Inghilterra – Gawain giunge infine alla cappella verde

cavaliere-castello

Sprona Gryngolet e prende il sentiero,
passa una roccia sull’orlo del bosco,
cavalca giù per il colle scosceso
fino in fondo alla valle.
Attorno guardò: tutto gli pareva selvaggio;
non vide alcun segno di riparo lì attorno,
ma ovunque strapiombi ripidi e alti
e aspre balze rugose, nodose le pietre:
il cielo stesso pareva graffiato dalle rocce sporgenti.
Si fermò allora e trattenne il cavallo,
si volse d’attorno la cappella cercando.
Nessuna ne vide, e gli parve assai strano,
ma un poco distante un tumulo quasi,
una gobba liscia su un pendio presso il torrente,
vicino alla gola che faceva cadendo:
vi spumeggiava l’acqua come bollisse.
Il cavaliere spinge il cavallo, giunge all’altura,
agile smonta e le redini lega
al ramo rugoso di un albero.
Verso il tumulo va, attorno cammina
tra sé dibattendo che cosa mai fosse.
Aveva un buco davanti e uno dai lati,
e tutto dentro era vuoto: nient’altro
che una vecchia caverna
o un crepaccio di rupe antica: quale non poteva
pensare.
«Ahimé, Signore – disse il nobile cavaliere –
è questa forse la verde cappella?
Qui a mezzanotte il Demonio
potrebbe recitar mattutino!

«Certo, il luogo è desolato, brutto
questo oratorio coperto di erbacce:
ben si conviene all’uomo vestito di verde
qui recitare le sue devozioni a mo’ di demonio.
Ora sento coi cinque miei sensi
che il Diavolo proprio
m’ha fissato quest’ora per distruggermi qui.
Cappella è di sventura, mala sorte se l’abbia!
È la chiesa più maledetta che abbia mai visitato».
Con l’alto elmo sul capo, stringendo la lancia,
salì sul tetto della rozza dimora.
Allora dal tumulo alto udì un rumore tremendo
d’entro una roccia dura venire
sul colle al di là del torrente.
Che?! risuonava nella rupe come se questa
dovesse spaccarsi
o come se uno sulla mola affilasse la falce.
Che?! rombava e strideva come acqua al mulino.
Che?! sibilava e suonava pauroso ad udirsi.
Allora: «Per Dio! – disse Gawain. –
Quest’apparato
a mio onore è disposto, per incontrarmi
da cavaliere.
Faccia Iddio come vuole!
Non mi aiuteranno gli ahimé.
Se pure perdo la vita,
nessun rumore mi impaurirà».

Gawain-green-knight

Alto allora gridò il cavaliere:
«Chi comanda qui? Chi mantiene
l’ora e il luogo fissati?
Perché il buon Gawain ecco che arriva.
Se qualcuno vuole alcunché, venga qui presto,
ora o mai più, a sbrigar quel che deve».
«Aspetta – disse uno sul colle sopra il suo capo –
e avrai presto tutto ciò che una volta promisi!».
Ma prima di scendere continuò per un tratto
quello scroscio veloce, quel forte arrotio.
Poi s’apre la via tra la roccia ed esce da un buco,
turbinando da un angolo con un’arma feroce:
un’ascia danese pronta a rendere il colpo,
la lama enorme verso il manico curva,
affilata alla mola, larga quattro piedi,
non meno, misurata alla cinghia brillante.
E l’uomo come la prima volta di verde vestito,
il viso e le gambe, i capelli e la barba,
salvo che ora pianta a terra i suoi piedi,
sulla pietra il manico punta e lento vien dietro.
Giunse all’acqua e non volle guadare,
ma facendo forza sull’ascia saltò e venne avanti,
fiero e violento sul largo campo
di neve.
Sir Gawain salutò il cavaliere
ma non s’inchinò per nulla.
Disse l’altro: «Dunque, signore,
l’appuntamento leale mantieni.

