Una divina diavoleria

Partiamo dalla fine.
Dalle parole (sante? diaboliche?) che Viviana «rinfaccia» al vecchio Mago:

Cosa!? non dovete forse essere mio, quando io sono vostra e ho lasciato per voi padre e madre?

Arianna-abbandonata

Viviana ha «lasciato» il padre e la madre per Merlino.
Come Arianna, come Medea, come Isotta – per dire le prime che mi vengono in mente – anche Viviana «tradisce» i Suoi, per passare dalla parte dello Straniero, e «tradurre» nella sua lingua Forestiera il Tesoro della sua «casa».

Arianna e Teseo, Medea e Giasone, Isotta e Tristano, nonché Viviana e Merlino sono «forestieri» l’un l’altra. Perciò, se c’è un posto al mondo, un solo posto in cui possono incontrarsi, questo non può che essere la Foresta.
Sia essa o no Brocelandia, è solo nella Selva Oscura, è solo là dove si oscura la Retta Via (dei Santi e degli Eroi senza macchia), che può «avvenire» l’incontro del Diavolo e dell’Acquasanta.
Del Diavolo che viene di lontano a prendersi l’innocenza di una bambina. Ma anche del Santo che si lascia stregare dal Filtro delle seduzioni di una scaltra Fata Morgana.
L’uno e l’altra, divinamente complici di una stessa diavoleria.

Sì, ma – in parole povere – di che si tratta?
Si tratta di quella diavoleria che ci ha aperto le porte all’Umano, almeno a quello più prossimo a noi: all’Umano che si misura con quella «mutua e radicale intolleranza alla coesistenza» che è il suo «fondo animale», e si avventura – non solo nella tolleranza, che sarebbe già tanto – ma addirittura nel «desiderio» dello Straniero, nel piacere di assaggiarlo e di farsene assaggiare.
La diavoleria che ci ha aperto, e che ci mantiene tuttora aperta, quella radura nel Bosco, dove non sorge niente di umano, niente di noto, niente di solito, niente di familiare – e Kush-forbicitutto dovrebbe essere opaco e arcano: e in principio lo è, salvo poi … ecco, un raggio di luce, un miraggio, di colpo ci fa scoprire che quello, a noi così estraneo, è nientemeno il luogo più intimo alla nostra intimità.

Non ci sono parole. Buddha tacque. Ogni mistico s’inginocchiò e a mani congiunte supplicò il suo dio: aiutami a non aprire bocca, fa’ che io non sia così stolto da rivolgere la parola ai miei fantasmi!
Non ci sono segni. Ciascuno se li inventa là per là, e questa è la magia: che i segni vengono da sé a significarsi, e come vengono, agili e leggeri, così pure senza indugio (e senza rimpianti) se ne vanno.
C’è solo desiderio allo stato brado. C’è solo natura, infantile e primitiva. E, si sa, la natura gioca, essa per prima, a desiderare. E i confini dei suoi desideri sono impossibili da disegnare in una mappa dei nostri tabù.

Come dice il Racconto: una volta si andava nel bosco ad accendere il fuoco o a prendere un secchio d’acqua alla fonte, e per tenere a mente la strada si dava un nome finanche ai ciottoli che, sparsi qua e là, la lastricavano.
Oggi, il Bosco non c’è più, e non sappiamo più le formule degli incantesimi per accendere il fuoco, e ancor meno conosciamo quelle per attingere acqua fresca alla fonte. Abbiamo solo il Racconto, ma non sappiamo più di che cosa racconta.

Racconta di Teseo che venne da Atene a Cnosso, di Giasone che dall’Ellade venne nella lontana Colchide, narra di Tristano che veleggiò dalla natia Cornovaglia all’isola di Irlanda, e narra di Merlino che non perdeva occasione per assentarsi alla Tavola Rotonda e alle gesta dei suoi Cavalieri, per correre nel suo Rifugio di Gioia e di Letizia – fuori da questo mondo, tra le braccia della sua acerba amica (aveva solo dodici anni).
Narra di avventurieri audaci che s’inoltrarono in terra straniera, allo scopo di rubare un certo tesoro (mostruoso, come nel caso del Minotauro, o custodito da un mostro, come nel caso del Drago a guardia del Vello d’oro).

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De Chirico – Il dialogo misterioso

Il Racconto narra di Predatori, di Mariuoli, e di Corsari – e del loro «infelice» destino dacché entrarono nelle grazie della bella Tesoriera.
Pur nel variare dell’intreccio da storia a storia, un punto rimane fermo, il solito ritornello ritorna in tutte le storie: Lei, la Tesoriera, è una strega. Anzi (sennò, non ci capiamo): Lei è la Strega per eccellenza, la più «naturale», la Strega così come Madre Stregona l’ha fatta, senza trucchi, senza ornamenti, senza cultura, ignara e analfabeta d’ogni sapere, eppure è Lei la Strega più potente – la Ninfa, a volte di quattordici, altre di quindici anni, e tuttavia benché così «acerba» capace di donarsi tutta, come solo le Sognatrici sanno donarsi nei loro primi sogni.
È la Strega – perché, che Lui lo sappia o che l’ignori – Lei è la Preda, l’Unica capace di predare il suo predatore, l’Unica così potente da invertirgli il «messaggio» mentre dalla mente corre giù verso la lingua. Potente al punto da fargli assaporato il piacere d’essere «cacciato» più che «cacciatore».

A questa stregoneria, ogni racconto prova ad abbozzare un «epilogo» differente.
Ma rimane il fatto che tutti si fondano su questo stesso «ceppo»: Lei lascia il padre e la madre per Lui.
Non sta forse scritto che chi non lascia il padre e la madre, non vedrà il regno di cieli? E allora dimmi: chi lo vede, questo Regno? chi prima di Colei che al Regno di cui è già Regina rinuncia per l’eroe dei suoi sogni?
E dimmi: non ti pare, questa, una ragione sufficiente perché Viviana, il suo Merlino, se lo voglia tenere ben stretto fino a rinchiuderlo nella trasparenza invisibile dell’acqua della «sua» fontana?

Viviana se lo porta là, dove è bene che il vecchio Merlino vada. Nel castello di vetro.
A dispetto di quanti lo vorrebbero ancora qui in mezzo a noi, Merlino ha saputo scegliere: ha lasciato le nostre immaginazioni e i nostri racconti, ha lasciato i suoi padri e le sue madri, capisci?, per Lei.
Per restituirle il Tesoro.
Se Merlino ha visto il Regno dei cieli, se l’ha visto una sola volta, lo deve alla Maga, alla sua Alunna – lo deve a Viviana, né più né meno di quanto ogni Poeta lo debba alla sua Musa.
È lei che gli ha aperto la via. Non ci sono, oltre, più segni né parole. Buddha tacque. Era asceso in cielo, in pieno nirvana. Appresso a Lei finì per andare oltre Lei. Avendo da Lei imparato per dove si va all’altro mondo.