Graf – Il viaggio di Alessandro al Paradiso

In un racconto latino, intitolato De itinere ad Paradisum, si legge quanto segue.
Alessandro, di ritorno dalla conquista delle Indie, si ferma sulle rive del Gange, il quale è tutt’uno col Fison, e contemplando alcune foglie mirabili venute dal Paradiso, esce in tal Alessandro-foglielamento: «Nulla io feci nel mondo, e nulla stimo la gloria mia, se di tali delizie non godo».
E subito, raccolti cinquecento seguaci, salita una gran nave, si mette a navigare su per il fiume.

In capo di trentaquattro giorni, ecco appare loro una gran città, le cui mura, tutte coperte di muschio, non lasciano scorgere adito alcuno, e sembrano essere di grandissima antichità.
Per tre giorni cercano gli esploratori tutto all’ingiro, e finalmente scoprono una postierla angusta e sbarrata.
Alessandro manda suoi messi a intimar l’obbedienza ed a chieder tributo, essendo egli signore del mondo.

Al picchiar di coloro, uno di dentro apre l’usciolo, e alle parole minacciose e superbe risponde una voce blanda e tranquilla: l’aspettino alquanto finché egli non ritorni.
Va e torna, recando una gemma di singolare qualità e bellezza, e dice loro la diano al loro re, perché conosciutane la natura, tosto smetterà ogni ambizioso pensiero.
Alessandro, veduta la gemma, udita la risposta, incontanente si parte, e raggiunge le sue genti, insieme con le quali se ne va poi a Susa.

Quivi un vecchio Ebreo gli fa conoscere la virtù della gemma, e gliene svela il misterioso, simbolico significato.
La gemma, messa nel piatto di una bilancia, vince di peso ogni maggior copia d’oro che le si contrapponga, ma, coperta di un pizzico di polvere, diventa più leggera di una piuma.
Stupisce Alessandro, e l’Ebreo gli dice: «Questa gemma è immagine dell’occhio umano, che vivo di nessuna cosa si appaga, morto o coperto di terra più nulla vagheggia».
Alessandro intende l’ammaestramento, e represso ogni ambizioso affetto, e licenziati i compagni d’arme, si ritrae in Babilonia, dove dal tradimento è troncata la gloriosa sua vita. La città murata e chiusa è la dimora dei giusti, ove soggiorneranno sino al dì del Giudizio.

Questo racconto, pervenuto sino a noi in una redazione che probabilmente appartiene al XII secolo, è, senza dubbio, di origine molto più antica, e scaturisce da fonte giudaica.
Nel trattato Tamid del Talmud babilonese se ne legge uno che ha con esso colleganza strettissima, anzi si può dir medesimo, salvo che il latino deriva da una redazione più larga e più antica.
Nel racconto talmudico, l’andata di Alessandro al Paradiso si rannoda con l’avventura della fontana di giovinezza, e l’eroe riceve dagli abitatori del Paradiso, non una gemma simbolica, ma un vero occhio umano, il quale si comporta del resto come la gemma.

Alessandro-rex

La leggenda passò poi nell’Alexander del tedesco Lamprecht, ma con alcune particolarità diverse da quelle pur ora vedute, e che egli, o poneva di suo, o toglieva da scrittura a noi incognita.
Alessandro e i compagni suoi risalgono l’Eufrate (non il Fison) sostenendo grandi fatiche, e terribili procelle, che mettono a dura prova il loro coraggio e la loro perseveranza. Alessandro ha fermo nell’animo di conquistare il Paradiso, e infiamma i commilitoni alla gloriosa impresa.

Dopo lunga navigazione giungono a un muro altissimo, tutto costruito di pietre preziose, del quale non viene loro fatto di vedere la fine.
Trovano da ultimo la porta, fanno l’intimazione a quei di dentro, ricevono la gemma. I più giovani contendono coi più vecchi e savi: questi consigliano ad Alessandro di tornare; quelli di seguitar l’impresa incominciata. Prevale il consiglio dei primi.
Tornato in Grecia, Alessandro fa vedere la gemma a molti che non sanno conoscerne la virtù, finché un vecchio Ebreo, da lui fatto venire appositamente, gliela scopre, servendolo per giunta di una lunga ammonizione.
Con quest’avventura finisce il poema.

L’avventura fu pure narrata da Tommaso di Kent nel Roman de toute chevalerie, e introdotta da un interpolatore nel poema di Lambert li Tors e Alessandro di Bernay, e Alessandro-sottomarinoripetuta nella compilazione intitolata Fait de Romanins, nei Fatti di Cesare nostri, dal Mandeville, da Pietro Paludano nel suo Thesaurus novus, Giovanni di Hese dice che vicino al Paradiso terrestre è un monte, sul quale fu Alessandro, che soggiogato tutto il mondo, dallo stesso Paradiso volle avere tributo.
La novella dell’occhio umano, o della gemma che lo simboleggia, si trova anche separatamente dal racconto del viaggio di Alessandro al Paradiso (nell’Alexander di Lambert li Tors è Aristotele che svela il mistero dell’occhio).

Gli Arabi e i Persiani, che tante favole meravigliose narrano del Macedone, parlano bensì di una spedizione che egli fece in cerca della fontana di giovinezza, ma ignorano la sua andata al Paradiso.
Solo Nezâmî, il quale fa compiere all’eroe un viaggio nell’Oceano Atlantico, dice ch’ei seppe, da certi selvaggi abitatori d’un deserto posto di là dal mare, come fosse, nella regione dove più non brilla il sole, una città magnifica, abitata da uomini di santa vita, i quali, senza mai invecchiare, vivevano cinquecent’anni; e il poeta conduce l’eroe a una terra felice, posta verso Settentrione, popolata da genti scevre di ogni malizia.

(Graf, Miti, Leggende e Superstizioni del Medio Evo)