«Gawain – disse l’uomo verde – ti guardi Iddio.
Di certo sei benvenuto, cavaliere, ai miei luoghi:
hai compiuto a tempo il tuo viaggio
come deve cavaliere leale.
I patti conosci stabiliti tra noi:
orsono dodici mesi prendesti ciò che diede la sorte,
al Nuovo Anno dovevo io ripagarti.
Siamo in questa valle veramente soli noi due,
nessuno c’è a separarci,
comunque vogliamo lottare.
Togli l’elmo dal capo e abbiti qui la tua paga.
Non far resistenza maggiore di quella ch’io feci
quando d’un colpo spiccasti il mio capo».
«No – disse Gawain – per Dio
da cui l’anima traggo,
nulla te ne vorrò, qualunque male mi accada.
Ma contieniti a un colpo, ed io starò fermo,
non farò resistenza a quel che vuoi fare,
per nulla».
Piegandosi inclinò il collo,
scoprì la bianca carne,
come non avesse timore:
non voleva ritrarsi per paura.

Gawain-green-ascia

Allora l’uomo in verde veloce s’appresta,
solleva l’orrenda sua arma a colpirlo.
L’alzò con tutta la forza del corpo,
mirando un colpo possente, capace d’ucciderlo.
Se duro fosse calato come voleva,
del colpo sarebbe morto colui
che sempre fu valoroso.
Ma Gawain in tralice l’ascia guardò
com’essa balenava scendendo a distruggerlo,
e un poco ritrasse le spalle dall’arma affilata.
E l’altro con un balzo di lato l’ascia trattiene
e rimprovera il principe con fiere parole:
«Tu non sei Gawain, che tanto valente è stimato,
che mai ebbe tema d’armati per monti e per valli,
e ora fuggi impaurito prima di sentire dolore.
Di quel cavaliere non udii mai tal codardia.
Non mi ritrassi io, né fuggii,
quando il colpo mi desti,
né feci cavilli alla corte di Artù.
Volò la mia testa ai miei piedi,
ma io non m’involai;
tu prima di ricevere il colpo hai paura nel cuore.
Per questo dovrei esser chiamato il migliore
dei due».
Disse Gawain: «Mi ritrassi una volta:
mai più lo farò.
Ma se sulla pietra mi cade la testa,
non posso rimetterla a posto.

Presto, suvvia, sul tuo onore, portami al dunque.
Dammi il destino mio, subito fallo,
ché il tuo colpo resisterò senza trasalire,
finché l’ascia non m’abbia colpito: parola ti do».
«In guardia, dunque – dice l’altro, e solleva
alta l’ascia guatando torvo come uomo che è folle.
Mira con forza, ma non lo tocca,
ferma la mano prima che possa ferire.
Gawain attese leale né mosse costa:
come la pietra immobile stette o ceppo ancorato
al suolo roccioso da cento radici.
Allora allegro parlò l’uomo verde:
«Ora dunque che hai ripreso coraggio
devo colpirti.
Ti protegga l’ordine nobile del quale Artù
t’ha insignito: salvi il tuo collo se può!».
Gawain furioso disse con ira:
«Colpisci, avanti, troppo a lungo minacci.
Di te ha paura, io credo, perfino il tuo cuore».
«Così fiero davvero tu parli – l’altro riprese –
che non voglio impedire la tua missione, né porvi
ritardo».
Si appresta quindi a colpire,
corruga le labbra e la fronte;
non meraviglia se a Gawain
spiace, che non spera salvezza.

