Calvino – I destini incrociati di Faust e Parsifal

Il mosaico di carte che stiamo qui inchiodati a guardare [quest’Arte dei pazzi], è dunque l’Opera o Ricerca che si vorrebbe portare a termine senza operare né cercare.
Il dottor Faust s’è stancato di far dipendere dalle lente trasformazioni che avvengono dentro di sé le metamorfosi istantanee dei metalli, dubita della sapienza che s’accumula in una solitaria vita d’Eremita, è deluso dei poteri della sua Arte come del cincischiare tra le combinazioni dei tarocchi.

tarocco-torreIn quel momento un lampo illumina la sua celletta in cima alla Torre. Gli compare di fronte un personaggio con un cappello a larghe tese, come quello che portano gli studenti a Wittemberga: forse è un chierico vagante, o un Bagatto ciarlatano, un mago da fiera che ha allestito su di un panchetto un laboratorio di barattoli scompagnati.
«Tu credi di contraffare la mia Arte? – così il vero alchimista avrà apostrofato l’impostore. – Che brodaglia rimesti nelle tue pignatte?».
«Il brodo che era alle origini del Mondo – così può aver risposto lo sconosciuto – da dove hanno preso forma i cristalli e le piante e le specie degli animali e la schiatta dell’uomo sapiente! – e quanto lui dice appare in trasparenza nella materia che bolle in un crogiolo incandescente, così come ora lo contempliamo nell’Arcano XXI.

In questa carta, che porta il numero più alto di tutti i tarocchi ed è quella che più vale nel punteggio dei giocatori, vola nuda una dea incorniciata di mirto, forse Venere; le quattro figure che stanno intorno sono riconoscibili come emblemi devoti più recenti, ma questo non è forse altro che un prudente travestimento d’altre apparizioni meno incompatibili col trionfo della dea là in mezzo, forse centauri sirene arpie gorgoni, che reggevano il mondo prima che l’autorità dell’Olimpo l’avesse sottomesso, oppure forse dinosauri mastodonti pterodattili mammut, le prove che la natura ha fatto prima di rassegnarsi – non si sa per quanto ancora – al predominio umano.

E c’è pure chi vede nella figura centrale non una Venere, ma l’Ermafrodito, simbolo delle anime che raggiungono il centro del mondo, punto culminante dell’itinerario che deve percorrere l’alchimista.
«E puoi fare anche l’oro, dunque?», questo avrà domandato il dottore, a cui l’altro: «Guarda!», deve aver risposto, facendogli balenare la vista di casseforti traboccanti di lingotti fatti in casa.
«E puoi ridarmi la giovinezza?».

Ecco che il tentatore gli mostra l’Arcano dell’Amore, in cui la storia di Faust si confonde con quella di don Giovanni Tenorio, certo anch’essa nascosta nel reticolo dei tarocchi.
«Cosa vuoi per cedermi il segreto?».
La carta del Due di Coppe è un promemoria del segreto per fare l’oro: e la si può intendere come gli spiriti dello Zolfo e del Mercurio che si separano, o come l’unione del tarocco-art-mondoSole e della Luna, o la lotta del Fisso e del Volatile, ricette che si leggono in tutti i trattati ma che per riuscirci puoi passare tutta una vita a soffiare sui fornelli e non venirne a capo.

Pare che il nostro commensale stia decifrando lui stesso nei tarocchi una storia che sta ancora avvenendo all’interno di se stesso. Ma per il momento non pare proprio che ci si possano aspettare imprevisti: il Due di Denari con svelta efficacia grafica sta a indicare uno scambio, un baratto, un do-ut-des; e siccome la contropartita di questo scambio non può essere che l’anima del nostro commensale, ci è agevole riconoscerne un’ingenua allegoria nella fluida apparizione alata dell’arcano La Temperanza; e se è il traffico d’anime che preme al losco fattucchiere, non restano dubbi sulla sua identità di Diavolo.

Con l’aiuto di Mefistofele, ogni desiderio di Faust è subito soddisfatto. O meglio, per dire le cose come stanno, Faust ottiene l’equivalente in oro di ciò che desidera.
«E non sei contento?».
«Credevo che la ricchezza fosse il diverso, il molteplice, il mutevole, e non vedo che pezzi di metallo uniforme che vanno e vengono e s’accumulano, e non servono ad altro che a moltiplicare se stessi, sempre uguali».

