se non si sente più visto da qualcuno; se non può più udire gli altri, o essere udito da essi.

Da un punto di vista fenomenologico, il sonno consiste nella perdita della coscienza del proprio essere e del mondo: in se stessa la perdita può spaventare, così il bambino ha bisogno di sentirsi visto o udito da un’altra persona mentre, nel processo di addormentarsi, sta perdendo la coscienza del suo essere.
Nel sonno si spegne quella luce interiore che illumina il proprio essere: lasciando la luce accesa non si ottiene solo la certezza che, se ci si sveglia, non si proveranno i terrori del buio, ma anche la sicurezza magica di essere guardati e custoditi durante il sonno da presenze benigne (genitori, fate, angeli). Anche peggiore, forse, della presenza di cose maligne è il terrore che nel buio non vi sia niente e nessuno.
Non essere consci di sé può quindi equivalere a non essere. Lo schizoide, restando sempre consapevole di se stesso, vuole assicurarsi di esistere; ma è perseguitato dalla sua stessa autocoscienza e lucidità.

Il bisogno di essere percepito non è, naturalmente, solo una questione visiva, ma si estende a quello più generale di ricevere una conferma della propria presenza, un riconoscimento della propria esistenza totale e, insomma, al bisogno di essere amati.
Così le persone che non sanno mantenere dall’interno il senso della propria identità, o che, come il devoto di Kafka, non hanno l’intima convinzione di essere vive, possono sentirsi vive e reali soltanto se sono sentite tali da un altro: come la signora R. che si sentiva minacciata di spersonalizzazione se non poteva essere, o immaginarsi, riconosciuta da qualcuno che la conoscesse abbastanza perché il riconoscimento fosse significativo.
Il suo bisogno di essere vista si fondava su un’equazione: «Io sono la persona che gli altri conoscono e riconoscono». Aveva bisogno della rassicurazione tangibile costituita dalla presenza di un’altra persona che la conoscesse: in tale presenza le sue incertezze trovavano provvisoriamente sollievo.

(Laing, L’io diviso)