Corbin – L’ottavo clima e le sue città

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Lo storico Tabarî (IX secolo) ci ha conservato alcune informazioni, le più antiche di cui disponiamo, riguardanti una regione misteriosa che la sua descrizione permette di denominare «la Terra dalle città di smeraldo».
Là sono situate due città: Jâbarsâ e Jâbalqâ, a cui certe tradizioni aggiungono una terza città, Hûrqalyâ; questa dà allora il suo nome all’intera contrada mistica. […]

Jâbarsâ e Jâbalqâ, ci dice Tabarî, sono due città di smeraldo attigue alla montagna di Qâf. Come quelle della Gerusalemme celeste, le loro dimensioni esprimono una quaternità, simbolo di perfezione e totalità. La superficie di ciascuna presenta un quadrato di dodicimila parasanghe di lato.
I loro abitanti non conoscono l’esistenza del nostro Adamo né quella di Iblîs, l’Antagonista; il loro nutrimento si compone esclusivamente di vegetali; non hanno bisogno di vestirsi, poiché, senza che essi siano degli Angeli, la loro fedeltà a Dio li rende simili agli Angeli. Poiché non vi è tra loro differenza di sesso, non desiderano posterità.
Infine, tutta la loro luce viene dalla montagna di Qâf, mentre i minerali del loro suolo e le mura delle loro città (come quelle del paradiso degli archetipi di Yima) emettono la loro propria luce. Indicazione, questa, che ci mette sulla strada per identificare la montagna delle misteriose città.

Non vi sono infatti in questa montagna, si dice, «né sole né luna né stelle».
Ora, noi sappiamo che nel sistema di Tolomeo la Nona Sfera, che congloba la totalità cieli-tolemaicidelle Sfere celesti e comunica loro il movimento diurno, ha la caratteristica di essere un cielo non stellato.
Di più, le tradizioni descrivono precisamente la montagna di Qâf come la montagna che circonda il nostro universo, e come formata interamente di smeraldo, dal cui riflesso proviene il colore verde (secondo la nostra ottica l’azzurro) della volta celeste. Oppure, altre volte, è la roccia che forma la chiave di volta celeste, che è immaginata composta di smeraldo, a comunicare il suo riflesso alla montagna di Qâf.

Ciò che la visione smeraldina percepisce qui, è dunque la montagna cosmica che circonda e sovrasta il nostro habitat terrestre; ed è anche quella che era percepita delineare l’orizzonte visibile in Erân-Vêj, in medio mundi, là dove da un’alta cima il Ponte Chinvat si slanciava a raggiungere questa montagna cosmica, la cui ascensione conduceva l’anima fino al soggiorno delle Luci infinite.

Ora, il geografo Yaqût attesta espressamente che la montagna di Qâf, una volta, era chiamata Alborz. Infatti, anch’essa è la montagna che è «la madre» di tutte le montagne del mondo che ad essa sono collegate da ramificazioni e vene sotterranee. Ed è sempre la stessa montagna che risalgono i pellegrini dello spirito nel Racconto dell’esilio occidentale di Sohrawardî, per raggiungere la roccia di smeraldo che erge davanti a loro la parete translucida di un Sinai mistico.
E là, come all’ingresso del Ponte Chinvat nella drammaturgia mazdea dell’anima, ha luogo l’incontro con la Figura-archetipo, la Persona celeste da cui prende origine l’io terrestre.

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La montagna di Qâf segna dunque il limite tra due mondi, il visibile e l’invisibile ai sensi. Per penetrare nelle città che si celano nel suo aldilà, il pellegrino mistico deve aver superato le evidenze fisiche e le norme comuni, deve aver affrontato le prove simboleggiate dalla lunga marcia nelle Tenebre attraverso le distanze che lo separano dalla Terra delle città di smeraldo.