Gawain-green-viola

Solleva agile l’arma e dritta la lascia cadere,
il filo della lama sul collo nudo.
Sebbene colpisse violento, non più lo ferì
che di lato, solo quel tanto da staccare la pelle:
la lama affilata il grasso tagliò, affondò nella carne,
vivido il sangue sprizzò sulle spalle e giù a terra.
Quando Gawain vide nella neve
brillare il suo sangue,
saltò a piedi giunti la lunghezza di un’asta,
afferrò l’elmo, lo mise sul capo,
ratto si tolse di spalla lo scudo,
sguainò la spada lucente e fiero parlò –
mai da quando era nato da sua madre
era stato uomo tanto felice:
«Cessa, signore, i tuoi colpi, non offrirne di più!
Ho in questo luogo ricevuto
un colpo senza lottare;
se ancora ne dai, in risposta
te li renderò ad uno ad uno e con forza,
sta’ certo.
Un colpo solo mi tocca,
questo fu il patto
fissato nella sala di Artù:
fermati, quindi, signore».

Si ritrasse il guerriero, sull’ascia si riposò,
piantò il manico in terra e s’appoggiò sulla lama:
guardò il cavaliere sul campo,
come fiero, impavido e ardito
stesse nell’armi, e provò in cuore piacere.
Parla allegro a gran voce,
con voce sonora gli dice:
«Su questo campo non adirarti, audace guerriero.
Nessuno qui ti ha trattato senza cortesia,
né si è scostato dai patti fissati alla corte del re.
Un colpo promisi: l’hai avuto, tienti pagato.
Ti sciolgo dagli altri tuoi obblighi.
Se fossi stato veloce, un colpo più forte
t’avrei forse vibrato, ti avrei fatto male.
Dapprima per gioco ti ho minacciato
con una finta,
senza squarciarti con una ferita tremenda,
e giustamente lo feci
per l’accordo la prima notte fissato:
fedele la parola tua mantenesti
e mi desti le vincite come deve uomo leale.
L’altra finta per il giorno dopo ti offrii:
baciasti la mia bella moglie, i baci mi desti.
Per questi due giorni ti diedi solo due finte
senza danno.
Uomo leale renda lealmente:
non temerà pericolo.
Ma al terzo giorno mancasti,
e per questo ti toccò il colpo.

«È la mia veste che indossi,
e quella cintura intessuta
mia moglie stessa te la diede, per certo lo so.
Ora so bene dei tuoi baci, delle tue azioni,
di come mia moglie ti corteggiò: io stesso lo volli.
Io la mandai a provarti, e invero ti credo
l’uomo più senza macchia
che abbia mai calcato la terra.
Come perla è più preziosa di bianco pisello,
così Gawain in fede dinanzi ad altri cavalieri.
Ma qui, signore, un poco peccaste,
mancaste di lealtà.
Ma non fu per intrigo, né per amore,
ma perché amavate la vita, e di meno vi biasimo».
Stette l’altro forte a lungo a pensare:
tremava dentro, vinto da iroso dolore.
Tutto il sangue del cuore al viso affluì,
si ritrasse tutto dalla vergogna a quei detti.
Le prime parole che pronunciò:
«Maledette codardia e avidità!
In voi è vizio e villania che distrugge virtù».
Poi prese il nodo e lo sciolse,
gettò irato la fascia al cavaliere:
«Ecco la falsa, a lei mala sorte!
Per ansia del tuo colpo codardia m’insegnò
con avidità ad accordarmi,
dimenticando la mia natura,
che è generosità e lealtà proprie dei cavalieri.
Sono colpevole e falso, io che sempre ho temuto
tradimento e slealtà: ad essi ora affanno
e dolore!
Qui, cavaliere, vi confesso umilmente,
colpevole è la mia condotta.
Ditemi il vostro volere
e d’ora in poi sarò attento».

Gawain-green-disegno

Rise allora quell’altro e amabile disse:
«Lo ritengo pagato il danno che ho avuto.
Ti sei confessato, hai ammesso gli errori,
sulla punta della mia arma hai fatto la penitenza.
Assolto ti ritengo di quell’offesa e purgato
come se mai avessi mancato dal dì che nascesti.
Vi dono, signore, la cintura dai bordi dorati.
Poiché è verde come la mia tunica,
sir Gawain, potrete
pensare alla nostra prova quando a cavallo
uscirete tra nobili principi, e sarà segno perfetto
dell’avventura della verde cappella
per cavalieri cortesi.
Ora tornate questo primo dell’anno al castello
e il resto di questa festa passeremo
in diletto».
Lo invitò insistente
e disse: «Con mia moglie, credo,
vi riconcilieremo per bene,
che è stata nemica accanita».

