Snorri Sturluson – L’innamoramento di Freyr

«Un uomo si chiamava Gymir e sua moglie Aurboða; ella era della stirpe dei giganti delle montagne. La loro figlia era Gerðr, la più bella fra tutte le donne.
Un giorno Freyr si recò fino a Hliðskiálf e guardò su tutti i mondi. E quando egli si volse verso settentrione vide in un podere un edificio grande e bello e verso questa casa Freyrandava una donna e quando ella levò le mani e aprì la porta dinanzi a sé, dalle sue mani si diffuse luce nell’aria e sul mare e tutti i mondi se ne illuminarono.
In tal modo fu punita l’audacia di Freyr di essersi seduto su quel sacro seggio [Hliðskiálf era riservato al solo Óðinn] ed egli se ne andò pieno di dolore. E quando tornò a casa, non parlò, né dormì, né bevve e nessuno osò rivolgergli la parola.

«Allora Njörðr fece chiamare Skírnir, il messaggero di Freyr, e gli ordinò di andare da Freyr, di parlare con lui e di chiedergli con chi fosse tanto adirato da non rivolgere la parola ad alcuno. Skírnir si disse pronto ad andare, sebbene controvoglia, e affermò che ci si doveva aspettare delle brutte risposte.
Giunto da Freyr gli domandò perché fosse tanto triste e non parlasse con nessuno. Freyr rispose e disse che aveva visto una donna bellissima e che per causa sua egli era tanto addolorato e che non sarebbe vissuto a lungo se non fosse riuscito ad averla.
“E ora tu devi partire e chiedere la sua mano per me e portarla qui a casa, suo padre lo voglia o no; e per questo ti ricompenserò bene”.

«Skírnir rispose dicendo che egli avrebbe compiuto l’ambasciata, ma che Freyr doveva dargli la sua spada ch’era tanto buona da combattere da sola. E Freyr non si fece pregare e gli diede la spada.
Allora Skírnir partì, chiese la mano della donna e ottenne il suo consenso: di lì a nove notti ella sarebbe giunta nel luogo chiamato Barrey e avrebbe celebrato le nozze con Freyr.
Ma quando Skírnir riferì al dio questa risposta, egli cantò questa strofa:

Lunga è la notte
lunga è la seconda,
come posso aspettare per tre?
Spesso un mese,
mi sembrò più breve
che questa mezza notte d’attesa.

Questa è la ragione per cui Freyr era senz’armi quando combatté con Beli e lo uccise con le corna di un cervo».

Disse allora Gangleri: «Mi meraviglia molto che un gran signore come Freyr abbia donato la sua spada senz’averne una altrettanto buona. Fu una grave mancanza per lui, quando si trovò a combattere con quello che ha nome Beli, chissà come avrà rimpianto di aver fatto quel dono!».

Hár replica: «Fu una cosa di poco conto quando egli combatté con Beli. Freyr avrebbe potuto abbatterlo anche soltanto con la mano. Ma verrà un giorno in cui Freyr sentirà di trovarsi a mal partito e rimpiangerà di non aver la sua spada, quando i figli di Muspell giungeranno a distruggere tutto.

(Snorra Edda, Gylfaginning: 37)

***

Nella «Canzone di Skírnir» (Skírnismál) è riportata una versione più estesa di questo mito, e in particolare è narrato più nel dettaglio il viaggio di Skírnir alla volta di Hliðskiálf e della sua «luminosa» Fanciulla – quella che, per espressa volontà di Óðinn, né Freyr né nessun altro dio avrebbe mai dovuto «vedere».
Vi si legge che, quando giunse alla Casa della Donna, Skírnir trovò dei cani mordaci legati Skírnir-Gerdr-disegnoall’ingresso che gli impedirono il passaggio. Si rivolse allora a un pastore che stava seduto su un’altura, e gli domandò da che parte si potesse accedere in quella Casa.

«Sei moribondo o già trapassato? – gli domandò per tutta risposta il pastore. – Da quella Casa nessuno esce vivo!».
Skírnir non si lasciò, tuttavia, impressionare dalle sue parole, e di nuovo fece ritorno alla Casa. E di nuovo i cani alla porta tornarono a latrare, finché, udito questo frastuono, la bella Gerðr non mandò una serva a vedere cosa stesse succedendo.
«C’è un uomo sceso da cavallo – disse la serva – e fa pascolare dinanzi casa il suo destriero».
Gerðr le disse di farlo entrare e di offrirgli da bere.