Certo, per quanto la montagna di Qâf non fa che prestare il suo nome all’antico Alborz, l’Immagine primordiale ne è stata ugualmente proiettata sugli spazi della geografia empirica (il Caucaso e i suoi contrafforti sul suolo iraniano) i quali diventano allora la scena di accadimenti mitici.
D’altra parte, come Immagine primordiale essa segna sempre l’estremità del mondo ed è inaccessibile agli uomini. Per giungervi bisognerebbe camminare per quattro mesi «nelle Tenebre»; è per questo che la marcia di Alessandro attraverso la regione delle Tenebre sarà quella dell’eroe spirituale, la cui Cerca lo conduce fino all’estremo Occidente e fino all’estremo Oriente dell’universo.

Al di là comincia una regione che congloba molte altre città (un paese bianco come l’argento, della lunghezza di quaranta giorni di viaggio, abitato da Angeli; un altro paese d’oro, settanta paesi d’argento, sette paesi di muschio, ciascuno di una lunghezza e larghezza di diecimila giornate di viaggio, ecc.).
Insomma, penetrare in quelle Terre è accedere al clima intermedio delle «Anime celesti» che muovono le Sfere, e che sono dotate per eccellenza dell’Immaginazione pura, indipendente dai sensi.
fantasy-voloÈ l’«ottavo clima» in cui, come in Erân-Vêj, non si penetra con gli organi della percezione sensibile, ma passando per la «Fonte della Vita», nel centro psico-cosmico. […]

È questo Mondo di Mezzo, mundus imaginalis, mondo della Imaginatio vera, che non bisogna assolutamente confondere con ciò che in Occidente si chiama correntemente l’immaginario, la fantasia, l’irreale, «fantasia» di cui già Paracelso diceva giustamente che è un gioco del pensiero, senza fondamento nella natura, insomma «la pietra angolare dei folli».
Questo mondo immaginale non ha dunque niente di irreale, di «fantomatico». Ha però una realtà sui generis di pieno diritto, ed è senza dubbio ciò che noi abbiamo completamente dimenticato in Occidente, da quando fu perduto il «combattimento per l’Anima del mondo».

Perduta tale battaglia, l’Immagine è abbandonata a tutte le degradazioni, a tutte le licenze di una Immaginazione che ha perduto il suo asse d’orientamento, e con questo la sua funzione cognitiva.
Non si conoscono più che le Immagini derivate dal sensibile o percepibili attraverso i sensi (la civiltà cosiddetta dell’immagine, lo schermo del cinema). Quindi non più Immagini metafisiche, né metafisica dell’Immagine e dell’Immaginazione, poiché il principio di questa è che attraverso l’organo dell’anima, attraverso la sua funzione immaginante, è l’universo stesso dell’Essere che si rivela nelle Forme immaginali del mundus imaginalis, che rivelano eo ipso all’anima la sua propria Immagine, il suo Alter Ego nel mondo del Malakût.

In breve, il mundus imaginalis è l’universo tra la Terra e il Cielo, il Mondo di Mezzo, la Frontiera tra i corpi e gli spiriti, il Limite, il barzakh, l’intervallo che li disgiunge e insieme li congiunge.
Là, tra le altre meraviglie, si trovano le tre città immense, popolate da innumerevoli creature «di luce»: Jâbalqâ, Jâbarsâ e Hûrqalyâ, ciascuna delle quali ha una sua Terra e dei propri Cieli, non una Terra e dei Cieli sensibili, ma Terra e Cielo allo stato di Forme immaginali. La «terza città», la città di Hûrqalyâ è quella che racchiude tutte le Forme immaginali degli esseri individuali e delle cose corporee esistenti nel mondo sensibile.

Questo «ottavo clima», questo mondo allo stato sottile, comporta dunque una moltitudine di gradi, e in esso non si penetra con gli organi dei sensi, in quanto è il luogo reale di tutti gli accadimenti psico-spirituali (visioni, carismi, azioni taumaturgiche in rottura con le leggi fisiche dello spazio e del tempo), accadimenti che di solito tra noi passano per immaginari, vale a dire per irreali, afflitti come siamo dal dilemma razionale e dal suo aut-aut: o «materia» o «spirito».

(Corbin, Corpo spirituale e Terra celeste)