Tutto quello che le sue mani toccano si trasforma in oro. Dunque la storia del dottor Faust si confonde anche con quella del Re Mida, nella carta dell’Asso di Denari che rappresenta il globo terracqueo diventato una sfera d’oro massiccio, inaridita nella sua astrazione di moneta, incommestibile e invivibile.
«Già ti penti di aver firmato il patto col diavolo?».
«No, lo sbaglio è stato barattare una sola anima contro un solo metallo. Solo se Faust si compromette con molti diavoli alla volta salverà la sua anima plurale, troverà pagliuzze tarocco-VI-amored’oro in fondo alla materia plastica, vedrà Venere rinascere continuamente sulle rive di Cipro, dissipando le macchie di nafta, la schiuma di detersivo …

L’arcano numero XVII che può concludere la storia del dottore in alchimismo, può pure cominciare la storia dell’avventuroso campione, illustrandone la nascita alla bella stella.
Figlio di padre ignoto e di regina spodestata e raminga, Parsifal si porta dietro il mistero delle origini. Per impedirgli di saperne di più, la madre (che doveva avere i suoi buoni motivi) gli ha insegnato a non fare mai domande, e l’ha allevato in solitudine, esentandolo dal duro tirocinio della cavalleria.
Ma anche in quelle ispide brughiere errano i cavalieri erranti e il ragazzo senza nulla domandare s’intruppa con loro, impugna le armi, monta in sella e calpesta sotto gli zoccoli del cavallo la madre, troppo a lungo protettiva.

Figlio di connubio colpevole, matricida senza saperlo, presto coinvolto in un amore ugualmente proibito, Parsifal corre il mondo leggero, in perfetta innocenza. Ignorante di tutto ciò che si deve imparare per stare al mondo, si comporta secondo le regole cavalleresche perché così gli vien fatto. E splendente di chiara ignoranza attraversa contrade gravate da un’oscura consapevolezza.

Terre desolate s’estendono nel tarocco della Luna. In riva a un lago d’acque morte c’è un castello sulla cui Torre s’è abbattuta una maledizione.
Vi soggiorna Anfortas, il Re Pescatore, che qui vediamo, vecchio e magagnato, palparsi una piaga che non si rimargina.
tarocco-XVIII-lunaFinché quella piaga non guarirà, non tornerà a muoversi la ruota delle trasformazioni che passa dalla luce del sole al verde delle foglie e all’allegria delle feste d’equinozio in primavera.

Forse il peccato del Re Anfortas è un sapere ingorgato, una scienza intristita, conservata forse in fondo al recipiente che Parsifal vede portare in processione per le scale del castello, e vorrebbe sapere cos’è, eppure tace.
La forza di Parsifal è d’essere così nuovo al mondo e così occupato dal fatto d’essere al mondo che non gli viene mai in mente di far domande su ciò che vede. Eppure basterebbe una sua domanda, una prima domanda che scateni la domanda di tutto ciò che al mondo non ha mai domandato nulla, ed ecco il deposito dei secoli aggrumato in fondo ai vasi degli scavi si scioglie, le ere schiacciate tra gli strati tellurici riprendono a scorrere, il futuro recupera il passato, il polline delle stagioni d’abbondanza sepolto da millenni nelle torbiere riprende a volare, s’alza sulla polvere degli anni di siccità …

Non so da quanto tempo (ore o anni) Faust e Parsifal sono intenti a rintracciare i loro itinerari, tarocco dopo tarocco, sul tavolo della taverna.
Ma ogni volta che si chinano sulle carte la loro storia si legge in un altro modo, subisce correzioni, varianti, risente degli umori della giornata e del corso dei pensieri, oscilla tra due poli: il tutto e il niente.
«Il mondo non esiste – Faust conclude quando il pendolo ha raggiunto l’altro estremo – non c’è un tutto dato in una volta: c’è un numero finito di elementi le cui combinazioni si moltiplicano a miliardi di miliardi, e di queste solo poche trovano una forma e un senso e s’impongono in mezzo a un pulviscolo senza senso e senza forma; come le settantotto carte del mazzo di tarocchi nei cui accostamenti appaiono sequenze di storie che subito si disfano.

Mentre questa sarebbe la conclusione (sempre provvisoria) di Parsifal: «Il nocciolo del mondo è vuoto, il principio di ciò che si muove nell’universo è lo spazio del niente, attorno all’assenza si costruisce ciò che c’è, in fondo al Graal c’è il Tao», e indica il rettangolo vuoto circondato dai tarocchi.

(Italo Calvino, Il castello dei destini incrociati)