Zosimo – Prometeo ed Epimeteo

Ermes e Zoroastro hanno detto che la genia dei filosofi (alchimisti) è al di sopra [dell’influenza] della Fatalità, in quanto essi, dominando i propri appetiti, non godono Fuger-Prometeo-fuocodelle fortune che essa dà o toglie: se davvero aspirano alla fine di tutti i loro mali, non si lasciano toccare dai mali che essa manda, né accettano i bei doni che essa distribuisce, poiché passano tutta la loro vita nell’immaterialità.

Ecco perché Esiodo mette in scena Prometeo che avverte Epimeteo:
(PROMETEO): «Qual è, agli occhi degli uomini, la più grande fortuna?».
(EPIMETEO): «Una bella donna e un bel po’ di danaro».
E allora (PROMETEO) dice: «Guardati dall’accettare doni da Zeus Olimpio, ma gettali via lungi da te», lasciando così intendere a suo fratello che doveva rigettare con l’aiuto della filosofia i doni di Zeus, vale a dire della Fatalità.

Zoroastro afferma pretenziosamente che, grazie alla conoscenza di tutte le cose celesti e alla virtù magica dei sensi corporei, si tengono alla larga tutti i mali della Fatalità, quelli particolari come quelli universali.
Ermes al contrario, nel suo libro Sull’immaterialità, esclude il ricorso alla magia, in quanto egli dice che non è necessario che l’uomo spirituale, colui che riconosce se stesso, manipoli alcunché con la magia, anche se la giudica buona, né che faccia violenza alla Necessità, ma che la lasci agire secondo la sua natura e a suo piacimento, e che egli intanto progredisca nella sola ricerca di se stesso, e si attenga saldamente, nella conoscenza di Dio, alla Triade ineffabile e lasci alla Fatalità trattare a modo suo il fango che le appartiene, ovvero il corpo.

E così, dice egli, con questo modo di pensare e di vivere, tu vedrai il Figlio di Dio divenire ogni cosa per venire in soccorso delle anime a lui devote e trarle fuori dalla regione della Fatalità innalzandole all’incorporeo. Puoi vederlo divenire tutto: dio, angelo, uomo sensibile. Infatti, poiché tutto può, egli diviene tutto ciò che vuole. [E obbedisce a suo Padre]. Penetrando in ogni corpo, a ciascuno illuminando l’intelletto, gli dà lo slancio per elevarsi alla regione beata, ove questo intelletto si trovava già prima di divenire corporeo, lo fa ascendere appresso a lui, ne alimenta il desiderio e gli fa da guida fino a quella luce soprannaturale.

Considera dunque il diagramma disegnato da Bitos, e [quanto ne scrive] il tre volte grande Platone, e l’infinitamente grande Ermes: vedrai che Thot va inteso in lingua Leonardo-Da-Vinci-filiusieratica come [l’ideogramma del] primo uomo, l’interprete di tutti gli esseri, quello che dà un nome a tutte le cose corporee.
I Caldei, i Parti, i Medi e gli Ebrei lo chiamano Adamo, nome che va inteso come terra vergine, terra color del sangue, terra rosso fuoco, terra di carne. Tutto questo si trova [scritto] nelle biblioteche dei Tolomei e, di questi scritti, ci sono archivi custoditi in ogni tempio, in particolare nel Serapeo [di Alessandria] da quando Anésas, il grande sacerdote di Gerusalemme, fu invitato a mandarvi un interprete, il quale tradusse tutto il testo ebraico in greco e in egizio.

È così dunque che il primo uomo, quello che da noi è chiamato Thot, quelle genti lo chiamarono Adamo, con un nome preso a prestito dalla lingua degli angeli – un nome che inoltre essi hanno nominato simbolicamente, avendolo designato con quattro lettere (elementi) tratte dall’insieme della Sfera, secondo il corpo.
Infatti, la lettera Α di questo nome indica l’Oriente, l’Aria; la lettera Δ indica all’opposto l’Occidente, la Terra che piega verso il basso a causa del suo peso; [la seconda lettera Α indica il Nord, l’Acqua]; la lettera Μ indica il Sud, il Fuoco avvampante che è al centro di questi corpi, nella quarta regione, e funge tra loro da intermediario.

Dunque, l’Adamo carnale è chiamato Thot secondo il modello esteriore. In quanto invece all’uomo che è interiore ad Adamo, l’uomo spirituale, egli ha allo stesso tempo un nome proprio e un nome comune.
Il suo nome proprio, è rimasto finora sconosciuto: infatti, il solo Nicotheos l’introvabile l’ha conosciuto. Il suo nome comune si dice phôs (φώς) e da qui è venuto l’uso di chiamare gli uomini φῶτες.

Allorquando Phôs respirava l’aria di Paradiso, su istigazione della Fatalità, [gli arconti?] lo persuasero, dicendo che era senza malizia e solo un gioco da ragazzi, a vestire il corpo tedoforodi Adamo che usciva dalle loro mani, prodotto della Fatalità e fatto dei quattro elementi.
E quello, che era senza malizia, non si rifiutò – ed essi ne esultarono convinti com’erano che ormai lo tenevano in pugno.

In effetti, l’uomo esteriore è un legame: a detta di Esiodo, è quel laccio con cui Zeus incatenò Prometeo. Poi, come ulteriore legame, Zeus gli inviò Pandora, quella che gli Ebrei chiamano Eva.
Nel linguaggio allegorico, infatti, Prometeo ed Epimeteo non fanno assieme che un solo uomo, cioè l’anima e il corpo. Ora Prometeo (l’uomo) somiglia all’anima, ora all’intelletto, ora alla carne a causa del rifiuto di Epimeteo allorché rifiutò di intendere il suo proprio [intelletto].

Infatti, il Noûs, nostro dio, dice: «Il Figlio di Dio, che tutto può e che tutto diviene secondo la sua volontà, a ciascuno si mostra come lui vuole».
[Ad Adamo si congiunse Gesù Cristo che lo trasportò là dove vivevano una volta quelli che si chiamano phôtes (φῶτες). E mentre agli uomini del tutto impotenti appariva soltanto come un uomo impassibile e immune dal dolore, in segreto elevò i phôtes richiamandoli a sé, perché [ai loro occhi] egli non solo non soffriva in alcun modo, ma mostrava anche come si calpesta la morte senza darle alcun peso].

E fino ad oggi e fino alla fine del mondo, in segreto o allo scoperto, egli viene a visitare i suoi, e comunica con loro, dando loro il consiglio, in segreto o per mezzo del loro intelletto, di separarsi dal loro Adamo, che li acceca ed è geloso dell’uomo spirituale di luce.
È così che accade, finché non sopraggiunge il demone contraffattore, che nutre gelosia e vuole, come sempre, farli smarrire dicendosi Figlio di Dio, sebbene sia mostruoso d’anima e di corpo.
Ma essi, se sono divenuti più saggi dacché hanno ricevuto in loro colui che è realmente Figlio di Dio, gli consegnano il loro proprio Adamo perché l’uccida pure, mentre essi salvano i loro spiriti di luce per fare ritorno al loro proprio paese, là dove erano fin da prima del mondo.

(Zosimo di Panopoli, Trattato sulla lettera Ω, 5-16)