Nietzsche – Da Apollo a Dioniso: dall’artista all’opera d’arte

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Luca Giordano – Apollo nel suo carro

La bella parvenza del mondo di sogno, nella cui produzione ogni uomo è un perfetto artista, è il presupposto di tutta l’arte figurativa, e anzi, di una essenziale metà della poesia. Noi godiamo dell’immediata comprensione della figura, tutte le forme ci parlano, non c’è niente di indifferente e di superfluo.
Tuttavia, pur nella vita suprema di questa realtà di sogno, abbiamo ancora la trasparente percezione del suo carattere di apparenza: questa almeno è la mia esperienza, sulla cui frequenza, anzi normalità, avrei da addurre più di una testimonianza e i detti dei poeti.

L’uomo filosofico ha persino il presentimento che anche dietro a questa realtà in cui viviamo e siamo, ce ne sia una seconda del tutto diversa, che cioè anch’essa sia un’apparenza; e Schopenhauer indica addirittura come contrassegno dell’attitudine filosofica il dono naturale per cui a qualcuno gli uomini e tutte le cose talvolta appaiono come puri fantasmi o immagini di sogno.
Ora, come il filosofo sta in rapporto con la realtà dell’esistenza, così l’uomo artisticamente eccitabile con quella del sogno; egli sta a guardare attentamente e volentieri: poiché da queste immagini egli si spiega la vita e con questi eventi si esercita per la vita.

E non sono solo le immagini piacevoli e amiche quelle che egli sperimenta in sé con onnicomprensiva intelligenza: davanti a lui passa anche ciò che è serio, cupo, triste, tetro, gli ostacoli improvvisi, gli scherzi del caso, le attese trepidanti, in breve tutta la The Apollo Belvedere among Dead Trees«Divina Commedia» della vita, con l’inferno, e non solo come un gioco d’ombre – poiché egli vive e soffre in queste scene – e non senza anche quella fuggevole percezione dell’apparenza; forse taluni si ricordano, come me, di aver gridato nei pericoli e negli spaventi del sogno, per incoraggiarsi e con successo: «È un sogno! Voglio di nuovo sognarlo!».
Mi è stato pure raccontato di persone che potevano proseguire per tre e più notti successive la concatenazione di uno stesso sogno: fatti che testimoniano chiaramente come il nostro intimo essere, il sostrato comune a tutti noi, sperimenti in sé il sogno con profondo piacere e gioiosa necessità.

Questa gioiosa necessità dell’esperienza del sogno è stata parimenti espressa dai Greci nel loro Apollo: Apollo, come dio di tutte le energie plastiche, è insieme il dio divinante. Egli, che secondo la sua radice è lo «splendente», la divinità della luce, governa anche la bella parvenza del mondo interiore della fantasia.
La superiore verità, la compiutezza di questi stati opposta a una realtà quotidiana solo parzialmente afferrabile, e quindi la profonda coscienza della natura che nel sonno e nel sogno aiuta e guarisce, sono unitamente l’analogon simbolico della facoltà divinatoria e delle arti in generale, da cui la vita viene resa possibile e degna di essere vissuta.

Ma anche quella linea delicata, che l’immagine del sogno non può oltrepassare per non agire patologicamente, in caso contrario la parvenza ci ingannerebbe come goffa realtà – non può mancare nella figura di Apollo: quella limitazione piena di misura, quella libertà dalle più selvagge emozioni, quella quiete piena di saggezza del dio plastico.
Il suo occhio deve essere «solare», conforme alla sua origine; anche quando si adira e guarda disgustato, splende in esso la solennità della bella parvenza.

E così potrebbe valere per Apollo, in un senso eccentrico, ciò che Schopenhauer dice dell’uomo impigliato nel velo di Maia:

Come sul mare infuriato che, illimitato da ogni parte, ululando solleva e precipita montagne d’onde, siede in una barca il navigante, confidando nella debole imbarcazione; così l’uomo isolato sta tranquillamente in mezzo a un mondo pieno di tormenti, appoggiandosi fiducioso al principium individuationis.
(Il mondo come volontà e rappresentazione)

Anzi si dovrebbe dire di Apollo, che l’imperturbabile fiducia in quel principium e il tranquillo fondarsi in esso di colui che ne è dominato, hanno trovato in lui l’espressione più elevata, tanto che si potrebbe definire lo stesso Apollo come la magnifica immagine divina del principium individuationis, dai cui gesti e sguardi ci parla tutto il piacere e la saggezza della «parvenza», insieme alla sua bellezza.

