Bretagna – Merlino rivela le sue arti magiche a Viviana

Merlino si recò nella foresta di Brocelandia – da Viviana, la sua amica.
E quando ella lo vide, mostrò grande letizia, ed egli, che l’amava così forte, poco mancò che ne divenisse folle.
iana-ianus«Bello e dolce amico – ella disse – non m’insegnereste qualche gioco nuovo, e come, ad esempio, potrei far addormentare un uomo per quanto volessi senza che si svegliasse?».

Egli le domandò perché desiderasse avere quella scienza, ed ella non gli confessò affatto la vera ragione, ma ahimé! egli ben conosceva tutti i suoi pensieri.
«Perché – ella disse – tutte le volte che voi vorrete, potrò addormentare mio padre Diona e mia madre: mi ucciderebbero se scoprissero la nostra storia. E, in tal modo, vi farò entrare nella mia camera».

Spesso, durante i sette giorni che egli trascorse con lei, la pulzella gli rinnovò questa richiesta.
Una volta che si trovavano entrambi nel verziere chiamato Riparo di Gioia e di Letizia, accanto alla fontana, ella gli prese il capo in grembo e, quando lo vide più innamorato che mai: «Almeno – disse – insegnatemi ad addormentare una dama».

Egli ben sapeva il suo pensiero nascosto; eppure le insegnò quanto ella desiderava, ché così voleva Nostro Signore. E molte altre cose ancora le insegnò: tre parole, per esempio, che ella mise per iscritto, e che avevano tal virtù che alcun uomo non la poteva possedere carnalmente quando ella le portava su di sé; con ciò si muniva contro lo stesso Merlino, ché la donna è più astuta del diavolo.
Ed egli non poteva fare a meno di cederle sempre.

Infine, dopo una settimana, egli la lasciò a malincuore per andare là dove doveva essere, e si recò nella foresta del Roveto nei dintorni di Logres.
Qui, assunse l’aspetto d’un vegliardo decrepito, a cavallo di un palafreno bianco, vestito d’un abito nero e cinto d’una corona di fiori, la barba sì lunga che faceva tre volte il giro della cintura e, così parato, si portò davanti a Galvano, che stava cacciando nella foresta.

«Galvano, Galvano – gli disse – se tu mi credessi, faresti tregua coi cervi e coi daini, ché meglio varrebbe per il tuo onore far guerra agli uomini nella foresta di Sarpenie».
Detto questo, s’allontanò così velocemente che non si avrebbe avuta neppure l’idea di seguirlo. […]

Merlino-Viviana-quercia

Appena poté, Merlino prese congedo e andò di nuovo a trovare Viviana, la sua amica, nella foresta di Brocelandia.
Ella gli fece sì bell’accoglienza che in lui l’amore crebbe, e le insegnò ancora, per quanto malvolentieri, una gran parte dei propri segreti.
Già Viviana ne sapeva quasi quanto lui, e l’amava teneramente, ma, poiché voleva restare pulzella, aveva fatto un incantamento sul cuscino che Merlino si poneva sotto il capo quando dormiva con lei, di modo che egli credeva di possederla, ma non era che un sogno.

Un giorno che passeggiavano in Brocelandia, le chiese se voleva vedere il Lago di Diana.
«Certo – ella rispose. – Quel che è di Diana non può che piacermi, ché ella per tutta la vita amò i boschi quanto o più di me».
Egli la condusse a un lago che era grande e piacevole, e le fece vedere sulla riva una tomba di marmo, dove in lettere d’oro si leggeva:

Qui giace Fauno, l’amico di Diana.
Ella l’amò di grande amore e vilmente lo fece morire.
Tale fu la ricompensa che ne ebbe per averla lealmente servita.

«Bell’amico – disse Viviana – raccontatemi la storia».
«Volentieri – egli disse. – Diana regnava ai tempi di Virgilio, molto prima che Gesù Cristo scendesse su questa terra per salvare i peccatori, e sopra ogni cosa amò vivere nei boschi. Cacciò per tutte le foreste della Gallia e della Bretagna, ma non ne trovò alcuna che le piacesse quanto questa: così, sulle rive di questo lago, fece costruire un maniero in cui veniva a dormire la notte dopo aver sfiancato per tutto il giorno cervi e daini.

