Aiguesmortes – Vi spumeggiava l’acqua come bollisse

vi spumeggiava l’acqua come bollisse …
macché?! rombava e strideva come acqua al mulino
(Sir Gawain e il Cavaliere Verde: 2174, 2205)

Questi sono indizi, sintomi forti: il gorgo d’acqua che ribolle, e il vorticare dell’acqua del mulino – sissignori, il «mulinello», da solo ci dice che ci stiamo aggirando intorno Maurits Cornelis Escher, all’«ombelico» del Racconto, là dove la Lingua «annacquandoli» scambia i suoi «vocaboli».
Aspergendoli d’«acquasanta», e santificati rinviandoli da un «fuoco» all’altro della sua Metafora, risuscita i nomi «morti»: ne rinnova l’inattualità, trasportandoli a dire tutt’altra cosa, il «nuovo», di ciò che dicevano una volta, il «vecchio». Ma in tutto ciò rimane quel resto che è sempre impossibile da attuare, ossia l’Epilogo del Racconto, l’Ultima Scena.

Qui dunque, dice il Racconto, presso quest’antico «ombelico», sorgeva la Cappella Verde: lo stesso Gawain ne rimase sorpreso – s’aspettava di trovarvi un tempio, e invece non c’era che una caverna da cui sgorgava una fonte d’acqua sotterranea.
Era un antico «santuario». Luogo di sanzioni e di santificazioni, luogo di convegni «speciali», di adunanze «druidiche», di conventicole iniziate a praticare e contrattare coi loro «demoni».
Nessun addobbo «sacro», ma solo segni naturali: alberi, rocce, acque.
Ora, il Racconto ci dice che a santificare quel luogo era l’avvenimento che vi avveniva, ossia lo «scambio dei Colpi»; ci dice che quello era il posto delle «sanzioni simboliche» dove, furia contro furia, onda su onda, venivano a confluire, a urtarsi, e a confondersi due «fiumi», due «flussi» contrari di una stessa corrente. Era qui, dunque, nel cozzare di due maschi (e una Donna a loro di «mezzo») che si celebrava una volta il caput anni … qui si teneva, ogni chissà quando, la ripetizione rituale dell’Inizio «umano». Qui andava in scena la decapitazione che iniziava simbolicamente la Bestia all’Umano.

… ma eccomi, leale, all’appuntamento:
piego il collo, aspetto l’ultimo Colpo
e poi mi scorderò di tutto

mi scorderò se sono o non sono stato quel leale donchisciotte
che fu il tardivo paladino, il più idiota

cosa vuoi farci?
(là fuori nevica)
ti vedo e non ti vedo

stamani, là fuori il tuo ricordo fioccava, ma
come dirlo? sotto il tuo fiocco, nella risorta assenza del tuo volto

vi spumeggiava l’acqua come bollisse
macché?! rombava e strideva come acqua al mulino

eppure a nessun altro avevo da dirlo che a quel tuo fiocco passeggero:
aspettavo un’eco che ripetesse le mie parole, e invece:

Voi qui, signore, un poco peccaste

(mi dice il Cavaliere venuto a infliggermi il Colpo, il Cacciatore Feroce venuto a vedere se sono ancora un uomo, se ancora sono quel donchisciotte di cui mi vanto essere il più ritardato dei paladini)

Sì, d’accordo: ma qual è questo peccato, dov’è questa colpa?
Non capisco!

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Gawain solo in questo è stato sleale: nell’aver trattenuto per sé la cintura che doveva scambiare: non l’ha fatto per disdoro – no, non ha fatto disonore alla Dama della Fonte! Ha mantenuto il Segreto!
Gawain è stato leale verso la Dama che l’ingannava, leale verso la vita a cui s’è attaccato: per sé ha tenuto soltanto la cintura, appena quel solo talismano, quello straccio di portafortuna.

Okay, tutto chiaro – ma non è proprio questo un caso esemplare di «messaggio invertito»? La Colpa che «assolve» dal Colpo! Possibile mai che il Racconto sia capace di tali piroette? che esso arrivi a servirsi di una semplice «assonanza» per sfuggire al Rigore della sua stessa Parola? Per «annacquarne» il Senso?
Dico: senza quel talismano, Gawain sarebbe andato incontro a sicura morte; senza quel Segno, Gawain sarebbe caduto sotto i colpi dell’Altro: quel Segno, Gawain se l’è tenuto per sé, l’ha sottratto allo scambio, non l’ha permutato con la Volpe, il terzo e ultimo trofeo di caccia del Cavaliere Verde.
Anzi, di più: non avendolo scambiato, quello non è neanche più un Segno, se non della «relazione segreta» tra lui e la Dama.