«Ho qui con me – le disse Skírnir – undici mele d’oro. Te le darò, in cambio del tuo amore, purché tu dica che Freyr è per te il più caro degli esseri viventi».
Gerðr rifiutò le mele e, con esse, l’amore del dio: «Di’ pure a Freyr che non vivrò mai con lui», rispose freddamente.
Skírnir provò allora ad offrirle l’anello Draupnir, il magico talismano che Óðinn aveva posto sul rogo di Baldr: «Da quest’anello – le disse – ogni nove notti ne spuntano altri otto di egual peso».
Gerðr non ne volle sapere: rifiutò anche l’anello. «Nei recinti di mio padre – disse – di certo l’oro non manca».

Per vincere la sua ostinazione, Skírnir decise allora di lasciar perdere i doni e le lusinghe, e di passare alle minacce: trasse la spada avuta in dono da Freyr e, mostrandola alla Fanciulla, disse che le avrebbe mozzato la testa, se non avesse acconsentito. E poiché Gerðr ancora insisteva nel suo rifiuto, minacciò di uccidere suo padre, il gigante Gymir, pur di strapparle il consenso.
Visto però che anche le minacce si rivelavano inutili, Skírnir si decise a ricorrere alla magia:

Con la bacchetta magica ti colpirò, io ti domerò,
fanciulla, al mio comando;
là te ne andrai dove i figli degli uomini
mai più ti vedranno.

E le preannunciò ogni sorta di castigo: avrebbe vissuto per sempre con lo sguardo rivolto al regno dei morti, si sarebbe nutrita di cibi disgustosi, sarebbe diventata orribile alla vista, e sempre sarebbe rimasta rinchiusa nei cancelli dell’aldilà patendo i peggiori tormenti e perseguitata da esseri demoniaci, costretta a giacere coi giganti e a vivere col più mostruoso di loro, il gigante dalle tre teste. Non avrebbe mai goduto delle gioie d’amore, ma confinata nel regno dei morti, non avrebbe bevuto altro che piscio di capra.

Fu solo dinanzi al potere della magia che Gerðr alla fine si arrese. Sollevato allora il calice, offrì da bere a Skírnir e si dichiarò disposta a dare a Freyr quell’«appuntamento» a cui lui tanto anelava …

Lunga è una notte, lunghe son due:
come potrò languire per tre?

Molte notti, da allora, sono sorte e tramontate, e noi ancora siamo qui a domandarci se Gerðr la terza notte si è presentata.
Dobbiamo, ahimé, chiedere informazioni altrove, se vogliamo soddisfare la nostra curiosità – perché temiamo che la magia di Skírnir abbia avuto effetto per il solo fatto di Skírnir-Gerdressere stata «enunciata». Temiamo che la Fanciulla sia stata per sempre relegata nel «mondo dei morti» e che, da allora, i «figli degli uomini», i desideri che gli uomini concepiscono, non l’abbiano mai più vista, malgrado essa sia «luce». Anzi, fonte di luce.

Non si legge forse negli antichi testi iraniani che la Fanciulla, la bella Daênâ, la incontrano solo le anime dei morti, e solo la terza notte dopo la morte? E non si legge nel Bardo tödöl che il «corpo della luce» del Mondo di Mezzo appare al terzo giorno dopo il decesso?
E la nostra Fanciulla, la nostra bella Gerðr, non ha il requisito proprio ed esclusivo di questo «corpo», e cioè la capacità di secernere da sé la luce? la capacità, come dice il nostro Racconto, di illuminare tutto il mondo coi raggi che emanano dalle sue mani?

Sì, è più di un timore. Ormai ne siamo certi: la Fanciulla è confinata sul confine tra la vita e la morte, tra i corpi e gli spiriti, in quella Terra di Mezzo che è la Terra delle città di smeraldo.
È confinata, come Viviana, in una bolla di vetro, in una goccia d’acqua chiara e trasparente. Non è morta, ma non è neanche viva. Non è sola, ma nemmeno è in compagnia. Non ha tempo, eppure tutto il tempo è suo. Non ha luogo che nei miraggi, nelle visioni e negli amori folli.
Nessuno più la cerca, ormai. Nessuno più le chiede un appuntamento: al diavolo tutte queste sciocche fantasie! Nessuno più è così pazzo da azzardarsi nella magia di Merlino.
Solo Merlino poteva essere così pazzo da farsi rinchiudere assieme a lei, assieme alla sua «luce bambina», in una di quelle ampolle che Astolfo vide, tempo dopo, fumare sulla luna.