Nello stesso luogo Schopenhauer ci ha descritto l’incontenibile orrore che afferra l’uomo quando improvvisamente perde la fiducia nelle forme di conoscenza dell’apparenza, poiché il principio di ragione sembra patire un’eccezione in qualcuna delle sue configurazioni.
Se a questo orrore aggiungiamo il rapimento estatico che per lo stesso infrangersi del principium individuationis sale dall’intimo dell’uomo, anzi della natura, allora gettiamo uno sguardo sull’essenza del dionisiaco, resaci ancor più vicina dall’analogia con l’ebbrezza.

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O per l’influsso delle bevande narcotiche, cantate da tutti gli uomini e da tutti i popoli primitivi, o per il portentoso avvicinarsi della primavera, che gioiosamente pervade l’intera natura, si risvegliano quegli impulsi dionisiaci nella cui accentuazione svanisce la soggettività, in un totale oblio di sé.
Anche nel medioevo tedesco schiere sempre più vaste si agitavano e si muovevano, cantando e danzando, da un posto all’altro sotto lo stesso potere dionisiaco: nei danzatori di san Giovanni e di san Vito riconosciamo i cori bacchici dei Greci, con la loro preistoria in Asia Minore, fino a Babilonia e alle Sacee orgiastiche.

Ci sono uomini che per mancanza di esperienza o per stupidità distolgono lo sguardo da tali fenomeni come da «malattie popolari», beffeggiandoli o compiangendoli nella coscienza della propria sanità: questi pover’uomini neppure sospettano l’aspetto cadaverico e spettrale che assumerebbe questa loro «sanità» quando passasse impetuosa accanto a loro la vita ardente degli esaltati da Dioniso.

Con l’incanto del dionisiaco non solo si rinsalda il legame fra uomo e uomo: anche la natura estraniata, nemica o soggiogata, celebra nuovamente la sua festa di conciliazione con il proprio figlio perduto, l’uomo.
Liberamente offre la terra i suoi doni e pacificamente si avvicinano i feroci animali delle rocce e dei deserti. Con fiori e ghirlande è coperto il carro di Dioniso: sotto il suo giogo avanzano la pantera e la tigre.

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Leonardo – Bacco

Si trasformi l’inno alla «gioia» di Beethoven in un quadro e non ci si attardi nell’immaginazione quando a milioni si prosterneranno rabbrividendo nella polvere: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco.
Ora lo schiavo è libero, ora si infrangono tutte le rigide, maligne delimitazioni che la necessità, l’arbitrio o la «moda sfacciata» hanno posto tra gli uomini.
Ora, nel vangelo dell’universale armonia, ognuno si sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma una sola cosa con esso, come se il velo di Maia fosse stato strappato e soltanto brandelli sventolassero ancora di fronte alla misteriosa unità originaria.

Cantando e danzando, l’uomo si mostra come membro di una superiore comunità: ha disimparato il camminare ed il parlare, ed è sulla via di volarsene in cielo danzando. Nei suoi gesti parla l’incantesimo.
Come ora gli animali parlano e la terra dà latte e miele, così anche in lui risuona qualcosa di soprannaturale: egli si sente come dio e cammina così estasiato e sollevato, come in sogno vide camminare gli dèi.

L’uomo non è più un artista, è divenuto opera d’arte: la potenza artistica dell’intera natura, col massimo appagamento estatico dell’unità originaria, si rivela qui fra i brividi dell’ebbrezza.
Qui si impasta e si leviga l’argilla più nobile, il marmo più prezioso, l’uomo, e ai colpi di scalpello del cosmico artista dionisiaco risuona la voce dei misteri eleusini: «Vi prosternate, milioni? Senti il creatore, mondo?».

(Nietzsche, La nascita della tragedia: 1)