Se dalla Dama egli non avesse accettato in dono la Cintura, e se quel Dono non l’avesse tenuto «tutto per sé», se Gawain quel Segreto non l’avesse tenuto per Inalienabile e donna-angelo-altalenaIncommutabile, a onta della sua proclamata «lealtà», c’è poco da discutere: sarebbe morto.
Tenendolo per sé, si è «allungato» la vita!

D’altronde, mi domando: scambiare totalmente se stessi con l’Altro, non è farsi «uccidere»? come altrimenti si può sopravvivere allo scambio, se non tenendosi da parte quel certo «che» (che poi, tutto sommato, è il nostro io)?
E poi, non è forse la più astuta delle astuzie cannibalesche pretendere che l’Altro si spogli totalmente di sé, e di tutte le sue difese, al solo scopo di divorarlo?

Non è proprio questa la disobbedienza alla nostra Bestialità «furiosa» che, tramite il Racconto, la Lingua ci concede: di entrare cioè con la scoppola nello scambio dei segni e delle parole?
Di entrarci «macchiati» fin dal principio. Di entrarci con la «colpevole» eccezione, con la differance della nostra propria inalienabile Metafora: ciascuno dal Racconto eccependo il suo talismano, ciascuno per quel talismano macchiandosi della Colpa?

È grazie a questo «furto» di cui ha «privato» l’Altro, è in virtù della magia di un «cortese» amuleto che, come Gawain, ogni «paladino della Parola» sopravvive ai colpi dell’Altro: insomma, è solo grazie a quest’imbroglio che il «nuovo» viene a poetare il «vecchio».
Lo «sacrifica» come facevano i devoti indù al loro dio Varuna: sottraendo un «che» dal Sacrificio, per tenerselo per sé – qualcuno dice: per farne il suo proprio io.

Se questi furono vinti – figurati io!

Se Adamo e Salomone e David e Merlino e re Artù e Amleto e chi più ne ha più ne metta, se insomma tutti peccarono perché allora proprio io dovrei essere così disumano da non riconoscermi vinto dalla Tentatrice e dalle sue Apparizioni?!

amarle e mai credere loro, se uno potesse

amare le Moine della Tentatrice – ma senza ammuinarsi più di tanto
e poi nient’altro che metterci una pietra sopra: non è quello che fecero tutti gli antichi costruttori di templi? – dove l’acqua da sotto preme con tutta la sua irruenza, ci vuole un Tappo … questo, dopo essersi consultati e insultati per millenni, questo appena alla fine si dissero, e questo solo si scrissero come primo comma della loro immaginazione idraulica:

scrissero il Tappo, perché per tapparsi la bocca al Saggio basta una parola,
gli basta la Parola o il Nome del Santo – che è santo perché lo assolve: perché non lo lascia, come il Corvo, a bocca asciutta, né permette alla Scimmia di sollevare la Pietra e di allagare il mondo di chiacchiere a vanvera:
è Santo, perché lo assolve dalla sete, e lascia venire su, poco a poco, l’acqua che ne irriga la Lingua, l’acqua che ne veste il Respiro, l’acqua che ne incanta la Voce, l’acqua – come si diceva una volta – del dolce Stilnovo.
Scrissero, e in quella scrittura

vi spumeggiava l’acqua come bollisse
macché?! rombava e strideva come acqua al mulino

… perciò se stamattina nevica e la mia madonna trema
è perché è ancora nuda e non c’è al mondo canzone
che la possa degnamente coprire:
sono ormai trenta millenni che aspetta una mia parola,
aspetta che sia io a prendermi la Colpa
se voglio restare attaccato alla vita

ti passerà, mi ricordo che mi dicesti: ti passerà di mente
finanche il mio nome

forse, mi ricordo che ti dissi: forse
succederà

ma se qui e ora io quel Nome lo santificassi?
non allungherei così la vita a tutte le mie anime morte?

(Aiguesmortes, Quaderni)