«Una volta, la vide il figlio del re che governava questo paese e, trovandola sì prode, agile e leggera, se ne innamorò. Era ancora donzello e bello e leale al punto che ella gli Fauno-Dianapromise di donarsi a lui, purché giurasse sui santi di rinunciare per lei al padre e a ogni cosa al mondo.
Fauno fece il giuramento, e così fu, per due anni, l’amico di Diana. Ma, passato questo tempo, ella si accese d’un altro cavaliere che, come Fauno, aveva incontrato correndo per i boschi, e che aveva nome Felice.

«Costui era povero e di basso lignaggio, e ben sapeva che, se Fauno fosse venuto a conoscenza del suo amore, l’avrebbe fatto uccidere con tutta la parentela.
Così un giorno andò a trovare l’amica e le disse: “In fede mia, damigella, o voi vi libererete di Fauno o mai più io mi presenterò davanti a voi”.
“Ahimé – ella disse – come potrei? Egli mi ama d’amore sì grande che non mi lascerebbe per cosa al mondo”.
“Come preferite”, rispose Felice.

«Ora, Diana l’amava sì teneramente, che avrebbe preferito morire piuttosto che rinunciare a lui, di modo che decise di far morire Fauno.
La tomba che vedete era allora piena di un’acqua incantata che guariva ogni piaga. Un giorno che Fauno tornava dalla caccia, sofferente d’una ferita infertagli da una bestia selvaggia, ella nascostamente fece togliere l’acqua miracolosa.
“Cosa farò? – chiese Fauno quando s’accorse che l’acqua non c’era più. – Sono ferito gravemente”.
“Non vi turbate per così poco – rispose Diana – vi curerò bene. Coricatevi là dentro e noi vi copriremo d’erbe di grandi virtù, di modo che sarete presto ristabilito”.

«Fauno si distese; ma Diana fece ricadere la pietra che chiudeva la tomba, e attraverso un pertugio versò piombo fuso in tale quantità che in poco tempo il corpo dell’amico fu consumato.
Allora andò da Felice a cui raccontò come s’era liberata di colui che egli temeva.
“Malvagia, chi potrebbe amarvi quando tutti dovrebbero odiarvi?”, egli esclamò.
E, presala per le trecce, le tagliò la testa.
È da allora che questo lago viene chiamato il Lago di Diana».

lago-castello-nebbia

«Ma – chiese Viviana – cosa ne è stato del maniero che ella vi aveva fatto costruire?».
«Il padre di Fauno lo distrusse appena seppe della morte del figlio».
«Fece male, ché mai si videro luoghi più belli. Merlino, mio dolce amico, per amor mio, vi prego di farmene costruire uno che sia bello e ricco quanto mai ve ne sono stati».

Non aveva finito di parlare che già muratori e carpentieri lavoravano, e in un istante al posto del lago s’innalzava un castello, tanto magnifico che non v’è nulla di simile in tutta la Piccola Bretagna.
«Damigella – disse Merlino – ecco il vostro maniero. Non lo vedrà mai alcuno che non sia delle vostre genti, ché esso è invisibile per ogni altro, e agli occhi di tutti là non v’è che acqua. E se, per invidia o tradimento, qualcuno della vostra casa rivelasse il segreto, per lui subito il castello scomparirebbe ed egli, credendo di entrarvi, annegherebbe».
«Per l’amore di Dio, bell’amico – disse Viviana – mai si sentì parlare di dimora più bella e più segreta!».

Stuck-EvaMerlino fu sì contento di vederla lieta che non poté trattenersi dall’insegnarle ancora numerosi incantamenti; in breve le rivelò tanto che fu da allora considerato folle, e lo è ancora.
Ché ella tutto metteva per iscritto, essendo ben esperta delle sette arti, e non pensava che a raggirarlo.

«Signore – gli chiese un giorno – vi è ancora una cosa che vorrei sapere: come potrei rinchiudere un uomo senza torre, senza mura e senza ferri, di modo che egli non possa mai fuggire senza il mio consenso?».
Merlino chinò il capo sospirando.
«Cosa avete?», ella chiese.
«Ah! so bene quel che pensate, che volete rinchiudermi per sempre, ed io vi amo sì forte che dovrò fare la vostra volontà!».

Allora ella gli cinse il collo con le braccia: «Cosa!? non dovete forse essere mio, quando io sono vostra e ho lasciato per voi padre e madre? Senza di voi non ho né gioia né bene; in voi è tutta la mia speranza; la felicità non l’attendo che da voi. Poiché così vi amo, e voi m’amate, non è giusto che voi facciate la mia volontà e io la vostra?».
«Madama – disse Merlino – la prossima volta che verrò, vi insegnerò quel che volete».

(Merlino l’Incantatore, 35; 40)