Brosse – Il pino di Merlino e la Casa di vetro

Alla luce delle recenti ricerche, l’enigmatico personaggio di Merlino appare come un «uomo dei boschi», legato anche al «culto degli alberi».
Bardo e indovino, Merlino aveva valorosamente combattuto contro gli invasori barbari della Bretagna al fianco di re Artù, al quale aveva consigliato l’istituzione della cavalleria Merlino-disne della Tavola Rotonda, ma, impazzito alla morte dei fratelli e soprattutto stanco della società umana, si ritirò nella foresta di Brocelandia dalla quale usciva solo per pronunciare cupe profezie su questo mondo preda del male.

Un male che lui, nato com’era, si diceva, da una vergine e dal Diavolo, conosceva anche troppo bene; ma in se stesso egli l’aveva vinto il giorno in cui aveva incontrato la fata Viviana.
Deliberatamente, dopo averle insegnato tutto ciò che sapeva e averle trasmesso i suoi poteri, Merlino si assoggettò totalmente a lei, al punto da lasciarsi rinchiudere in una «casa di vetro» in fondo ai boschi.

«Questa casa di vetro (o di cristallo) – scrive Markale – è un mondo circoscritto in mezzo ai boschi, che racchiude tra le sue mura invisibili un altro mondo che è un frutteto. È in questo frutteto che la diade, cioè l’unione sacra del dio fratello e della dea sorella, ha il suo compimento. Fuori dal mondo in quanto vivono un amore assoluto che, per natura, li esclude dalla società. Merlino e Viviana bastano a se stessi. Ricostituiscono la situazione primordiale di Adamo ed Eva prima del peccato, cioè prima della presa di coscienza del mondo esterno».

In altri termini, ritirandosi da un universo umano profanato la cui decadenza è irrimediabile, Merlino e Viviana ritornano insieme all’origine, allo stato di natura, in quel frutteto dove regnano, «signori dei vegetali e degli animali», proteggendo ciò che può essere salvaguardato e, divenuti invisibili, preparando la rinascita del sacro.
La loro storia ci è nota solo attraverso resoconti confusi e spesso contraddittori, nei quali tuttavia si riflettono antiche credenze celtiche e anche preceltiche, se non preistoriche, il che spiega l’imbarazzo degli autori medievali che non ne capivano più il significato, e anche le difficoltà che incontrano i celtisti nello sbrogliare una matassa quanto mai ingarbugliata.

Ma a noi adesso interessa tenerne a mente solo due elementi essenziali: il nesso molto stretto che collega Merlino agli alberi e la funzione che egli ha nelle foreste, funzione di iniziato, druido, mago, profeta e sciamano, solitario in seno al «Giardino di Allegrezza», il frutteto originario che è chiaramente un nemeton.
Merlino segue l’esempio dei santi eremiti, come lui venuti dalle isole britanniche e che, anche loro discendenti dei druidi, li imitavano.

Già nei poemi profetici attribuiti a Merlino e datati anteriormente alla sua reclusione nella foresta, l’incantatore annuncia le future disgrazie dei Bretoni praticando la Merlino-Viviana-boscodivinazione mediante gli alberi, le betulle, alberi sciamanici per eccellenza, e i meli, coi cui rami le fate attirano i mortali nel loro regno, l’altro mondo. Alcuni testi precisano che Merlino aveva l’abitudine di far scuola sotto un melo.
Ancora più importante nella sua storia è un pino, quello che si erge sopra la Fontana di Barenton, in mezzo alla radura del nemeton. Questa fontana è la residenza di Viviana, la quale insomma è una ninfa.

Viviana, personificazione della fontana, possiede poteri magici: fa piovere; o meglio, se si versa dell’acqua sugli scalini di pietra che circondano la fontana, si rischia di scatenare un temporale spaventoso; inoltre, la sua acqua guarisce dalla follia, e in effetti la stessa Viviana con quell’acqua ha guarito Merlino.
Come ci ricorda Markale, questa fontana di Barenton non è mai stata cristianizzata, com’è accaduto invece alla maggior parte delle altre fontane bretoni: «è rimasta pagana nel corso dei secoli, il che ha del resto impedito agli abitanti della regione di recarvisi in processione, guidati dal loro clero, negli anni di siccità».