«No, veramente – disse Gawain, e afferrò l’elmo,
se lo tolse, ringraziò il cavaliere. –
Abbastanza sono rimasto. A voi buona sorte,
ve la dia presto Colui che concede ogni grazia!
Raccomandatemi a vostra moglie, la bella cortese,
lei e quell’altra, mie signore onorate,
che il lor cavaliere
hanno con così abile astuzia ingannato.
Non è strano se uno sciocco impazzisce
e con arti di donne è portato al dolore.
Così fu Adamo ingannato in terra da una,
e Salomone da molte, e Sansone,
che Dalila gli diede il suo fato, e poi David
fu ingannato da Betsabea e molto dolore soffrì.
Se questi furono vinti dalle arti di donne,
sarebbe gran gioia
amarle e mai credere loro, se uno potesse.
Ché furono essi in antico i più nobili
favoriti dalla fortuna
su tutti coloro che sotto il cielo hanno avuto
pensiero.
E furono tutti ingannati
da donne che usavano.
Se dunque sono ora ingannato,
dovrei essere, penso, scusato.

fata-Morgana

«Ma la vostra cintura, vi rimeriti Iddio,
cingerò volentieri, non per l’oro prezioso,
per la stoffa e la seta e i lunghi pendenti,
per la ricchezza, il valore, i fini ricami,
ma in segno della mia colpa la guarderò spesso,
quando in gloria cavalcherò ricorderò con rimorso
la fragilità e il peccato della carne perversa,
come è pronta a prender le piaghe dell’impurità.
Così quando l’orgoglio mi pungerà
per prodezza nell’armi,
umilierà il mio cuore guardare
questo laccio d’amore.
Ma una cosa vi chiedo, non vi dispiaccia:
poiché siete signore della terra dove ho abitato
onorato da voi – vi rimeriti Quegli
che vive nei cieli e in alto dimora –
come dite il vostro nome vero? Null’altro».
«Questo – rispose l’uomo – sincero dirò:
Bertilak de Hautdesert in questa terra mi chiamo.
Pei poteri di Morgana la Fata,
che vive nel mio castello
e l’abilità sua in magia nell’arti
che ha ben imparato.
Dei poteri di Merlino molti ne ha presi,
ché in passato ha trascorso stagioni d’amore
con quel dotto eccellente come sanno i cavalieri
di Artù.
Morgana la dea
dunque è il suo nome.
Nessuno ha tanto orgoglio
che ella non possa umiliare.

«Lei m’inviò in questa guisa
alla vostra nobile sala,
a provare l’orgoglio, se era vero quel che si dice
della gran rinomanza della Tavola Rotonda.
Questo prodigio inviò per privarvi del senno,
per tormentare Ginevra e farla morire
di terrore per l’uomo che spettrale parlava
con la testa in mano dinanzi alla tavola alta.
È lei in casa mia la dama più vecchia:
è tua zia, sorellastra di Artù,
figlia della duchessa di Tintagel
da cui il nobile Uther
generò Artù che ora è glorioso.
Perciò ti prego, cavaliere, di venir da tua zia,
in casa mia stare allegro. Ti ama la corte
e io stesso in fede ti ho caro più d’ogni altro
nel mondo per la tua gran fedeltà».
Gli disse quello di no, in alcun modo non volle.
Con abbracci e con baci si affidan l’un l’altro
al Principe del paradiso e si lasciano sul freddo
terreno.
Gawain sul bel destriero
s’affretta al castello del re,
e il cavaliere in verde puro
dovunque gli piaccia.

Pearl Manuscript

(Sir Gawain e il Cavaliere Verde, 2160-2478)