Quanto al pino di Barenton, solo giunto in cima dopo averlo scalato al modo di uno sciamano, Merlino arriva alla conoscenza suprema, ed è lì che ormai risiede, perché la «Casa di Vetro» (verre) altro non è che la cima dell’Albero verde (vert), dove Merlino ha finalmente ottenuto tutti i poteri: i doni di veggenza, il dono di metamorfosi, il dono d’invisibilità, il dono di agire sugli elementi, il dono di comprensione del linguaggio degli animali [e degli alberi oracolari] e la possibilità di comandare loro, il dono della medicina e a volte il dono di risuscitare i morti, il dono di far scaturire le sorgenti, il dono di far apparire esseri e cose che non esistono, il potere di agire sul regno vegetale, il dono dell’ubiquità o il dono di spostarsi volando nell’aere.
Ma tutti questi poteri sono quelli che la tradizione letteraria irlandese e gallese attribuisce ai druidi – e anche quelli che si attribuiscono agli sciamani siberiani.

Il pino di Merlino è quindi proprio un Albero cosmico, associato alla sorgente, da cui risalgono le acque sotterranee venute dal soggiorno dei morti e dei germi, che ne è il Viviana-Merlino-blunecessario complemento.
Le credenze relative alla radura di Barenton, tanto a lungo sopravvissute, esplicitano la funzione rappresentata in passato dai nemeton celtici: del resto Barenton è la deformazione di Belenton, ovverosia Belnemeton, il bosco sacro di Belen o Belenos, il dio solare gallico, padre di quel Gargan, che a sua volta è il dio silvestre col quale Merlino è in stretto rapporto nella leggenda, al punto da essere a volte considerato il progenitore del Gargantua di Rabelais.

Mentre il pino di Barenton è scomparso da molto tempo, un «albero sacro di Merlino» esiste ancora a Carmarthen, città del Galles. Ormai è ridotto a un pilastro di cemento dal quale emergono alcuni rami anneriti di una vecchia quercia, ma è ancora rispettato a causa di una profezia attribuita all’Incantatore in persona, secondo la quale la caduta dell’albero porterebbe con sé quella della città.
Perciò hanno rinunciato non solo a distruggerlo ma persino a spostarlo, benché, trovandosi in un incrocio molto frequentato, costituisca un notevole intralcio alla circolazione.

Attraverso i successivi camuffamenti che hanno celato un significato che non poteva più essere ammesso o capito, individuiamo ancora nella leggenda di Merlino la maggior parte degli elementi che caratterizzano l’Albero cosmico, elementi che abbiamo già rilevato in altri contesti: il pino di Barenton associato con la fonte ha poteri sulla pioggia, è oracolare – e la coppia Merlino-Viviana ricorda la coppia Numa Pompilio-Egeria nel bosco sacro di Nemi – e, soprattutto, a chi sale fin sulla sua cima, dispensa la conoscenza totale.

Markale ricorda che questa conoscenza è «etimologicamente legata al nome dell’albero (vidu) e che la stessa radice è all’origine del videre latino, dell’inglese wood (bosco), della parola druido (dru-wid, «il molto veggente»), e infine del nome di Wotan/Odino (wut), il dio del Frassino che acquisisce la suprema conoscenza impiccandovisi».
Merlino-treeA proposito dei diversi dèi degli alberi, va segnalata una peculiarità ancor più singolare e anche molto più arcaica: la loro unione incestuosa.
La ritroviamo sia nella coppia fraterna Merlino-Viviana, e rapporti simili erano, a quanto pare, abbastanza frequenti nell’antica Armorica, sia nella leggenda di Ywain alla Fonte di Barenton, che si muove intorno all’incesto con la Madre, in quanto «incarnazione della Donna primordiale»: incesto vietato ai comuni mortali, ma che per l’eroe capace di affrontare terribili pericoli diventa uno degli elementi chiave della sua iniziazione.

Ci si può quindi chiedere se, tutto sommato, non si debba riconoscere in Merlino, che è un uccello – il merlo, da cui verosimilmente deriva il suo nome, del quale non si è riusciti a trovare un’altra etimologia, come parrebbe confermato da quello di «Eplumoir» (spennatoio), dato al castello di vetro in cima al pino – un’antichissima divinità dell’albero, della quale potrebbe essere l’ultima incarnazione, diventata quasi irriconoscibile in capo a parecchi secoli – forse anche millenni – di successive deformazioni.
A questo titolo, costituirebbe una delle più durature, e quindi delle più preziose, sopravvivenze più o meno mascherate che tentiamo qui di svelare.

(Brosse, Mitologia degli alberi)